//ARE WE NOT CATS [SubITA]

ARE WE NOT CATS [SubITA]

 

Titolo originale: Are We Not Cats
Paese di produzione: USA
Anno: 2016
Durata: 77 min.
Genere: Commedia, Horror, Sentimentale
Regia:

 

Film di chiusura della 31esima edizione della Settimana della Critica, Are We Not Cats è un disturbante viaggio nell’anormale e nel deforme, anarchico e pieno d’inventiva.

Ehi, ehi, che capelli che c’hai!
Dopo aver perso lavoro, fidanzata e casa in un solo giorno, un giovane tenta di ricominciare una nuova vita, ma i suoi piani vengono dirottati quando incontra una donna che condivide la sua abitudine più strana: un’inclinazione a mangiare i capelli. [sinossi]

Si tira sempre un gran sospiro di sollievo quando appaiono film come Are We Not Cats, titolo di chiusura della 31esima edizione della Settimana della Critica. Perché si ha la dimostrazione di come il cinema possa essere ancora libero, perverso, anarchico, radicalmente indipendente, così come lo era negli anni Settanta. L’americano , di stanza a New York, gira con questo suo primo lungometraggio un film che unisce echi kafkiani a un puro gusto exploitation e con rimandi a Lynch, Cronenberg e al primo Abel Ferrara, quello di The Driller Killer per intenderci.

Un giovane ebreo di origine russa (e in quanto ebreo non è mai stato boy scout, come dice ad un certo punto) si ritrova nello stesso giorno a perdere la fidanzata, il lavoro (faceva lo spazzino) e la casa (perché i genitori la vendono per trasferirsi al sole dell’Arizona). Lui invece, per reazione, si prende il camion del padre e se ne va al Nord, tra le nevi eterne, a inseguire una ragazza senza capelli, un possibile posto da falegname, ma soprattutto per praticare una degradazione nel bianco assoluto degli inferi, un girovagare nel cuore del nulla in un posto apparentemente senza scampo, dove si può solo morire. Forse.
Ha un incipit straordinario Are We Not Cats, dallo spirito punk e allucinogeno, con un dettaglio non meglio definibile che appare così vicino da diventare astratto (e che si rivelerà poi essere la cute dei capelli). Quindi diventa ben presto chiaro che ha pensato al suo film non tanto per fare dello scandalo fine a se stesso o per sorprenderci e lusingarci con la sua inventiva, quanto per trovare una forma di correlato alla degradazione di un uomo che sembra procedere senza una meta logica, ma che in realtà cerca la morte per poter magari rinascere.

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Tutto questo assume forme sgradevoli e deformi, dalle pustole che appaiono sulla sua schiena all’abitudine di mangiarsi i peli della barba, che finiscono per specchiarsi nell’ancora più anormale comportamento della ragazza di cui il protagonista si innamora in maniera animalesca: una compulsiva mangiatrice di capelli, che quindi è costretta ad andare in giro in parrucca. Ma nelle immagini che si squadernano davanti ai nostri occhi, pur se a tratti repulsive, non vi è per l’appunto nulla di gratuito, perché da Are We Not Cats traspare una disperazione sincera, senza compromessi, un rifiuto e un orrore verso qualsiasi forma di regola, sia essa sociale, narrativa o visiva.
Colpisce ad esempio il gioco consapevole che Robin fa sulle forme dello sguardo, come nella discoteca-sotterraneo in cui ci si ritrova ad un certo punto, dove spariscono letteralmente i corpi, annullati dalle macchie di colore rosso, corpi che sembrano di tanto in tanto ri-palesarsi sotto forma di un lisergico effetto in rilievo.

Tra eccesso di materia – il bolo di capelli che i gatti riescono ad espellere, ma gli umani no – e disintegrazione del corpo, Robin in Are We Not Cats riesce dunque anche a lavorare sull’immagine e sull’immaginario, rifacendosi a un’estetica di macchina a mano nervosa e violenta nella parte newyorchese e a un’iconografia apertamente vintage nella coloratissima casa della ragazza in mezzo alla neve. Il rifugio di lei, con la puntina del giradischi che aziona uno strampalato marchingegno che è una sorta di lanterna magica, è il rifugio di chi scappa da un mondo orribile e odioso (incarnato dal fidanzato della ragazza), una tana piena di meraviglie oziose e superflue, ma indispensabili per potersi lasciare cullare dal proprio io e dalle proprie ossessioni. Quel rifugio perciò è in un certo senso il cinema stesso, quel cinema e quella musica che hanno foraggiato l’immaginario di Robin e in cui sentiamo pienamente di riconoscerci.

quinlan.it

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