//ANTIPORNO [SubITA] 🇯🇵

ANTIPORNO [SubITA] 🇯🇵

Titolo originale: Anchiporuno
Nazionalità: Giappone
Anno: 2016
Genere: Drammatico, Erotico
Durata: 76 min.
Regia:

 

e il “roman poruno”, l’erotico di produzione Nikkatsu. Antiporno è un film politico, spettrale ma ultra-pop, violento e beffardo, dal quale non si esce vivi. Al Torino Film Festival.

La carne e il sangue

Kyoko è un’artista ventunenne con manie di protagonismo. In un momento di sconforto si sfoga contro la sua assistente, più grande di lei, umiliandola sessualmente di fronte al loro staff. Improvvisamente qualcuno urla «taglia!» e ci si scopre sul set di un film. Una frattura della realtà che permette a Noriko di assumere il ruolo dominante e ribaltare le umiliazioni. [sinossi]

per Antiporno non poteva scegliere un titolo più adeguato, e dimostra ancora maggior forza e intelligenza il fatto che questa scelta si inserisca in un processo industriale perfino nostalgico e passatista come quello ordito dalla Nikkatsu, che ha voluto recuperare la memoria dei roman poruno, i roman porno che fecero la fortuna della centenaria casa di produzione proprio nel momento di massima crisi del cinema nipponico. è un eretico, lo sa bene chiunque abbia dimestichezza con il suo cinema. Un eretico che costringe lo spettatore a reinventare il proprio sguardo, la propria concezione dell’artista e della sua poetica espressiva. Nel momento in cui in apparenza il cinema di Sono si sta muovendo con maggiore sfacciataggine in direzione dell’industria (nel 2015 addirittura cinque film portati a termine, tra i quali i mainstream Shinjuku Swan, Love & Peace e Tag), ecco arrivare il risveglio, con addosso solo le mutandine e per di più calate all’altezza del ginocchio, di Kyoko. Nevrastenica e in perenne iperventilazione, la giovanissima Kyoko, che tutti venerano come astro nascente dell’arte concettuale nipponica; così apprezzata che le riviste di moda le dedicano articoli e servizi fotografici. Ma c’è qualcosa nella mente di Kyoko, che non riesce a uscire o esce solo a sprazzi, come quelli spruzzi di colore che sparge sulle tele e che la inonderanno, cascata di vernice che è anche ultima vestigia dell’orgasmo, nel finale del film. C’è una memoria di stupro, e di – della sorella minore, eccellente pianista classica – dietro quei sorrisi, quegli urli, quelle danze sbilenche da una parte all’altra della stanza. C’è anche qualcos’altro dietro le pareti di quella stanza. C’è un set. C’è un film in corso. C’è la falsità di Kyoko/dominatrice che si trasforma nella verità di Kyoko/dominata, repressa, insultata.
È ferale lo sguardo di Antiporno, che non fa molto caso alla committenza per spingersi al di là; se c’è erotismo, è sempre represso, distrutto, annientato. Non è Sono a farlo, sia chiaro, per un impeto di reazione. È la società, quell’incubo mostruoso in cui cadono sempre i protagonisti dei suoi film; quella società che si può solo attraversare urlando a perdifiato, come faceva lo stesso regista ai tempi degli esordi in super-8, I Am Sion Sono!! o Love, e come poi hanno continuato a fare i protagonisti dei film, da Bicycle Sighs (1990) a Why Don’t You Play in Hell? (2013), passando per Love Exposure, Himizu, e il dittico del 2005 composto da Strange Circus e Noriko’s Dinner Table.

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Proprio questi ultimi due titoli citati sembrano i parenti più prossimi di Antiporno, che in qualche modo racchiude al suo interno tanto il discorso sulla e le sue aberrazioni quotidiane – Kyoko che parla di sesso con i genitori a tavola, durante un normalissimo pranzo, non è poi così diversa dalla Mitsuko di Strange Circus che origlia per la prima volta il padre e la madre mentre hanno un rapporto sessuale – quanto quello su una società esclusivamente competitiva, violenta, priva di qualsiasi rifugio per l’umanesimo.
Sfruttando l’arma dell’ultra-pop, da sempre a lui cara, il regista giapponese mette in scena una tragedia senza limiti, sforando per eccesso, divaricando gli occhi dello spettatore con delle tenaglie immaginarie, costringendolo una volta di più a guardare, e a diventare consapevole del proprio sguardo. Le schegge di memoria impazzita di Kyoko, che racconta di uno stupro mai realmente compiuto e divide il mondo in due categorie, le cagne e le puttane, ambendo alla seconda ma sapendo suo malgrado di far parte ancora della prima, sono le schegge di cinema di un regista che sabota per primo qualsiasi tentativo di apparentamento. C’è chi ha parlato di Tarkovskij (ispirazione più evidente nello sci-fi filosofico The Whispering Star, se proprio si deve portare avanti il gioco degli accostamenti cinefili), ma la crudezza del linguaggio, tra il reale e il grottesco, e la dimensione teatrale che rinchiude in ogni caso i protagonisti in stanze, case, uffici, set, fanno semmai intravvedere il ghigno beffardo di Rainer Werner Fassbinder, oltre a sane dose di cinema giapponese del passato, ovviamente.

Con la libertà enunciata fin dalla genesi del progetto da poter sfruttare, Sion Sono traccia un percorso à rebours nel suo stesso essere al mondo cinematografico, rimescolando le carte per rappresentare una volta di più in scena i suoi temi portanti: l’amore come dolore frustrante e inappagabile, l’obbligo nei confronti della e della società, il senso del dovere che è sempre , l’attrazione/repulsione per il sesso, la libertà come elemento della scena, ma mai della vita, e la volontà di resistere, sopravvivere a tutto e a tutti. C’è poi l’obbligo alla mascherata, che fu anche alla base dello splendido e in parte già dimenticato Guilty of Romance, ma che attraversa l’intera carriera del regista, come testimonia I Am Keiko (1997). Com’è inevitabile, visto anche il tema del corpo e del suo utilizzo (la donna non è padrona di sé in una società neanche quando le si permette di esserlo; un Sono ai limiti del marxiano), Antiporno è una creatura di grande forza politica, e non fa nulla per nasconderlo. Anzi, utilizza proprio l’escamotage del riferimento politico, filtrato anche attraverso i medium in scena, come i televisori, per rafforzare ancora di più la tessitura della psicologia della protagonista. Quel che ne viene fuori è un film dolorosissimo e iper-colorato, ossimoro vivente che narra la libertà negandola. O il contrario.

Recensione: quinlan.it

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