//ALIENATION [SubITA]

ALIENATION [SubITA]

 

Titolo originale: Otchuzhdenie
Nazionalità: Bulgaria
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 75 min.
Regia:

 

Un uomo di mezza età passa la frontiera tra Grecia e Bulgaria. Sta andando a cercare un bambino da adottare illegalmente. Il bimbo in verità è ancora nel grembo della madre e nascerà, in una notte di tempesta, nel covo tra le montagne che l’uomo ha preparato con cura meticolosa.

Un uomo è alla guida di una macchina d’epoca e sta per attraversare il confine. È un greco di oltre cinquan’anni. È diretto in Bulgaria, per comprare un bambino. Per poter contrabbandare il neonato, Jorgos ha allestito nel bagagliaio dell’auto uno scomparto segreto mascherato da serbatoio di gas. Il bambino non è ancora nato: il greco lo aspetta in una casa isolata di montagna insieme alla madre, suo fratello sordomuto e l’ostetrica. La nascita avviene durante una notte di tempesta. [dal sito delle Giornate degli autori]

Alienation è l’opera prima del regista bulgaro . Un esordio cinematografico seducente, anche perché intriso di suggestioni ascrivibili alla scuola autoriale russa, risalendo dagli epigoni fino ai suoi maestri. Nella vicenda di Jorgos, un greco di mezza età, che pianifica la compravendita di un neonato per raggirare la sterilità che logora il suo matrimonio (pur avendo al fianco una moglie giovane, remissiva e dedita ad assistere la suocera inferma) torna a farsi vivo quel sentimento angoscioso, misto di tensione verso una continuità immaginaria e l’ineluttabilità dell’estinzione insieme, che connotava il viaggio funebre dei protagonisti senza discendenza, ad esempio, di Silent souls di Ferdochenko; mentre nelle distorsioni e nelle trasfigurazioni fotografiche dell’orizzonte ruvido, del cielo plumbeo, oscurato dall’addensamento di nubi, torna lontano l’eco stilistico di Sokurov, maestro dell’antropomorfizzazione del paesaggio impervio e dell’anima inquieta.

Sono solo quadri, invece, le reinterpretazioni di posture, come iconografie di uno stato dell’animo, che come lampi si impongono alla vista, qualora si sappia riconoscere in una figura intera di donna, che volge le spalle, in piedi presso la staccionata della propria casa, già sprofondata nel limbo dell’attesa del marito ormai lontano, quell’isolamento femminile, sempre identico a se stesso, che sa di generazioni passate e confuse, che è dello Specchio tarkovskiano.
È infatti l’alienazione dalla sensibilità e dalla percezione del rapporto e del dialogo umano, pur anelando alla persistenza della relazione genealogica stessa, che Lazarov intende narrare, prediligendo un impianto stilistico e metaforico programmatico: l’alienazione è nell’ipoacusia, nell’annientamento delle capacità uditive, come scelta, imposizione o conseguenza della rinuncia totale al senso dell’espressività.

Quando Jorgos, in uno dei pochi scambi di battute, spiega a sua moglie, indispettendola, l’alibi per cui «non esistono uomini cattivi, ma azioni cattive», emerge chiaro il doppio invito ad abdicare dalla parola come comprensione e ad assecondare la volontà di lasciare che i personaggi vengano vissuti nel silenzio dagli accadimenti, anziché condurli secondo degli scopi dichiarati e chiarificati. Le ragioni, le intenzioni (buone), sono date per scontate e non chiedono di essere sviscerate, bensì rispettate in buona fede, sino al punto di far eclissare ed esonerare gli esecutori stessi da ogni imputabilità e responsabilità, dimenticando ogni giudizio etico. È lo stesso Lazarov a sottolineare: «… il tema principale del film è la vendita di un neonato ad uno straniero. Ero piuttosto determinato a raccontare una parabola che a seguire il copione spaventoso di questo triste business. Non è un manuale su come comprare un bambino nella povera Bulgaria. È un itinerario su come perdere se stessi.» 1

Il distacco che conduce all’astensione dalla vita passa anche dalla dissoluzione del suono. Per converso, si deduce che per il regista la vitalità risieda nell’acustica delle relazioni e la soppressione volontaria dell’emissione di manifestazioni sonore, come segnale attivo di azione e reazione, sia condizione alienante: si tratti dei gemiti repressi di un rapporto sessuale dalle movenze meccaniche, appena accennate, o al limite estremo, le grida di dolore di un parto, ridotte al ritmo affannato del respiro della partoriente, cui solo il volto madido riflette sofferenza fisica; perfino il neonato, il cui primordiale segno di vita è il pianto a squarciagola pare stentare, nella smorfia del piccolo e roseo viso, a lasciare scoppiare il proprio vagito, l’impeto ancestrale dell’essere venuto alla luce. Anche ora che la rigenerazione della vita sopraggiunge irrefrenabile coi suoi decibel innocenti e incontaminati, sarà la natura stessa a far in modo che vengano coperti, inudibili alle orecchie del mondo che lo accoglie, soffocati dallo squarcio dei tuoni di una tempesta.

A sopraffare la propagazione delle vibrazioni di una nuova vita è lo scatenarsi di un temporale che si apprestava visibile nel cielo a ridosso della nascita, sino a penetrare nell’immagine della gestazione stessa: i circoli chiaroscurali delle nubi sospinte dal vento si confondono con i vortici ecografici che rimandano in video la sagoma del nascituro. L’alienazione afona si prefigura dunque come uno stato prenatale già segnato. Una predisposizione d’animo, più che una condizione di sordità fisiologica (lo zio del bambino, fratello della madre che per indigenza lo abbandonerà in cambio di denaro, è sordomuto, eppure con sua sorella comunica ed esprime affetto attraverso il dei segni; che si trovino a distanza, separati dai vetri di una finestra, si comprendono). In un ribaltamento dei sensi, la priorità è negli occhi e non più nelle orecchie, in una corresponsione di sentimenti, preclusa a coloro che abbassano o distolgono lo sguardo, relegando fuori della propria visuale il gesto (la madre inferma di Jorgos alza un braccio all’arrivo del figlio nella sua stanza, ma questi trascura il cenno, che non è un semplice saluto, bensì un invito a fermarsi, a smettere solo per un istante la ripetitività estraniante e mortifera che scandisce le sue ore lente e laconiche).

Probabilmente, è proprio a causa di queste negligenze affettive che Jorgos si dimostra persino più inabile alla conversazione, quasi comico, del suo interlocutore audioleso, quando cercando di entrare in dialogo con lui, mima goffamente le azioni, aiutandosi con parole essenziali, quanto approssimative. Un approccio forzato, eppure sinceramente voluto, che lascia perplesso e impietrito il giovane ragazzo, di cui vorrebbe guadagnarsi la fiducia, anziché estorcerla col denaro. Jorgos rivela di essere anch’egli bulgaro, anche se per solo un quarto del suo albero genealogico, enfatizzando questa fantomatica familiarità attraverso la somiglianza del taglio e del colore dei loro occhi, come si trattasse di scoprire una viscerale affinità. Il bambino non vivrà tra estranei, bensì tra uomini che condividono un’antica radice genetica. È questa la promessa di Jorgos, padre innaturale, che sulla via del ritorno, riattraversa in auto le medesime gallerie autostradali, metafora pregnante e inconscia di se stesso: quando le onde radio si perdono, più che il silenzio e il buio estemporaneo, è la sensazione di vuoto a prendere il sopravvento; le orecchie si chiudono e solo gli occhi possono focalizzare il punto di luce, il varco insperato alla fine del tunnel.

Note 1.. Dalle note di regia

Recensione: uzak.it

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