//ABSURDISTAN [SubITA]

ABSURDISTAN [SubITA]

 

Titolo originale: Absurdistan
Nazionalità: Germania
Anno: 2008
Genere: Commedia, Grottesco
Durata: 88 min.
Regia:

 

Per Aya si avvicina il fatidico giorno previsto anni prima dalla nonna, durante il quale le stelle in cielo saranno allineate e lei potrà finalmente consumare il suo rapporto d’amore con l’eterno fidanzato Temelko. La nonna però non aveva immaginato che l’intero villaggio di Absurdian, dove vivono, sarebbe stato colpito da una forte siccità che costringe le donne a recuperare l’acqua da un posto molto lontano. Stanche di essere loro a faticare, le donne propongono uno sciopero dell’amore che minaccia di rimandare ancora una volta la romantica notte di Aya e Temelko.

Anche se il richiamo dell’opera cinematografica di riporta alla mente sia, in campo teatrale e per svolgimento di tema, la “Lisistrata” di Aristofane che, in tempi molto più recenti e per arte molto più comune ai visitatori di questo sito, al film “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki, in effetti ad altro ancora intendo avvicinarla.

La storia di Aya e di Temelko, del loro amore contrastato e poi felicemente magico, ha una certa eco d’atmosfera in due preziosi oggetti che probabilmente non molto diranno agli spettatori medi che bazzicano queste pagine. I due registi da chiamare in causa sono Nana Dzhordzhadze e Bakhtyar Khodujnazarov. Le meraviglie che vi consiglio di apprendere prima di buttarvi nella visione di questa singolare commedia ‘ibrida’ (e tra poco vi dirò perché uso questo termine), sono ovviamente “27 baci perduti” del 2000 ed il “Luna papa” di un anno antecedente. Del primo film, Helmer riprende di peso, in molti passaggi di “Absurdistan”, quel milieu esteuropeo fatto di un’aridità intrisa di ogni speranzosa fertilità, una sorta di calamita erotico-geografica che mette subito mano all’istinto basso per decretare invece e alla fine l’egemonia dello spirito felice. Del capolavoro di Khodujnazarov c’è molto nel teatrale smacco con cui si dipingono le caricature di alcuni personaggi, un anarchico senso di sospensione di ogni gravità umana nell’incantesimo; lì c’era un ‘road movie’ che correva lungo il binario polveroso di un matrimonio riparatore, devastando cartapesta teatrale e squassando piccole bugie di provincia, qui invece tutto muove in un ritorno ancestrale al rito della terra madre. Lì il viaggio era nelle coordinate (latitudini e longitudini di poetica sostanza) del sentimento e delle regole amorose, qui nel carotaggio empatico di un deserto che deserto in realtà non è. Qui si entra nella carne del mondo, lì si carezzavano le vertebre dell’affezione.

Helmer – a mio avviso – coglie due piccioni viaggiatori con una sola fava; lancia un messaggio di forma hollywoodiana in molti frammenti visivi, organizzati come sintesi comiche un po’ manichee in verità, vissute e visitate da ‘maschere’ che impersonano ora l’ardire ed ora la viltà, ora la stupidità ed ora la sensualità dell’uomo. Ma affida alla sua forma cinematica anche un lungo elenco di luoghi comuni (comuni certo, ma anche degni di nuova visitazione) che appartengono alla commedia classica ed ammaliante dei Ptuško o dei Paradzanov, la felice intensità popolare di alcune cose della coppia Chuciev-Mironer, il senso del paradosso musicale (perché di musica per immagini, ebbene sì, si tratta) di alcune soluzioni formali del primo Iosseliani. Dunque Helmer costeggia, spesso con mano sicura e a volte con ingenuità fin troppo evidenti, il ‘mainstream’ occidentale e la ’autorialit’ di molto cinema russo; favoleggia un rivolo di acqua luminosa, il suo ‘fare cinema’ magari, che possa davvero conseguire il risultato finale di unire, di miscelare, di salvare anime e corpi, cuori e gole. E non sempre vi riesce. A volte per foga di sintesi, altre volte per una stanca analisi di dettagli e di complicate corrispondenze.

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Ma questo film va visto e gustato con molta attenzione. Il villaggio è stato dimenticato dal mondo; non è mai stato segnato sulle carte geografiche ed ora, finiti i grandi conflitti e le piccole crudeltà della storia, vive la sua fragile normalità. Gli uomini hanno scavato la roccia della montagna con un costo umano terribile, hanno creato un acquedotto che ha permesso la vita della comunità, che ha decretato gli equilibri, che ha dispensato doveri (per le donne, che adesso devono lavorare e soddisfare le voglie dei maschi – spesso in contemporanea!) e diritti (per i maschi che hanno trasformato l’osteria nel loro club filosofico, allo stesso modo in cui hanno vestito di comportamento la loro inettitudine). Ma il corrode le strutture umane. La condotta dell’acqua perde, anno dopo anno, la sua portata e ben presto il villaggio si ritrova a secco. Inizia così una guerra dei sessi (o per il sesso) che in verità conduce a danza il ciclo delle rivoluzioni, della rivolta e del nuovo ordine. Il giovane Temelko ha portato con sé dalla città una valigia piena di soffioni per doccia; dapprima è irriso per questo. La sua idea di dispensare acqua corrente nelle case proprio nel più disperato momento di siccità, lo fa apparire uno stupido ragazzo senza coscienza del mondo. Così come sembra comicamente irrealizzabile l’amore carnale con la sua amata Aya. “Il vostro amore si compirà solo quando si incontreranno in cielo la Vergine ed il Sagittario”, profetizza la saggia babooska, ed i ragazzi si guardano sorridenti. L’undici luglio è vicino. “Ma tra quattro anni!”, finisce il vaticinio la vecchia e lo scoramento invade i loro cuori. Tutto sembra impossibile così come il sogno sempre autoalimentato di Aya di poter volare (prima si denuda sul tetto della sua casa, in una delle scene più belle del film; poi Temelko quasi soddisfa il desiderio con una invenzione che sa di argani e di innamorata poesia; poi Aya vola davvero con un missile fatto in casa che pare una sorta di figlio iconico che sta tra Méliès e Kusturica!), ma tutto viene alla fine portato a compimento grazie al motore del genere umano. Le donne.

“Se cediamo, se gli diamo il minimo appiglio, non ci sarà più un mestiere che queste, con la loro ostinazione, non riusciranno a fare. Costruiranno navi, vorranno combattere per mare. Se poi si mettono a cavalcare, è la fine dei cavalieri!”, fa dire al coro dei vecchi Aristofane in un passaggio illuminante della sua “Lisistrata”. E qui gli fa eco Aya, la giovane beniamina delle donne, che davanti agli uomini schierati li affronta ed li umilia a muso duro. “Dove sono gli uomini con questa leggendaria reputazione? Io non li vedo. Tutto quello che vedo è una miserabile banda di buoni-a-nulla che impestano il villaggio, troppo vili per prendere in mano la situazione!”. Queste sono le sue parole prima che Temelko, da dentro le viscere della madre sotterranea, troverà il modo di portare l’acqua della vita dentro le nude pietre del villaggio.

Recensione: filmtv.it

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