//BEASTS CLAWING AT STRAWS [SubITA] 🇰🇷

BEASTS CLAWING AT STRAWS [SubITA] 🇰🇷

Titolo originale: Jipuragirado Jabgo Sipeun Jimseungdeul
Paese di produzione: Corea del Sud
Anno: 2020
Durata: 108 min.
Genere: Drammatico, Giallo, Thriller
Regia:

Come in un quadro di Escher i destini di quattro miserandi si intrecciano. Jung-man trova una borsa piena di nell’armadietto della sauna dove lavora. Tae-young è nei guai dopo che la sua ragazza è scappata con l’incasso di uno strozzino. Mi-run trova un giovane amante che si offre di ucciderle il marito violento. Il colore dei soldi (e dell’avarizia) diventa il rosso del sangue in questo puzzle di vite grottesche.

Vincitore del Premio Speciale della Giuria al recente prestigioso Festival di Rotterdam, nel quale sono in concorso solo opere prime o seconde, Beasts That Cling to the Straw del regista coreano esordiente Kim Yonghoon è un lavoro folgorante, un thriller con influssi forti di commedia nera che trova proprio nella sua trama e nella sua struttura narrativa complessa e articolata uno degli elemnti di maggior pregio.
Leggendo queste righe sarà facile capire come Kim abbia avuto, consapevolmente o no al punto da concretizzarsi come vere e proprie citazioni ,un paio di modelli cinematografici ben definiti.
In una città di provincia marittima della Corea Joongman lavora come addetto alle pulizie di un centro termale all’interno di un albergo, la sua precedente attività ha subito un tracollo ed il ristorante è andato in malora, la moglie sta a casa ad accudire la vecchia madre che presenta un incipiente e aggressivo morbo di Alzheimer; nel ripulire gli armadietti degli spogliatoi scopre una grossa borsa di Loius Vitton stracolma di soldi; siccome l’uomo è un bravo cristiano lungi dal prendere il fagotto e scappare lo mette nel ripostiglio delle cose trovate certo che qualcuno prima o poi tornerà a reclamarlo.

Quei soldi farebbero comodo a Joongman, sarebbero la soluzione dei suoi problemi e di quelli della famiglia, ma dietro a quella borsa ci sono fin troppe persone che hanno bisogno smodato e avido di soldi e che sono pronte a tutto pur di recuperarla.
Ed è così che attraverso cinque capitoli , introdotti da un titolo vagamante evocativo di ciò che accadrà, si sviluppa una trama con molteplici filoni che partono lontani uno dall’altro ma che inesorabilmente e lentamente convergono intorno a quella borsa: c’è un ufficiale di dogana nei guai perchè la sua fidanzata è scappata portandosi dietro i soldi che lui aveva chiesto in prestito ad un malavitoso strozzino, c’è una giovane donna che ha dilapidato una fortuna in azioni finanziari ardite e cui il marito vuol far pagare il conto a forza di botte e maltrattamenti e che è costretta a lavorare come escort in un locale , sotto la protezione di una donna decisa e intraprendente, la fidanzata, scopriremo, dell’uomo della dogana , che gestisce il mercimonio; c’è uno strano detective che indaga, c’è il boss malavitoso col suo seguito di scagnozzi tra i quali uno muto ma ferocissimo, che vuole riprendersi i soldi prestati, c’è pure un immigrato cinese che si innamora della povera donna maltrattata e che come prova dei suoi sentimenti le propone di uccidere il marito violento per incassare l’assicurazione sulla vita, più tutta una serie di altri personaggi minori che comunque orbitano introno ai filoni narrativi principali.
La borsa è talmente la protagonista di questa storia che la circolarità del racconto ed il suo rimanere tutto sommato aperto è dato dalla scena finale in cui la vediamo bellamente portata (finalmente) per mano da qualcuno.
Le varie tracce del racconto appaiono all’inizio quasi buttate alla rinfusa, bisogna infatti prestare attenzione allo sviluppo soprattutto della prima parte per poter poi capire e mettere al posto giusto tutti i tasselli di questo film che indubbiamente è stato una piacevolissima sorpresa che ha convinto molti, visto che il Festival di Rotterdam , solitamente, è tra quelli che presentano una selezione e un palmares tra i più validi.
Come abbiamo detto la molla che spinge il racconto è l’avidità , il bisogno spasmodico di necessario a dare una svolta alla propria esistenza per dei personaggi che definire sporchi e spregevoli è dir poco probabilmente; ma soprattutto è l’immancabile che sembra aver messo innumerevoli trappole sul loro percorso, perchè ogni scelta che i personaggi compiono è sistematicamente quella sbagliata e foriera di conseguenze sempre più pesanti.
Aggiungiamo che , escluso il poveraccio che trova la borsa, tutti gli altri mostrano una certa tendenza all’idiozia , al formulare sempre la scelta sbagliata, al rincorrere ciecamente il tornaconto personale e abbiamo dei perfetti eroi coeniani, ed infatti i due fratelli del Minnesota sono di certo uno dei modelli ispirativi ( viene da pensare, ad esempio, a Fargo , ma anche a Burn After Reading oppure a Non è un paese per vecchi ); questo dà a Beasts That Cling to the Straw quelle venature da black comedy che strappano il sorriso amaro, all’interno di una pellicola in cui le scene violente non mancano ma che anche qui, spesso, tendono ad affidarsi a situazioni tanto estreme da apparire quasi comiche (basti pensare alla scena del boss che vuole tagliare la mano ad un suo scagnozzo): ecco quindi che l’altro modello narrativo, considerando anche la struttura a capitoli, non può che essere Quentin Tarantino.
Nel complesso comunque il film di Kim ha una sua ben precisa identità, convince nella sua struttura pluriarticolata in cui abbondano equivoci, coincidenze, scherzi del (occhio alle Lucky Strike) , nell’intreccio che si risolve in modo mirabile nonostante la corsa ad eliminazione, in qualche metafora sociologica ( esemplare quella del tatuaggio del Sand Tiger Shark) e soprattutto sull’impossibilità di sfuggire a quanto il ci ha riservato.
Per essere un’opera prima Kim ha avuto la rara possibilità di poter contare su un cast di altissimo livello: Jung Woosung, di certo tra i più importanti e bravi attori coreani, è l’impiegato di dogana vittima della sua e dell’altrui avidità, Bae Sungwoo nella parte del poveraccio che trova la borsa di soldi, unico personaggio a non avere le stigmate del marciume e soprattutto Jeon Doyeon, magnifica attrice che con la sua presenza nella seconda parte del film dà quel tocco di carisma e di bravura in più, ennesima prova di bravura straordinaria, unica attrice asiatica insieme alla grande Maggie Cheung, a vincere il Premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes del 2007 in Secret Sunshine di Lee Changdong.

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