//A SILENT VOICE [SubITA] 🇯🇵

A SILENT VOICE [SubITA] 🇯🇵

Titolo originale: Koe no katachi
Titolo italiano: La forma della voce
Nazionalità: Giappone
Anno: 2016
Genere: Animazione, Drammatico, Sentimentale
Durata: 130 min.
Regia:

 

La forma della voce (A Silent Voice) di affronta con piglio shinkaiano una storia di bullismo, solitudine e amicizia. Tratto dal manga di Yoshitoki Ōima e acquistato per l’Italia dalla Dynit, il film della Yamada è un delicato e stratificato romanzo di formazione, un puzzle non solo sentimentale ma anche linguistico.

La piccola Shōko Nishimiya è affetta da sordità. Presa in giro da tutti, subisce il bullismo del suo compagno di classe Shōya Ishida, oggetto anch’egli delle angherie dei suoi coetanei. Terminati quei difficili anni scolastici, Shōya si nasconde nel suo isolamento e non riesce ad affrontare lo sguardo altrui, fino a quando non decide di rivedere Shōko e farsi perdonare per il suo vile comportamento.

La quotidianità di Tamako e del suo mochi shop in Tamako Market (2014). Delle cinque studentesse iscritte al club di musica della scuola in K-On! (2011). Del bullo Shōya e di Shōko, amabile ragazzina sorda, ne La forma della voce (A Silent Voice, 2016). Il percorso e le scelte estetico/narrative di all’interno dell’industria degli anime sembrano abbastanza chiare, non a caso apprezzate da Makoto Shinkai (Oltre le nuvole, il luogo promessoci, 5 cm per second, Your Name.), che si è prodigato in elogi per La forma della voce.
Presentato al Future Film Festival 2017 di Bologna, il terzo lungometraggio diretto dalla Yamada si muove sullo stesso versante minimalista di Shinkai, accentua gli aspetti kawaii del character design e delle ambientazioni, ma resta ancorato alla nostra dimensione. Anzi, scava minuziosamente nella quotidianità, in quella normalità fatta di banchi di scuola, libero, amicizia, piccole e grandi delusioni, piccoli e grandi problemi. Una quotidianità/normalità osservata da più angolazioni: quella di Shōya, bullo per paura; di Shōko, ragazzina sorda, coraggiosa ma fragile; di Yuzuru, bimbetta indomita; di Tomohiro, bisognoso come pochi altri di un grande amico; di Naoka, altra bulla per reazione; di Miki, fin troppo perfetta e quindi (naturalmente) imperfetta…

I ragazzi e le ragazze de La forma della voce sono uno dei tanti puzzle messi in scena dalla Yamada, che frammenta/deframmenta storia e personaggi attraverso un montaggio serrato e la ricerca continua di dettagli e primissi piani, di inquadrature che includono o escludono porzioni di vita, di emozioni. Una scelta che potrebbe persino risultare dispersiva e un po’ respingente, ma che sottolinea con efficacia sia le dinamiche dell’incomunicabilità, sia la valenza dello sguardo, del vedere e osservare gli altri.
La forma della voce è un film che riesce a dare corpo ai segni, sia della lingua che del linguaggio – repetita iuvant, lingua dei segni, non linguaggio. La parabola odio/ di Shōya e Shōko coincide con la capacità di osservare e capire gli altri di Shōya, sulla volontà di soffermarsi sulla lingua (in questo caso dei segni) ma anche sul linguaggio del corpo, sul peso specifico di certe parole e comportamenti. Un percorso di scoperta degli altri e di (ri)scoperta di sé.

Yamada dosa con accuratezza dramma e commedia, elementi romantici (anche sul piano estetico, ad esempio gli abbacinanti ciliegi in fiore) e persino slapstick e deformed (il personaggio di Tomohiro). A partire dalle “x” sui volti che circondano Shōya, non dissimili dai fuori campo e dai dettagli esasperati, La forma della voce si focalizza sulle barriere, sugli ostacoli spesso invisibili che separano, che fanno sprofondare nella solitudine. Una e più storie di silenzi e parole. Un film che non si fossilizza su semplici dinamiche didascaliche, ma che pian piano rimette insieme i piccoli puzzle di tutti, dai due protagonisti agli amici, fino alle madri di Shōya e Shōko. Senza enfasi ed eccessive sottolineature, Yamada trova la chiave per restituire l’impatto estetico ed emotivo della lingua dei segni: emblematica, in questo senso, la sequenza di Naoka che per la prima volta vede e parla davvero con Shōko.
Dopo The Disappearance of Haruhi Suzumiya (2010) di Tatsuya Ishihara e Yasuhiro Takemoto, La forma della voce conferma la crescita della Kyoto Animation, studio che dal 1981 a oggi si è saputo ritagliare un ruolo di rilievo nell’industria degli anime.

Recensione: quinlan.it

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