//ATLAS [SubITA] 🇫🇷

ATLAS [SubITA] 🇫🇷

Titolo originale: Atlas
Nazionalità: Francia
Anno: 2013
Genere: Documentario
Durata: 76 min.
Regia: Antoine d’Agata

 

Silenzio. Devi fare silenzio. Fuori c’è la guerra. Lo senti, il gracchiare del corvo? È lì appollaiato sul cemento armato, al riparo dalla guerra, che è fuori. Che è fuori, ma la guerra è dentro di noi, e quel «fuori» non è che una proiezione del nostro intimo sintetico. Bisogna fare silenzio. Non si tratta più né di vedere né di partecipare, ma di sentire e percepire, poiché solo auscultando le pulsazioni del sangue nelle nostre vene rinsecchite il colore della stanza si accenderà del suo stesso rosso, e noi potremmo così immergerci in esso, perché ci appartiene, al pari di ogni cosa con cui entriamo in relazione: la siringa che buca la mia pelle è un’appendice della mia mano, ed io sono l’eroina che essa inietta nel mio flusso sanguigno. A tal proposito Blankenburg parlerebbe di una perdita dell’evidenza naturale, e forse ha ragione, ma a patto che ciò designi uno spandersi & un’espandersi del nostro corpo nell’illimitato e indefinito spazio circostante, il che, per quanto possa implicare una certa inautenticità dell’Esserci, deve venire inteso come puro e semplice evento*, sicché quell’inautenticità sia in ultima analisi una determinazione del nostro Esserci, qualcosa che lo forsenni e l’ossessioni fino al suo più completo rinnovo, a quella nuova autenticità che è l’Oceano in cui l’Esserci affluisce per mezzo dei fiumi dell’eroina spandendosi infine nell’Essere. L’importante è fare silenzio, contemplare. Contemplare: l’abisso della droga, il segno di una malattia inevitabile, la prostituzione come continuum di un’esistenza che è ora costretta in una dimensione nuovamente originaria, il tuo stesso corpo, livido e in preda ora alle convulsioni ora a una stasi che è quasi un rigor mortis. (Sembra dipinto da Goya, il tuo corpo, ed è così disincarnato da essere veramente assimilabile a una riga di matita.) E ancora: la nebbia che permea il paese, che è soltanto tua, e quest’oscurità che scaturisce dal profondo della tua intimità e che è cielo, talmente tumefatto da sembrare notturno. Etc. L’atlante quindi descritto è Atlas, opera prima del fotografo della Magnus Antoine d’Agata, un’opera di paranoia claustrofobica solo vagamente imparentata al capolavoro di Pedro Costa, No quarto da Vanda (Portogallo, 2000, 171′) e, più profondamente, sfuggente a ogni tentativo di genealogia, perché ciò che lascia dietro di sé, Atlas, è il fumo del morto, una pietà mancata, la scia che è traccia di un passaggio e non è dunque che segno – come direbbe Ginsberg – che l’ultima foglia è caduta in anticipo. Perciò taci. Fuori c’è la guerra, e tutto sommato «noi siamo soli»**, cioè siamo per noi stessi e tanto basta, avvolti in una solitudine che è immediatamente perdita, sconfitta, aborto e mancanza, e ogni tentativo di rapportarci al mondo prelude a una contrapposizione che sbiadisce soltanto nel momento in cui non perviene all’esistenza che l’Allon – e noi in esso***, con esso. Ecco, credo che Atlas descriva quest’espansione panica del proprio essere, che è il corpo. Il corpo: questo corpo, che non è mai un corpo ma ogni corpo, o almeno così è nell’abisso in cui l’eroina inabissa, nel silenzio che trascina ogni voce e nel quale ogni suono si perde – e fuori c’è la guerra e, dentro di noi, non c’è che silenzio, ma la guerra è dentro di noi, e quel «fuori» non è che una proiezione del nostro intimo sintetico, quindi devi fare silenzio. Silenzio. Lo senti, il gracchiare del corvo? È per te.

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* «L’inautenticità dell’Esserci non importa però un minor essere o un grado inferiore di essere. L’inautenticità può invece determinare l’Esserci, secondo la sua forma concreta più piena, nella sua operosità e vivacità, e nella sua capacità di interessarsi e di godere.» (Martin Heidegger, Essere e tempo) ** «Noi siamo soli. Non possiamo conoscere né essere conosciuti. “L’uomo è una creatura che non può uscire da se stessa”.» (Samuel Beckett, Proust) *** «La relazione con l’Allon non è una contrapposizione radicale, non è la relazione di un soggetto che, come saltando sopra un abisso si debba trascendere nell’oggetto. Si è costretti a ipotizzare una tale relazione solo se si fa della coscienza il soggetto dell’esperire e dell’agire. L’uomo, che in quanto mobile si erge sul suolo, non è mai radicalmente separato dall’Allon. La tensione dell’opposizione, certo, permane, ma accoppiata dialetticamente con l’essere-legato. Tutti i tipi d’incontro, disposti sulla scala che va dal salotto convenzionale fino alla reciprocità dell’abbraccio, si compiono all’interno della relazione con l’Allon, sul terreno, cioè, dal quale l’altro uomo si separa in quanto Heteros.» (Erwin W. Straus, Il vivente umano e la follia. Studio sui fondamenti della )

Recensione: emergeredelpossibile.blogspot.it

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