//ATTENBERG [SubITA] 🇬🇷

ATTENBERG [SubITA] 🇬🇷

Titolo originale: Attenberg
Nazionalità: Grecia
Anno: 2010
Genere: Drammatico, Erotico
Durata: 95 min.
Regia:

 

Marina, 23 anni, è cresciuta con il apdre in un prototipo di cittadina industriale presso il mare. Dal momento che considera la specie umana strana e repellente, se ne tiene a dovuta distanza, tuttavia la scruta intensamente tramite le canzoni dei Suicide, i documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough e le lezioni di educazione sessuale impartitele da Bella, la sua unica amica. Un forestiero, arrivato in città, la sfida a calcetto. Nel frattempo il padre si prepara ad uscire in modo rituale dal ventesimo secolo, che egli considera sopravvalutato. Contesa tra i due uomini e la sua collaboratrice Bella, Marina esplora il sorprendente mistero della fauna umana. [Dal pressbook del film]

Il cinema contemporaneo è frequentemente abitato da teenager border-line, disadattati goffi e orgogliosi dei propri limiti, nerd che creano tendenza, fautori di una visione del mondo filtrata da rappresentazioni di massa, snob promotori dell’arty quotidiano, lo strano come modus vivendi. Per questi individui l’immaginario pop è un supermercato in cui abbuffarsi di modelli, stili, riferimenti, atteggiamenti per poi rielaborarli, feticizzarli come mezzo di estrensicazione della propria personalità. Si tratta di personaggi autistici, poser narcisi disegnati per praticare retoriche dell’antiretorica: a volte soccombono all’intorno (Rushmore di Wes Anderson, etc), inadeguati a ciò che li circonda, a volte si impongono senza problematizzazione alcuna, novelli Re Mida che adeguano alla propria idea di mondo qualsasi cosa capiti loro di sfiorare (Juno, come esempio principe e Sundance mood a seguire). Marina, la protagonista di Attenberg, fa parte di questa nutrita fauna: ventitreanni, una maschera da misantropo da indossare, il distacco anaffetivo elevato a filosofia, un etologo come guru, uno sguardo da entomologo sulle cose della vita. Marina si mette in scena in questo modo, limita la sua figura a questa rappresentazione: si simula personaggio post-moderno, involuto nel proprio nichilismo, compiaciuto delle proprie eccentricità, i documentari di Sir David Attenborough (il titolo del film è la storpiatura di questo nome) e i brani dei Suicide come tramiti per dire la propria visione del mondo. E, ovviamente, l’abitudine a ridurre la realtà a struttura, a linguaggio ottuso, a gioco di parole nonsense. A mera confezione. Ma l’educazione a eros e thanatos, sottilmente, sotto i nostri occhi, minerà questa costruzione.

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, al suo secondo film, dopo avere prodotto Kinetta e Kynodontas di Lanthimos (qui nel ruolo dell’ingegnere che inizia al sesso Marina), coglie senza accenti e didascalismi la crescita del suo personaggio, con un occhio in grado di descrivere gli attriti tra il sé e il palcoscenico di sé, lavorando sui dettagli, sulle sfumature della recitazione (meritata Coppa Volpi ad Ariane Labed), sui paradossi emotivi delle situazioni messe in scena (dal rapporto sessuale ai discorsi sulla , sino al meraviglioso campo lungo finale). Dietro la frontalità, gli a parte di matrice teatrale e le infrazioni da cinema da autore 70ies, dietro la tonalità apparentemente glaciale, dietro l’olimpica constatazione della disincarnata burocratizzazione a cui si è sottomessa la umana, dietro la vacuità della prassi religiosa, dietro, in sostanza, la fine dell’umano, c’è un umano che nasce: il teen movie, per la Tsangari, è territorio di resistenza al contemporaneo, introduce il proprio personaggio all’. A qualcosa che eccede quel guscio chiuso, quella rappresentazione scorbutica: Marina dal cinema pare andare verso la vita.

Per questo ci piace. Perché Attenberg è la nemesi di Juno.

Recensione: spietati.it

 

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