//A CHINESE ODYSSEY TRILOGY [SubITA] 🇭🇰

A CHINESE ODYSSEY TRILOGY [SubITA] 🇭🇰

Titolo originale: Sai yau gei: Yut gwong bou haap
Nazionalità: Hong Kong
Anno: 1995
Genere: Avventura, Azione, Commedia
Durata: Part 1 87 min. – Part 2 95 min.
Regia: 

 

A Chinese Odyssey, progetto molto ambizioso di Jeff Lau, è un kolossal in costume che riprende e rivisita il tradizionale racconto Il viaggio in Occidente di Wu Chen-g’en [1]. Diviso in due parti, uscite al cinema a distanza di poche settimane, è una rilettura molto libera del testo di partenza, di cui cattura principalmente lo spirito anarchico e l’ironica messa alla berlina di dei, demoni, monaci e cavalieri. Lau permea della sua follia l’opera, scatenando, come un mastino, il fido Stephen Chiau, nel ruolo del Monkey King, divinità dispettosa esiliata sulla terra e costretta a reincarnarsi finché non sarà di nuovo degno di indossare le vesti divine.

Nella prima parte, ambientata cinquecento anni dopo il fattaccio, seguiamo il capo di una combriccola di ladroni alle prese con due demoni che celano la loro vera – un ragno e un mostro senza volto – dietro sembianze femminili: una delle due ha un conto in sospeso con Monkey King, che ha promesso di sposarla e poi la ha abbandonata; l’altra vuole trovare il monaco, ex maestro della scimmia, per mangiarne le carni e ottenere così l’immortalità. Sulle tracce di Monkey King c’è anche un mostruoso guerriero, King Bull, sovrano dei minotauri, intenzionato a regolare i conti del passato nel sangue.

La seconda parte, se possibile ancora più assurda, si evolve nel segno dell’incoerenza, mescolando a più non posso ingredienti a prima vista inconciliabili: è una vera e propria incarnazione del motto eracliteo secondo cui tutto scorre (panta rei), tutto cambia, senza sosta. Ritorna la maggior parte dei personaggi del primo episodio, anche se i ruoli cambiano così come la quantità di scene a disposizione: ma soprattutto entra in scena il personaggio di Athena Chu – encomiabile la sua prova -, un’altra divinità non irreprensibile scesa tra gli umani in cerca dell’amore. Scompaiono quasi del tutto Karen Mok, che fa una breve apparizione insieme a Yammie Nam, e Ng Man Tat, costretto a recitare sotto una pesante maschera nel ruolo del pavido maiale che accompagna il monaco Tang nel suo pellegrinaggio.

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Impossibile da riassumere secondo logica, la doppia pellicola è un monumentale caleidoscopio dove e corrono a braccetto: spostamenti nello spazio e nel tempo, cambi di identità e di fazione, personaggi che vanno e vengono impediscono una razionalizzazione di eventi che continuano a mutare, continuamente e alla velocità della luce. Il moleitau di Chiau, ordinatamente al servizio della regia, esplode alla lunga, più lentamente del solito, diventando però presto incontrollabile: alcune gag sono, come d’abitudine, grevi e di cattivo gusto, altre malinconiche e quasi melodrammatiche. Molto si perde nei sottotitoli, molto altro nel gap che può trovare impreparato lo spettatore occidentale poco avvezzo a certo umorismo forte. L’opera, affresco immaginifico che concede alla componente visiva grandi spazi, permette alla realizzazione tecnica, di primissimo ordine, di emergere.

Addirittura la sceneggiatura trova il modo di citare Wong Kar-wai e il suo celebrato Ashes of Time: stesse location – il deserto di Xi’an – e personaggi parodiati. Nei risvolti dei diversi generi, l’opera prende fuoco e guadagna ritmo e spessore: anzi, è proprio in questo continuo affermare e negare, che Lau si dimostra all’altezza della situazione, giocando con il pubblico, stupendolo e coinvolgendolo. Conseguenza è un vertice dell’assurdo la cui credibilità narrativa è necessariamente in discussione, e tra virgolette. La cornice fantastica è resa con spettrale vigore da una fotografia che predilige il blu, il rosso e il marrone, e che sa rendere artificiale il paesaggio illuminandolo in maniera sinistra. Costumi e make-up sono all’altezza e le coreografie di Ching Siu-tung, eleganti come al solito, avvicinano più che mai il dittico allo spirito avventuroso e avvincente dei migliori wuxia.

Recensione: hkx.it

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