//BEYOND SLEEP [SubITA]

BEYOND SLEEP [SubITA]

 

Titolo originale: Beyond Sleep
Nazionalità: Olanda
Anno: 2016
Genere: Drammatico
Durata: 108 min.
Regia:

 

Alfred, studente di geologia tanto insicuro quanto ambizioso, spera di trovare le con una spedizione in Lapponia le prove della caduta di alcuni meteoriti nel passato remoto del pianeta. L’escursione per giorni e giorni nella fredda tundra e la convivenza forzata con Arne e altri due norvegesi si riveleranno presto difficili per l’impreparato Alfred, chiamato a testare i suoi limiti e i suoi complessi di inferiorità.

L’essere umano di fronte a sé stesso, agli altri da sé, a tutto quanto e a tutto il resto: un acrobata ridotto a clown.

MeteorittKrater: the Thing (from This World) in the Hills of MadNess.

1.3 – Nooit Meer Slapen – Beyond Sleep – Oltre il /Al di là – Alla fine del / Mai più Sonno, o: del dare cibo ai vermi: Dio considerato come sadico inconsapevole, la leopardiana natura che passa da paterna (dura ma giusta) a matrigna (indifferente ed “ingiusta”), e l’essere umano, resosi orfano, tautologicamente da sé, della natura, intesa qui non come wilderness ma declinata ad Esistenza/Universo: non l’ha uccisa e non si è suicidato, ha semplicemente non spezzato, ma eluso il legame.

La scienza è anche e anzi soprattutto un procedere concatenato di errori. E il protagonista, Alfred, da questo PdV è perfetto: sbaglia tutto, da eterno fanciullo. E qualcosa impara: non a sbagliare meno, ma, beckettianamente, meglio [la scena in cui finisce…ironia della sorte, per chi è in cerca di meteoriti…in uno stagno a forma e profondità di “cratere”, che scambia per un facile passaggio su dello sfagno, ne ricorda altre due, di ben altra consistenza storico-morale, ma forse non più ansiogene: quelle presenti in “Và e Vedi” di Elem Klimov (civili in attraversamento di palude con sabbie mobili) e in “Kippur” di Amos Gitai (soldati in avanzamento impantanati nel fango)]. Del resto si salva, dopo non aver saputo leggere la bussola, comp-i/u-tando i passi. E alla fine sorride, come Inger Marie (Maria Annette Tanderø Berglyd, “Gåten Ragnarok”).

Gironzolando nella norvegese tundra pre-artica, nel pieno della sua estate, col sole che non abbandona, mai, il compito assegnatogli dalle meccaniche celesti d’azzurrare il firmamento, sulla punta del gomito/ginocchio che la gigantesca penisola scandinava assume a conformazione antropica in quello spicchio di pianeta, lungo il brullo limite della vegetazione arborea a quelle latitudini, poi solo salici polari e betulle nane, e poi nemmen più quelli, ma solo rocce, muschi e licheni, l’onnipresente ronzio di zanzare, moscerini, mosche e tafani, ognuno col proprio apparato boccale pungente-perforante, succhiante e masticante-lambente, e neve e ghiaccio in fragoroso scioglimento come orizzonte concavo nell’oscuro catino di finisterræ, 4 geologi, ricercatori universitari, 1 olandese in trasferta a per/in-seguire un’idea/intuizione, Alfred (Reinout Scholten van Aschat), alla sua prima esperienza s’un campo così difficile, e 3 norvegesi del posto, Arne (Pål Sverre Hagen, bravissimo, “Seven Sisters/What Happened to Monday”), che finisce presto per fare coppia con Alfred, innanzitutto aiutandolo in campo escursionistico, ma anche dal PdV psicologico, conversando con lui, perché, come Alfred, Arne parla bene l’inglese e i due s’intendono a dovere seguendo questa terza lingua/via tra olandese (dutch) e norvegese, e poi Qvigstad (Thorbjørn Harr, “Vikings”) e Mikkelsen (Anders Baasmo Christiansen, “Nord”, “KraftIdioten”, “One Night”, “the Bird Catcher”), che compongono una coppia a sé stante, finiscono per prendere 2 strade diverse, e poi 3.

L’Esistere come risposta al ”Cosa significa esistere?”, fino a quando non si esiste, più.

“L’anatroccolo ha gli angoli del becco incurvati verso l’esterno, e questo lo rende ancora più ridicolo rispetto alla sua versione adulta. Gli occhi sono in grado di vedere, non di guardare. Involontariamente, la sua presenza mi mette allegria.”
Willem Frederik Hermans – “Nooit Meer Slapen” – 1966 (1978)

Il rombo sopraggiunge ad impatto distante avvenuto. Lui, ovviamente, in quel momento sta guardando altrove (noi siamo obbligati ad osservare entrambi: il protagonista, che guarda altrove e non vede (l’oida), e il bolide, il cui destino sta per giungere ad una tappa importante del suo percorso iniziato miliardi di anni prima).

Soggetto – Sceneggiatura.
“Non so come il mondo potrà giudicarmi, ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e si diverte a trovare qua e là un ciottolo più liscio o una conchiglia più bella del solito, mentre il grande oceano della verità si estende del tutto inesplorato davanti a me.”
Sir Isaac Newton, in esergo a: Willem Frederik Hermans – “Nooit Meer Slapen” – 1966 (1978)

Spazio interplanetario.
Prologo.
E siamo a ¾ di romanzo.
Là dove il lettore comincia a pensare di poter prevedere che ad Arne possa essere andata peggio che ad Alfred, è lì che Koole, con un piccolo gesto prolettico, piazza un minuscolo flashforward e fa principiare il suo film (certo, al “contrario”, può essere il film quasi per intero ad essere un enorme flashback di smisurata analessi). È un espediente consueto della retorica cinematografica (basti pensare a “Lolita” e a millemila altri), un topos, un dispositivo tanto consueto ed oliato quanto consunto e saltabeccante: bisogna saperlo usare, ecco tutto. Per varie ragioni (artistiche, tecniche e/o produttive) Koole decide di farvi ricorso, e il risultato è più che valido.

Corpo/Sogno.
Inizio.
E siamo a ¼ di romanzo.
La più irriducibile – nel senso di difficoltosamente traslabile – parte del libro viene saltata a piè pari, ma la difficoltà d’instillare dubbi sul possibile complotto ai danni del protagonista ordito dalla faida tra baroni universitari (il rendere ionesco/kafkianamete irriperibili al protagonista le fotografie aeree della zona che andrà ad esplorare, compito che svolgerà dotato infine solo di una mappa in scala 1:100.000) è risolto [oltre che posizionando il racconto a mezza via tra la metà degli anni ’60 in cui è stato scritto ed ambientato – e in cui forse la memoria di Anna Bell Grey era più viva – e la metà degli anni dieci in cui è stato girato e riscritto per lo schermo: qualche conoscenza scientifica e tecnica (il concetto di back-up, qui utilizzato per discutere dell’ipotesi di una “vita” dopo la morte intesa come un Archivio Permanente di ogni cosa accaduta e persona vissuta, insomma il concetto di eco-borgesiano di mappa in scala 1:1, grande quanto il mondo che vi è rappresentato, la creazione di un sotto-universo atto solo a svolgere il compito di contenere l’indice del catalogo; le reflex mirrorless digitali riconoscibili dal suono; l’AIDS) in più, ma ancora niente gps, e da questo PdV google maps/earth non avrebbero comunque risolto i numerosi problema dell’avventura], con vari accenni a quel passato da poco pregresso (la sensazione di estraneità ed esclusione dal gruppo da parte del protagonista Alfred, con relativa dose di cospirazioni e/o più e meno, alimentata dall’inconoscibilità dei dialoghi tra Qvigstad e Mikkelsen che, per l’appunto, nel romanzo non sentiamo e qui vengono scritti e pronunciati…ma in norvegese, e quindi è-come-se).
Per il resto, il bellissimo romanzo di W.F.Hermans (da un esistenzialismo asciutto, cinico, desolato, ma a tratti trapuntato di melanconico, grottesco umorismo) è già, di per sé, una sceneggiatura bell’e pronta (è una qualità, né positiva né negativa), e infatti Koole si limita a minuscoli cambiamenti [nel romanzo il padre di Alfred era biologo e non geologo come il figlio, e nel film compare a questi in sogno; dal film scompaiono le figure della madre e della sorella di Alfred (presenti fisicamente solo nell’epilogo, altrimenti i due personaggi vivono sulla carta solo attraverso per interposta persona – le sue parole e ricordi – del figlio e fratello), quelle dei due professori (l’olandese Sibbelee e il norvegese Nummedal, quest’ultimo citato però più volte nei dialoghi) e quella dello “sherpa” sami/lappone, l’uomo forte che accompagna il gruppetto durante il progressivo abbandono della civiltà e simultaneo avvicinamento alla wilderness, presente però solo nel prologo che, come detto, è stato quasi totalmente espunto in fase di sceneggiatura; e il finale d’inchiostro e carta – tremendamente comico e a suo modo struggente – è un altro rispetto a quello di luce e proiettore/schermo] che nulla però interferiscono (sic!, lic. poet.) col “senso/significato” della storia, con la sua “morale”: romanzo e film sono significanti interscambiabili.
La maggiore “aggiunta” al (reinterpretazione del) romanzo che Koole mette in scena è l’onirica sequenza meteoritica/ombelicale posta poco dopo l’inizio, “memore” (?) de “le Tentazioni del Dottor Antonio” di Fellini e di “Hable con Ella” di Almodóvar, e tutte e tre le sequenze, tra l’altro, vedono protagonisti (oltre ad Anita Ekberg, Paz Vega e Zoi Gorman) degli “ingenui innocenti”: Antonio, Benigno e Alfred.

, autore del precedente “Kauwboy” e del prossimo “Verdwijnen”, ha una potenza di sguardo molto valida, a tratti impressionante: magnifiche “carrellate” in steady-cam parallele agli escursionisti, man mano avvicinantesi ai soggetti durante la marcia, mentre, partendo da inquadrature fisse, spesso la MdP attende che le persone abbandonino il quadro, restando ferma mentre quelle lasciano il suo campo di ripresa, o altrimenti si muove essa stessa per isolarle nel paesaggio con uno zoom-plongee-carrello-messa in abisso all’indietro, stornandole dall’inquadratura e consentendo loro di tornare alla wilderness, alla verginità pre-peccato originale, in tutta libertà.

Fotografia, che s’immerge completamente nelle infinite sfumature di verde, negli ocra e nei bruni, nel ceruleo del cielo e nelle sfumature neon-elettriche delle (naturali o CGI) aurore boreali, di Melle van Essen; montaggio di Gys Zevenbergen (“Kauwboy”); musiche di Alex Simu (“Verdwijnen”); e – ruolo fondamentale nell’economia del film – sound design di Mark Glynne (un gran lavoro, a parte quello scampolo di rombo impossibile nel vuoto dello spazio in avvicinamento alla Terra…). Splendida canzone sui titoli di coda, “Beyond Life”, cantata da Mari Boine e da lei composta con Alex Simu.

A latere: bellissima la breve apparizione della volpe artica (anche qui, sia essa dal vivo o in CGI), un momento paragonabile, per forza poetica, a quelli presenti in “Grizzly Man” e “InTo the Wild”.

“Piego le ginocchia, poggio la mano destra a terra e mi tiro su. Sono lì vacillante, su due piedi, come si addice al coronamento della creazione.”
Willem Frederik Hermans – “Nooit Meer Slapen” – 1966 (1978)

L’essere umano di fronte a sé stesso, agli altri da sé, a tutto quanto e a tutto il resto: un acrobata ridotto a clown.

Non più zanzare, per Arne (del resto l’hanno sempre lasciato in pace, preferendo il sudore d’oltre mare speziato di tulipani di Alfred), solo mosche carnarie, adesso, per lui: mai più dormire, per Arne, lui è andato oltre, è giunto al guado più difficoltoso, alla misurazione ultima, è arrivato alla fine del sonno.

mck / filmtv.it

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