//24 HOUR PARTY PEOPLE [SubITA]

24 HOUR PARTY PEOPLE [SubITA]

 

Titolo originale: 24 Hour Party People
Nazionalità: UK
Anno: 2002
Genere: Biografico, Drammatico
Durata: 117 min.
Regia:

 

4 Giugno 1976

Quando il dj che non piace Marco Mazzoli (in sala con On Air: Storia di un Successo) ha quattro anni e quando Brian Wilson dei Beach Boys (in sala con Love & Mercy) ne ha 34 e pesa più di cento chili nello sketch del Saturday Night Live con Belushi e Aykroyd… il giornalista della Granada Television Tony Wilson (all’epoca 26enne) partecipa a Manchester a un concerto dei Sex Pistols con soli 42 spettatori. Ma quante persone c’erano all’Ultima Cena? Dodici… tredici se considerate anche il protagonista. E quanti erano presenti quando fu ucciso Giulio Cesare? Cinque. Secondo Tony Wilson quelli sono solo due dei più importanti eventi della Storia dell’Umanità. Effettivamente qualcuno potrebbe essere d’accordo con lui. Mentre si rincorrono i dati di incasso mondiale di Batman v Superman: Dawn of Justice con cifre da capogiro, il gioiello del 2002 24 Hour Party People di si apre all’insegna dell’esaltazione della nicchia e della negazione del successo come unico paradigma artistico per non dire esistenziale. Qualcuno potrebbe non essere d’accordo. Un come si definiva quel concetto, culturale ed economico, anti-mainstream? Underground. Roba da snob? Può essere. Ma anche roba da uomini e donne liberi di poter fare come cacchio pareva loro visto che non c’era di mezzo la ricerca della popolarità a tutti i costi. Di questo, tra le tante cose, parla anche 24 Four Hour Party People, oltre che di musica, creatività, industria, eccesso, droghe, Inghilterra, anni ’90, Manchester vs Londra, Joy Division, Vin Reilly, Happy Mondays, A Certain Ratio, New Order e, ovviamente, Tony Wilson.
Ma… chi cavolo era Tony Wilson?

Icarus

Nella prima scena lo vediamo schiantarsi con un deltaplano senza rinunciare a un delicato foulard da fan dei Pink Floyd quale era (ma permetterà lo strappo di un poster di Dark Side Of The Moon post-Sex Pistols) mentre, capellone, illustra con scetticismo britannico alle telecamere locali della Granada TV la prova pericolosissima cui si sta sottoponendo tra le colline di Manchester. Subito dopo, come se fosse in uno sketch del Flying Circus o si trovasse dentro Tom Jones o Alfie, eccolo accorgersi furbetto, mentre scende la collina, della presenza della camera. Romperà immediatamente la quarta parete come accadeva nel capolavoro di Tony Richardson o nel film che lanciò Michael Caine o in Deadpool (o come fa il Mazzoli di On Air), per venire subito a parlarci di se stesso, equiparandosi a Icaro (“Se conoscete la metafora bene, altrimenti dovreste leggere di più”) ed avvertendoci che il film che stiamo per cominciare a vedere si muoverà sinuosamente tra documentario e finzione, realtà e leggenda, simbolico e letterale. E che parlerà di alcuni “bona fide genius” tra cui, ovviamente, lui. Mentre continua a fare il giornalista e conduttore televisivo oltre il limite del frivolo muovendosi tra ruote della fortuna, esperti centenari di canali di scolo, nani (Kenny Baker alias R2-D2 di Star Wars!) ed elefanti, Tony si occuperà di rock. Sarà il primo in Inghilterra a presentare su piccolo schermo lo scenario musicale punk e new wave dentro la sua trasmissione per Granada So It Goes. Prima apparizione dei Sex Pistols in tv? Da Tony (dopo l’epifania, insieme agli altri 41, del 4 giugno ’76). Prima apparizione dei Joy Division in tv? Da Tony. Loro, però, come gruppo in parte “suo”. Dopo So It Goes, infatti, il nostro caro Icaro fa esibire la band di Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris in un club ribattezzato da lui Factory (il pensiero è già a Warhol) antipasto di quella Factory Records che, come etichetta musicale indipendente da lui in futuro presieduta, sarà al centro di questo straordinario film di Winterbottom intento a coprire un arco temporale piuttosto lungo, dal concerto rivelazione del 1976 davanti ai Sex Pistols alla chiusura altrettanto epifanica, sul tetto, in un 1992 impreziosito dall’apparizione nientemeno che di Dio.

Cunt

O “twat” (pure nel manifesto del film). Si può tradurre “fighetta”. Sono solo due dei numerosi insulti in slang che Tony riceverà durante la pellicola. Da chi? Da tutti. Pubblico, rivali, amici, amanti, soci. Da Ian Curtis (cantautore introverso), Martin Hannett (produttore; nella musica è un ruolo artistico) e Shaun Ryder (cantautore strafatto) a John Lydon (il frontman dei Sex Pistols lo definì più di una volta un “vero e proprio coglione”… ma sempre con uno strano ghigno di stima in faccia) e Rob Gretton (manager Joy Division e New Order; potentissimo ). Qual è il segreto di quest’uomo in grado di attraversare nel film 16 anni in mezzo ad astio e sregolatezza? Tony parla. Anzi… verbalizza il momento come se fosse l’unico a trovare le parole giuste per descrivere il presente che vive insieme ai suoi amici-collaboratori (il film parla, anche, dell’importanza di fare gruppo). Il suo eloquio e la sua sicurezza ai limiti della follia (ma sempre molto composta ed elegante) si scontrano con un ambiente musicale non proprio abile a livello linguistico. Chiunque abbia frequentato dei veri musicisti sa che la verbalizzazione non è il loro forte. Ed è giusto così: comunicano ed esprimono idee ed emozioni attraverso note e sonorità. Tony Wilson quindi spicca perché ha studiato a Cambridge. Lo ripeterà spesso. Il vero Wilson (scomparso nel 2007 a 57 anni), nel dvd, si lamenta di averlo detto una volta sola al regista reo, secondo lui, di aver enfatizzato e ridicolizzato questo suo bisogno di ribadire ogni due secondi i propri trascorsi accademici. Il giornalista della Granada Television spicca perché cita situazionismo, parla di semiotica, tira in ballo Andy Warhol, il postmoderno, l’anarchia (Colonna Buenaventura Durruti), l’avanguardia, Scott Fitzgerald, Plutarco, Boezio, William Blake, architettura vittoriana, Rinascimento Fiorentino, William Morris (usato per spiegare al geniale grafico, cronicamente ritardatario, Peter Saville che: “Nessuna cosa inutile può essere veramente bella”), John Ford (“Se la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda”) e Che Guevara. Tony irrita perché Tony sa… o forse pretende di sapere. Un altro aspetto che lo rende un bersaglio quasi cristologico è la contraddizione totale tra la sua esibita egomania e una sincera prospettiva socialista che lo vede dividere equamente i profitti e chiarire fin da subito, quando fonda la Factory Records, che l’obiettivo non è arricchirsi ma produrre arte innovativa. I musicisti e i discografici si divideranno la fetta al 50% con massima libertà espressiva dei creativi e pochissima forza coercitiva dei dirigenti. Diciamo che Malcolm McLaren, manager dei Sex Pistols, non la pensava allo stesso modo. Ecco forse perché John Lydon… sorrideva quando insultava Wilson.

Musica

Bellissime le scene in Love & Mercy in cui il Brian Wilson di Paul Dano trasforma lo studio di registrazione dell’album Pet Sounds in un vero e proprio strumento musicale. Altrettanto significative le sequenze di 24 Four Hour Party People in cui il mercuriale Martin Hennett (una delle poche grandi prove di Andy Serkis senza mo-cap nella sua bizzarra carriera) inventa il sound ipnotico e industriale dei Joy Division distanziandosi dal punk (Hannett è uno di quei 42 del 4 giugno ’76) attraverso una semplice frase sibillina: “più veloce ma più lento”. Sposterà la batteria, e anche il batterista, sul tetto della Factory Records (dopo aver smontato e rimontato l’impianto dei tamburi) e inviterà Ian Curtis & Co a pigiare con meno violenza sulle note ma con più ossessiva costanza. Questo è uno dei pochissimi film in cui si VEDE letteralmente come un produttore può influenzare e aiutare la creazione musicale dentro la tradizione strumentistica del rock. È difficilissimo farlo al cinema. Winterbottom lo fa come se fosse la cosa più facile e naturale del mondo grazie al montaggio chirurgico di Trevor Waite più lo stesso regista non accreditato. L’editing di questo film andrebbe studiato e ristudiato in ogni vera scuola di cinema che si rispetti.

“Questo non è un film su di me”

Ma sei proprio sicuro Tony? Secondo Atto. È lo stesso Wilson a presentarlo in camera dopo l’improvviso suicidio del ventitreenne Ian Curtis post visione de La Ballata Di Stroszek (1977) di Herzog in tv ed arriva con una grandissima sequenza con la Cavalcata Delle Valchirie in sottofondo in cui le star del suo prossimo gruppo, i fratelli Ryder, avvelenano ridendo come pazzi 3000 piccioni. Benvenuti negli Happy Mondays (Shaun e Paul Ryder, Mark Day, Paul Davis, Gary Whelan, Mark “Bez” Berry), ovvero quei lunedì felici e folli in cui Wilson scopre la dance, l’ectasy (ma non in prima persona) e apre il nightclub padre della rave culture Haçienda dove il dj set prenderà il posto della rockstar e tutta Manchester si riscoprirà improvvisamente Madchester. È cambiato tutto. Gli anni ’70 sono diventati ’80, i Joy Division sono diventati New Order, il gruppo di punta della Factory si chiama Happy Mondays e Tony sfoggia in camera un diverso taglio di capelli nonché una nuova compagna di vita (l’impertinente ed emancipata Lindsay del primo atto lo ha clamorosamente mollato venendo sostituita dalla più mansueta, e giovane, ex Miss Uk Yvette Livesey).
La ruota dell’esistenza gira vorticosamente e il nostro situazionista salta da situazione a situazione dove solo Peter Saville pare rimanere lo stesso: sempre speciale nella grafica ma sempre in ritardo nelle consegne (tormentone irresistibile di tutto il film per chi ama lo humour anglosassone).
Tony cavalca l’onda del caos e del caso dell’epoca Happy Mondays con il consueto understatement nonostante Martin Hannett prima, e Shaun Ryder poi, gli sparino addosso. Hannett, nella prima bellissima scena del suo reclutamento come produttore dei Joy Division, si era limitato a puntare addosso a Tony un megamicrofono dalle onnipresenti nel film colline di Manchester. Ma niente paura e nessun risentimento per il nostro eroe: Martin è un “bona fide genius” mentre Shaun -Tony non fa che ripeterlo e ripeterlo e ripeterlo- è per lui il più grande poeta del mondo dopo Yeats il quale lo fu dopo il nostro Dante. Quasi tutti gli altri pensano, invece, che Ryder sia uno spregevole tossico idiota e pericoloso.

Dio

Quando l’Haçienda deve chiudere e quando la London Records si accorge che non può comprare la library della Factory semplicemente perché Tony… non possiede alcun diritto sul catalogo dei suoi artisti… il film è pronto a chiudersi non prima che Wilson incontri Dio in persona mentre sta fumando la portentosa marijuana portata da Ryder dalle Barbados dopo il disastroso tentativo di realizzare lì il nuovo disco Yes Please!
Siamo prossimi alla bancarotta totale. Come reagirà Tony? Ballando come uno scatenato.
Tornando a Dio: gli compare davanti planando dal cielo e gli dà ragione su tutto confermandogli di aver fatto, sostanzialmente, un buon lavoro.
Peccato che Dio… sia sempre Tony Wilson. Con barba però.

Conclusioni

Il passaggio al Festival di Cannes 2002 fece furore nonostante il film non portò a casa nessun premio. Winterbottom, eclettico, prolifico e interessantissimo fin dai tempi di Go Now (1995), raggiunse il suo zenith artistico. Ancora oggi è una visione inebriante per la classe e vivacità strutturale. Piace la crudezza, piace lo humour, piace la libertà “meta” (Winterbottom fa parlare Tony del dvd del film… durante il film), piacciono i cameo dei veri protagonisti di quelle follie perfettamente amalgamati al mix di documentario e finzione (compaiono i veri Howard Devoto, Vini Reilly, Paul Ryder e lo stesso Tony Wilson in modalità autoironica) per non parlare della sobria utilità di futuri e passati pezzi da novanta pop come Simon Pegg (pre-L’Alba Dei Morti Dementi) e il mitico Kenny Baker di Star Wars. Winterbottom non si accontenta di esaltare mai Wilson come banale maschio onnipotente al di là delle possibilità borghesi. È lo stile inglese: non c’è bisogno di imboccare lo spettatore e si deve mantenere una distanza più o meno benevolmente critica nei confronti del protagonista negando l’appiattimento identificativo o promuovendo l’idea dell’io-contro-tutti. Tony appare alternativamente irresistibile, insopportabile, profondo, superficiale e… cunt. Riesce anche ad essere sfuggente ai nostri occhi nonostante stia in scena per il 99.9% del film (e quella moglie spuntata all’improvviso? E quel figlio trattato con sufficienza?).
Alla fine? Ognuno si può fare l’opinione che vuole su Mr. Wilson. Per noi vince comunque la sua costanza e stralunata coerenza. Vince la classe di un patriota di Manchester (gli hanno dedicato, appena morto, subito una piazza in città) in grado di esaltare i talenti locali senza aver mai sfruttato la cosa dal punto di vista economico.
Steve Coogan diventa una grandissima star grazie al film. I detrattori dicono che il suo Tony Wilson non sia altro che Alan Partridge (sua nota creatura radio e tv) inserito dentro lo scenario musicale new wave di Manchester. Non è vero. Qualcosa di Alan c’è (una certa snervante puntigliosità) ma in Tony scorre il sangue del cavallo di razza grazie a certe intuizioni di pura acutezza (quando in macchina ascolta per la prima volta il sound Joy Division inventato da Martin Hannett) e sensibilità (delicato il suo rapporto umano con il re dei cantautori looser Vini Reilly, adorato da Brian Eno e sempre rincuorato da Tony anche quando all’Haçienda si esibisce un martedì sera… davanti a nessuno).
Dopo il film, Hollywood mette subito le mani su Coogan inserendolo come voce in Ella Enchanted – Il Magico Mondo Di Ella (2004) e dandogli il ruolo da protagonista ne Il Giro Del Mondo In 80 giorni (2004). Ormai la strada è spianata per il nostro futuro nominato all’Oscar per la sceneggiatura di Philomena (2013). Emblematico che nell’episodio di Coffee And Cigarettes (2003) di Jim Jarmush in cui duetta con Alfred Molina… sia Molina a leccargli i piedi mentre parlottano, da attori rivali, nelle due versioni fantautobiografiche di loro stessi.
Il grande Alfred Molina che si inchina di fronte al giovane Steve Coogan, con il secondo che gioca a tirarsela assai (quanto devono essersi divertiti a girare quel corto?).
Ma visto che, come direbbe Tony stesso, il film è sulla musica… uno degli altri meriti di 24 Four Hour Party People è quello di aver fatto esplodere una nuova joydivisionmania culminata cinque anni dopo con la produzione di Control (2007) di Anton Corbijn con Sam Riley nel ruolo di Ian Curtis. A proposito… questo è anche il film che fa esplodere il minaccioso e tagliente Sean Harris, bravissimo ad essere un Curtis da brividi (anche di terrore).
Se vi ha inquietato il suo villain di Mission Impossibile: Rogue Nation… andatevi a recuperare questa prova pazzesca del 2002.
Dunque… ancora ci stiamo chiedendo perché, ancora oggi, questo sia uno dei più grandi film mai realizzati sul rapporto tra arte & industria?
Perché Tony Wilson rappresenta perfettamente la voglia di esplorare e sperimentare, fregandosene degli incassi, del pubblico, del successo, degli haters e dei lovers.
Il consenso, per lui, poteva anche non avere alcun senso.
In fondo c’erano solo 42 persone a quel concerto dei Sex Pistols.

Recensione: badtaste.it

 

Related posts