//ADAPTATION. [SubITA]

ADAPTATION. [SubITA]

 

Titolo originale: Adaptation.
Nazionalità: USA
Anno: 2002
Genere: Biografico, Commedia, Drammatico
Durata: 114 min.
Regia:

 

Che qualcosa fosse accaduto nel americano con Essere John Malkovich lo abbiamo sostenuto da subito: la generazione dei registi più inventivi e rivoluzionari di MTV passava al potere e questo, lo diciamo senza imbarazzi, ci entusiasmava. e il suo partner Kaufman (complice di uno dei film più sottovalutati della scorsa stagione, Human Nature – di un maestro vero, Michel Gondry -) servono in tavola uno dei piatti più appetitosi dell’annata. Che il regista fosse un talento vulcanico, di quelli per i quali è lecito spellarsi le mani, ce lo avevano detto i suoi splendidi video. Pochi cenni ai più famosi: Sabotage dei Beastie Boys (“Whyyy Our Backs Are Now Against The Wall Listen All Of Y’all It’s A Sabotage”), costruito come una sigla di una serie poliziesca degli anni 70, sintesi ultima e bignami completo di un’intera era televisiva, quattro minuti e passa di divertimento e metadiscorsività purissimi (per la redazione italiana di MTV il più bel video di sempre); Praise You di Fatboy Slim (“I have to celebrate you, baby. I have to praise you like I should”), clip fatto con due soldi, un paio di handycam e il Torrance Community Dance Group in un happening improvvisato all’ingresso di un teatro; detto così sembra una sciocchezza, ma il risultato ha dell’ipnotico, non ci si stanca di riguardarlo e sfido chiunque, una volta vistolo, a ballare su quelle note senza tentare le stesse mosse demenziali del Group; Weapon of choice, ancora Fatboy Slim (“You can go with this, Or you can go with that”), in cui un autoironico Christopher Walken (grande tap dancer e in questo caso anche autore della coreografia) mima l’improbabile cantato, danza e vola. Accanto a questi tanti altri, tutti imperdibili: da Tainted Love dei Soft Cell e Elektrobank dei Chemical Brothers a Electrolite dei REM.

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Dopo il successo del precedente film, Jonze torna con un nuovo sofisticato meccanismo in cui, ancora una volta, finzione e referenti reali si mischiano creando vertigine. Alla base della pellicola un romanzo\reportage della giornalista del New Yorker Susan Orlean che Kaufman (su richiesta di Jonathan Demme) doveva sceneggiare per il grande schermo. Di fronte alla difficoltà del compito, lo screenplayer decide di scrivere della sua tormentata attività di adattamento del libro: i livelli narrativi cominciano allora ad inseguirsi e a sovrapporsi; sì, perché questo racconto autoreferenziale è già il film: Kaufman è un uomo sfigato, pieno di complessi, ma artista di talento che, dopo aver penato sulle pagine del romanzo, decide di entrare di forza nel suo scritto; in quel momento il protagonista ha l’idea, un’idea che è il film che stiamo guardando, un film che viene riproposto in termini solo schematici e strutturali (lo svolgimento lo abbiamo già visto). Ma Adaptation. non si limita a questa eccitante mise en abyme e, ponendosi come acutissima riflessione teorica sui meccanismi del racconto filmico, diventa esposizione e analisi\rovesciamento degli stessi (la figura del fratello gemello che intanto scrive una sceneggiatura sul solito serial killer in cui il protagonista – che ha, si badi bene, una doppia personalità – riduce i suoi cadaveri in piccoli pezzi e viene chiamato “il decostruzionista” e ancora, la figura – reale – dello sceneggiatore McKee che denigra, nei suoi seminari, l’uso del voice over, che, ovviamente, domina incontrastato in questo film), sorta di paranoico formulario narratologico in forma di opera brillante (si prendano i flashback, parodici e totalmente assurdi, oscillando tra i miliardi, le centinaia e i pochi anni prima). Reso edotto che un finale imprevedibile riscatta qualsiasi film, Kaufman (Cage che ne interpreta il personaggio e l’effettivo sceneggiatore) dà al plot una svolta finale imprevista, fuori registro, di studiato e cosciente eccesso: il teorema a questo punto si chiude, i conti tornano e i livelli del film si riallineano sulla splendida sequenza finale.

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Nuova stramberia per Jonze, dunque, ma tutt’altro che un semplice giochino: Il ladro di orchidee è quanto di più originale e intelligente ci abbia proposto il americano negli ultimi tempi, nuovo trionfo della strategia metacinematografica in cui i rischi di autocompiacimento, pateticità, autoindulgenza, narcisismo etc. sono tutti calcolati, esposti (lo sceneggiatore protagonista non si masturba mica casualmente…) e discussi nel film stesso che, in questo senso, mette le mani avanti, certo, ma per propria necessità intrinseca prima ancora che per una controffensiva all’eventuale, prevedibile critica. Nuda e morbosa esposizione di un processo di creazione che diventa parabola oscillante tra i temi del desiderio, della passione (“tu sei ciò che ami, non ciò che ama te”) e della delusione, il film non rimane impigliato nelle sue complicate evoluzioni grazie allo stile e alla leggerezza di Jonze, un brio e un occhio che conosciamo, e si affida a interpreti efficaci: da Nicholas Cage, decisamente in parte nel ruolo dei due gemelli, a Meryl Streep nella parte della scrittrice (ovviamente Susan Orlean esiste e così il suo romanzo che è reperibile per i tipi Mondadori).

Tutt’altro che scontato il successo di questa pellicola, troppo bizzarra per poter piacere a tutti, troppo ricercata per non indurre qualche spettatore addomesticato dalla tv a sbuffare spazientito.
Restate in sala fino alla fine del film, titoli compresi.
is fucking in heaven.

Recensione: spietati.it

 

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