//BAGHEAD [SubENG]

BAGHEAD [SubENG]

 

Titolo originale: Baghead
Nazionalità: USA
Anno: 2008
Genere: Commedia, Drammatico, Horror
Durata: 84 min.
Regia: ,

 

Baghead è la conferma del folle cinema dei fratelli Duplass, qui alle prese con la rilettura del tutto personale del thriller. Tra i protagonisti una ancora sconosciuta Greta Gerwig.

La busta in testa
Quattro giovani attori si rinchiudono in una piccola baita nelle foreste della California per scrivere una sceneggiatura: ma chi è l’uomo con la testa infilata in una busta di carta che li ossessiona?

Può un uomo con il volto coperto da una busta di cartone rappresentare l’immaginario incubale americano di questo inizio millennio? La domanda ci sorge spontanea al termine della visione di Baghead, secondo parto sulla lunga distanza dei Duplass Brothers, Jay e Mark (già alle prese in passato con The Puffy Chair, commedia che spopolò al Sundance Film Festival del 2005); nel raccontare la di quattro amici, attori senza troppa arte né parte suggestionati a tal punto dalla visione di un film a da mettersi in testa di riuscire nell’impresa autoprodotta solo passando un fine settimana nella baita in montagna di uno di loro, sembra racchiudersi il lamento critico di una generazione che dopo aver portato l’idea di film “indipendente” alle estreme conseguenze ha cercato di assimilarla ai gusti del mercato, meticciandola e (spesso e volentieri) facendole perdere la sua peculiarità principale.

I dialoghi brillanti e logorroici, la mdp a mano, sporca e decisa a rimanere incollata ai volti dei protagonisti qualsiasi cosa accada, la scenografia minimale, con le location ridotte al minimo indispensabile: tutti marchi di fabbrica di un cinema che nel corso degli ultimi due decenni ha visto nascere menti tutt’altro che trascurabili (i fratelli Coen, ovviamente, e poi Richard Linklater, Todd Solondz, Hal Hartley, Tom DiCillo, Lodge Kerrigan, Wes Anderson, il primo Neil LaBute e il primissimo Kevin Smith) ma ha anche osservato il proliferare di uno stuolo di opere perfettamente uguali tra loro, prive della benché minima motivazione e(ste)tica. Nell’assoluta aderenza ai dogmi del cinema indie che pervade la prima parte di Baghead ci si perde nel gioco piccolo borghese delle coppie, si prende amabilmente per i fondelli un cinema capace solo di parlarsi addosso, si architetta una commedia perfetta ma esile, o forse perfetta perché esile, priva di sovrastrutture, semplice e immediata. Ma si tratta comunque di una visione comoda, divertente ma sotto sotto frivola, perfino sterile verrebbe da dire: nulla che i nostri occhi non abbiano già ben impresso nella retina nel corso degli anni e dei film incontrati sulla propria strada.

Lo scarto, quel punto di non ritorno che permette al film dei fratelli Duplass di dire qualcosa di non banale, tutt’altro, sullo stato del cinema indipendente a stelle e strisce, è tutto racchiuso nella seconda parte del film. Dal momento in cui l’uomo nascosto sotto la busta di cartone diventa, giocoforza, il punto nevralgico di Baghead e il suo unico vero snodo narrativo, si avverte una disconnessione, un repentino cambio di marcia, l’essenza di una scossa tellurica non trascurabile. L’intera struttura che aveva retto fino a quel momento gli equilibri narrativi della pellicola acquista un senso ulteriore: non siamo più di fronte all’ennesimo epigono dei numi tutelari che abbiamo avuto modo di citare in precedenza, ma a un corpo ibrido che sospinge con veemenza la suddetta placidità borghese. Questo affrancamento dalla prassi, inaspettato e salvifico, sposta l’ago della bilancia su territori di tutt’altro genere: ci troviamo ora dalle parti degli slasher movie più usurati, per quanto si tratti più di un apparentamento etico che prettamente visivo.
È questo il punto di forza di Baghead, la capacità di condensare in un’ora e mezza scarsa derive cinematografiche così distanti tra loro, in uno sposalizio che non ha molti riferimenti nel passato e che si dimostra terreno decisamente fertile. Un esperimento arguto, sicuramente cinefilo ma non immune dal fascino (in)discreto del popolare. Che Jay e Mark siano gli ennesimi fratelli destinati a ottenere gloria e onori nella grande famiglia del cinema?

Recensione: quinlan.it

 

 

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