//CONCRETE NIGHT [SubITA]

CONCRETE NIGHT [SubITA]

 

Titolo originale: Betoniyö
Nazionalità: Finlandia
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 96 min.
Regia:

 

Durante una soffocante estate, in un povero quartiere di Helsinki, Simo, un ragazzino di 14 anni, apprende alcune lezioni di vita poco sagge dal fratello maggiore Ikko, destinato presto ad essere incarcerato per una accusa di droga.

Due fratelli e il nichilismo. Simo e Ilkka condividono la stessa diffidenza nei confronti della vita, la stessa chiusura mentale rispetto al futuro. Il paesaggio della loro Helsinki è freddo, grigio, soprattutto inospitale e distante. I suoi luoghi non sembrano fatti per essere abitati, e le sue vie non portano da nessuna parte, se non dentro la fine di tutto. Il ponte ferroviario crolla, e il treno precipita in mare. Simo lo vede inabissarsi, nel suo sogno, e subito dopo anche lui viene sommerso dall’acqua. In certe esiste solo il fondo. La forza di gravità spinge ogni cosa verso il basso; ci si affaccia alla finestra e si guarda giù, in cortile, mentre si immaginare di stendersi per gioco sulla sabbia dell’area riservata ai bambini, muovendo le braccia e le gambe, come in un finto volo compiuto a contatto col suolo. La terra è il confine in cui il mondo finisce, dove tutto si schiaccia, dopo una catastrofe nucleare, e dove solo creature appiattite come gli scorpioni possono resistere, ed andare avanti, tra le macerie e l’immondizia, in mezzo alle radiazioni. La luce di questo film è un bianco e nero opacizzato dalla stanchezza, ma acceso dalla plasticità di un ghigno cinico, che si guarda intorno con lucida perfidia. L’abbandono è un gesto misurato, un comportamento studiato nei minimi particolari, scandito prudentemente come un passo di danza.

È una disciplinata ed assorta il ritmo con cui Simo affronta un incubo mortale, con cui massacra un uomo, con cui abbraccia l’idea del suicidio. Con la sua giovanissima età, è ancora un incerto sperimentatore del pessimismo cosmico, dell’indifferenza generata dall’onnipresenza del male, della negazione totale assunta come difesa della propria fragilità. La sua voglia di crescere all’interno dell’oscurità si specchia nella nera consapevolezza di Ilkka, che è già adulto, già pregiudicato, già definitivamente compromesso con un’esistenza in cui non crede più da , e di cui riesce a concepire solo la distruzione. L’opera diretta dalla regista , e tratta dall’omonimo romanzo dell’attrice e scrittrice Pirkko Saisio, trasforma la pesantezza della disillusione in un’indolenza marmorea, scolpita nei volti ripresi di profilo, nei contorni netti del rifiuto, talmente duri da frenare il flusso del’aria, da catturare il fiato, riducendo il caos dell’apocalisse al profondo silenzio del nulla. Questa composta estetica dell’asfissia prende la forma di un’eleganza barbara, primitiva e crudele, che umilia la bellezza tacciandola di stupidità. La resa esprime la virtù dei forti che si accaniscono sui deboli, sul corpo di una donna, sull’ di un artista. La mascolinità appare come una maschera dalla raggelante fissità: è la determinazione a considerare tutto disprezzabile, anche la propria madre, anche le proprie emozioni.

Recensione: filmtv.it

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