//ARCANA

ARCANA

 

Titolo originale: Arcana
Nazionalità: Italia
Anno: 1972
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Durata: 102 min.
Regia:

 

I frutti puri impazziscono
Una vedova, emigrata col figlio dal meridione alla Milano dei quartieri popolari, sbarca il lunario leggendo le carte e la mano, preparando rimedi contro il malocchio e allestendo sedute magiche. Il figlio aspira a conoscere i suoi segreti e, realmente dotato di poteri sovrannaturali, se ne serve per violentare una giovane cliente della madre, prossima alle nozze. La ragazza rimane incinta, con conseguenze devastanti sul microcosmo familiare, il cui precario equilibrio risiede nel rapporto conflittuale tra la madre e il figlio. 

Un operaio spunta fuori da un tombino, dal sottosuolo sbuca tra i marciapiedi di una grande città. Altri si piazzano in una tenda allestita proprio su quella botola. Guardano la città dal basso, i passanti, le gambe delle donne. Con questo folgorante incipit comincia Arcana che, compreso Il passo (1964), è il quarto e ultimo capitolo del duo /Franco “Kim” Arcalli, altrimenti detti Jules e Kim. Arriviamo poi in un grande casermone di edilizia popolare, dove è ambientata la storia. Emblema di quell’urbanistica periferica dei palazzoni anonimi di quartieri dormitorio degli anni del boom economico, quella che peraltro è servita ad assorbire, nelle grandi città del Nord, i flussi migratori dal Sud.
Con uno sguardo antropologico, ispirato ai saggi dell’etnologo Ernesto de Martino, Questi, racconta la di quegli anni, e fotografa un’Italia sospesa tra modernità e superstizione, tra progresso e incidenti nei cantieri, tra prosperità e immigrazione forzata.
Nella casa della signora Tarantino (nome che richiama il tarantismo e le credenze mediterranee ma che suona anche come un’ironica preveggenza di Questi per il regista americano che lo avrebbe rivalutato), a partecipare alle sue sedute magiche, a sottoporsi alla lettura della mano o delle carte, si alternano ricchi borghesi milanesotti, donne con vistose collane, uomini in cravatta, ‘cumenda’ che vogliono controllare, sapere tutto.
La madre assume quel ruolo taumaturgico che anche nel mondo moderno non è passato di moda, cui la gente si rivolge per avere amuleti ma anche per procurare aborti clandestini. Se questa appare da subito come una truffatrice, il figlio si rivelerà possedere davvero poteri sovrannaturali. Il fantastico strano di Todorov si converte nel fantastico meraviglioso non appena vediamo i piatti e le zuppiere lievitare magicamente. La parabola del figlio nel film, che arriverà ad allestire un manufatto stregonesco su una fermata del metrò, equivale a quella dell’Emilia di Teorema, divenuti entrambi portatori di una carica di irrazionalità eversiva, gravida di esoterismo nel primo, di misticismo nella seconda.

Aprire il tombino è come scoperchiare un vaso di Pandora, far uscire dal sottosuolo i fantasmi, così come il figlio spunta fuori dalle tende, da un sipario. Come avrebbe fatto Ferreri a Parigi con Non toccare la donna bianca, Questi trova nei cantieri della metropolitana milanese le viscere della città, quei meandri della , una tensione urbana sotterranea, il suo rimosso pronto a riemergere prepotentemente. Un rimosso fatto di morti bianche – come quella del marito della protagonista morto nella galleria del metrò – e di mutilati cui la legge non riconosce nemmeno i sussidi. Un rimosso che è anche quello delle superstizioni, delle credenze popolari che sono sepolte dal progresso.
Una industriale che ha perso ogni legame con la natura, i suoi cicli e i suoi ritmi, come Questi aveva già raccontato con i polli in batteria in La morte ha fatto l’uovo. Mentre un personaggio nel film rimpiange “la roba genuina che si mangiava una volta, formaggio, pane, latte, roba buona”. Questi indugia a mostrare le crepe della pavimentazione stradale, un monito al riaffiorare di una cultura ancestrale, mai definitivamente sopita, a un’irruzione del fantastico nel razionale. Fatto di magia, di riti apotropaici e voodoo equivalenti, tarante, così come di una sessualità rustica – il leccare le dita dei piedi – di una morbosità incestuosa, di riti orgiastici. Scheletri di animali tra rifiuti e detriti, il serpente nella raffineria, l’asino che vola, issato da una corda, le rane sputate, la lucertola appesa. Questi come sempre nel suo cinema, ricorre abbondantemente a immagini di animali. Quel mondo della natura che popolava già i suoi racconti sulla Resistenza, quel bestiario che accompagnava i suoi partigiani contadini, imbrigliato poi dagli allevamenti intensivi de La morte ha fatto l’uovo, ma pronto a sfuggire a quelle maglie. Così come torna ancora nel suo cinema, nel ‘rastrellamento’ dei disabili, i diversi, in fila, nella repressione della polizia sparando sulla folla, il fascismo con i suoi germi che non sono mai stati del tutto debellati.

Recensione: quinlan.it

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