//BARREN ILLUSION [SubITA] 🇯🇵

BARREN ILLUSION [SubITA] 🇯🇵

Titolo originale: Ôinaru gen’ei
Nazionalità: Giappone
Anno: 1999
Genere: Drammatico, Fantascienza, Sentimentale
Durata: 95 min.
Regia:

 

In una Tokyo assediata da un misterioso e micidiale polline tossico, Haru e Michi – entrambi attanagliati dalle proprie ossessioni – tentano di salvare la loro difficile storia d’amore. Intanto, accettano di far da cavia per una nuova droga che contrasti gli effetti del veleno…

A volte è divertente (leggasi: quando si vuole cazzeggiare) associare ad un film un ipotetico genere musicale al quale potrebbe far parte se fosse un disco. Ecco quindi che i film di Béla Tarr diventano la versione cinematografica del drone, certo cinema di Refn è electro-pop, Kubrick è prog, Tsukamoto è industrial e Vanzina è neomelodico napoletano.

Davanti a “Barren Illusion” di , invece, anche questo giochetto diventa impossibile: potrebbe essere benissimo sia dark-ambient che harsh noise.

Con un film del genere si perdono le coordinate. Impossibile è descriverlo a parole, così come è quasi impossibile guardarlo.

Immaginate il signor O__O all’età di dodici o tredici anni, il periodo in cui si divertiva a fare i mash-up di Britney Spears e Naked City – tradotto: l’età della stupidera (continua tutt’ora, ma son dettagli).

Non riesce a dormire e, quindi, accende la TV della sua cameretta sperando di prendere sonno. La totale oscurità e il volume abbassato quasi al minimo. Trasmettono questo film giapponese stranissimo, con i sottotitoli, dove la gente vaga o si suicida senza scopo. Nessuna extradiegetica, pochi dialoghi, campi e strade sconfinate di rara desolazione, attori con una voglia di vivere pari a Ghezzi che parla fuorisincro di un film cecoslovacco dove si riprende un ferro da stiro per venti minuti, bande musicali che trasmettono una desolazione da tagliamento di vene…

Il primo pensiero che balena nella sua mente è: “Ma che cazzo sto vedendo?”. E come dargli torto? Anche ora che “Barren Illusion” è uno dei suoi film preferiti se lo chiede spesso.

Sì, miei cari, questo film con il passare degli anni mi è cresciuto dentro ed è entrato in una mia ipotetica lista dei capolavori irrinunciabili. Se mai doveste imbattervi in questo misterioso oggetto non identificato, sappiate che al 99% vi farà schifo. Non preoccupatevi: è normale.

Ad una persona normale un film del genere farebbe schifo.

Perché è un film che ripudia totalmente lo spettatore, rifiutando ogni tipo di target (penso che non possa fare breccia nemmeno nei festival o negli intellettuali più radical chic, forse è stato concepito apposta per O__O) e mostrando una realtà alternativa composta da depressione e agonia, dove una storia d’amore atipica conduce ad un lento avvicinamento alla morte.

Immagino i vostri pensieri al raggiungimento di quest’ultima riga:

1- “Ma che due coglioni! Chiudo Debaser e mi metto a fare un po’ di uncinetto” (siete persone normali)

2- “Mi sa di cagata colossale, ma continuo a leggere perché non ho un cazzo da fare” (siete comunque normali)

3- “Mmmh…questo O__O ha scatenato in me una morbosa curiosità” (Iniziate a preoccuparvi)

Gran parte di coloro che rientrano nel gruppo 3 si chiederanno, giustamente, “ma di cosa parlerà mai questo film?”.

Io ci provo, solo per voi.

“Barren Illusion” dovrebbe parlare di questa coppia di giovani fidanzatini: Haru e Michi. Siamo nella Tokyo del 2005 (il film è del 1999) e una tempesta di polline sta scatenando delle inguaribili reazioni allergiche. La medicina ha sviluppato un antidoto in grado di sopravvivere a questo misterioso malanno e sono proprio i nostri due protagonisti a sottoporsi come cavie, pur consci che tra gli effetti collaterali del vaccino c’è la sterilità (che è un po’ come: se non vuoi soffrire, non amare).

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Lui è un musicista annoiato dalla vita e ossessionato dal terrore di scomparire, lei lavora come impiegata e sembra non riuscire a sopportare il peso della morte.

Se la trama può farvi pensare ad un interessante film distopico di fantascienza siete fuori strada. La genialità del regista giapponese sta nel far trasparire il clima apocalittico di una Tokyo identica a quella contemporanea attraverso piccoli input: non vi è alcun modo di far intendere in modo concreto ed efficace la distruzione che sta avvenendo, se non le occasionali ventate di polline che, più che pericolose, sembrano persino poetiche. E che dire della scena (stupenda) in cui i due trovano un planisfero sprovvisto di Giappone, che puntualmente viene disegnato con un pastello a cera?

A lui interessa il rapporto tra i due protagonisti, alienati in un mondo alienato, al loro rapporto romantico, ma anche conflittuale basato su un’ossessiva ricerca dell’amore in un contesto di morte certa.

Incomprensione e incertezza persino davanti al concreto: uno scheletro viene trasportato dal mare e abbandonato sulla spiaggia. Lei si strugge: è la fine di ogni cosa.

Lui la stringe, le dice: “Sono qui.”
Lei risponde: “Qui dove?”
Lui: “Qui, qui con te.”
Lei: “Dov’è Qui?”
L’apocalisse è vicina. Il male è nato e non c’è più niente che si possa fare, se non agire eliminando il ratiocinio: conflitto, crimine, suicidio immotivato…

Da lì in poi il film prenderà una piega ancora più irrazionale, incomprensibile, dove persino il colpo di scena finale (ebbene sì, ce n’è uno!) viene accolto passivamente. Kurosawa, attraverso “Barren Illusion” ci trasforma in alienate amebe senza futuro, ci immerge totalmente in un clima di morte nonostante ci rifiuti a priori e riesce a farsi odiare e, pian piano, farsi amare alla follia.

Sì, è uno di quei film-grower, quasi impossibili da giudicare se non dopo svariati giorni, mesi o addirittura anni dalla visione.

Siamo di fronte ad un film lentissimo e criptico, ipnotico nel suo continuo addentrarsi in una freddezza assoluta, dove persino le scene più emozionali (non emozionanti) come il già citato ritrovamento dello scheletro sono dirette con un occhio glaciale e meccanico. Girato insieme ai suoi studenti (Kurosawa è docente all’università del cinema di Tokyo) e con un budget minimo, “Barren Illusion” è un film dall’aldilà: impossibile da imitare e privo di somiglianze specifiche con altri film prodotti prima o prodotti dopo (per fortuna?). Un film totalmente sconosciuto, anche agli amanti del cinema orientale, di quello in generale più di nicchia e addirittura agli stessi ammiratori di Kurosawa… uno di quei film che sei contento di conoscere tu e che ami alla follia, ma che sai già che non consiglierai mai a nessuno perché ti aspetti già i responsi altrui (che puntualmente si avverano).

Dei tanti film sull’alienazione, questo è probabilmente il più grande mai realizzato: è proprio alienato e alienante in ogni aspetto che lo compone.

Gelido, terrorizzante, mistico, a tratti struggente. Sicuramente inquietante.

Ora spetta voi decidere se sottoporvi all’esperimento oppure no. Vi dico solo che non dovrete addentrarvi nel film con una bussola: non vi servirà a nulla.

Recensione: debaser.it

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