//BEYOND THE BLACK RAINBOW [SubITA] 🇨🇦

BEYOND THE BLACK RAINBOW [SubITA] 🇨🇦

Titolo originale: Beyond the Black Rainbow
Nazionalità: Canada
Anno: 2010
Genere: Fantascienza, Fantastico, Thriller, Visionario
Durata: 110 min.
Regia:

Destabilizzante.
Impresa improba quella di recensire un film così. Impresa improba quella di raccontare a parole, e quindi tendenzialmente in modo organizzato, un’opera così decostruita, anarchica, sensoriale e complessa. E impossibile diventa anche consigliarlo un film del genere.
Per farlo bisogna sapere perfettamente chi si ha davanti, conoscerne i gusti e le attitudini.
Beyond the Black Rainbow sta al confine tra il per come lo conosciamo e qualcosa che esula da esso, qualcosa che ha a che fare con l’ tout court, visiva, concettuale, sperimentale. Non è solo un film questo, ma la definirei più un’esperienza sensoriale.

Ecco, per certi versi direi che il film che più gli somiglia sia il fantastico Amer.
Tra l’altro buffo come entrambi -solo in parte il film francese, completamente BTBR- si rifacciano a certo , specie italiano, degli anni 70. E se per il primo il punto di riferimento era il nostro thriller dei tempi d’oro per quest’altro unico e spiazzante canadese dobbiamo invece guardare alla fantascienza di 40 anni fa. Ed è talmente radicale questo richiamo che, per quanto mi riguarda, paragonerei Beyond, come operazione con la , a quella, bellissima, che fece Ti West con l’horror in The House of the devil. Tutto richiama il sperimentale degli anni 70.
Lo fanno le inquadrature, le musiche e specialmente la fotografia, così piena di filtri, luci irreali e distorsioni cromatiche da rendere la visione del film quasi psichedelica. Per non parlare poi delle scenografie, tutti interni spogli e incredibilmente geometrici, anche questi visti principalmente in quelle stagioni di fantascienza di 40 anni fa.

Del resto la geometria, con tutti quei cubi e quelle piramidi, è veramente onnipresente. E proprio una piramide diventa un pò il simbolo del film. Siamo dentro una specie di base-laboratorio. All’inizio c’è una specie di con un filmato che fa tanto Dharma di Lost. Si parla di una nuova fantomatica che vorrebbe creare un mondo felice, un’umanità nuova. Tutto attraverso la tecnologia. Si pensa quindi ad un film ad ampio respiro. E invece no, invece avremo una base immensa e quasi due soli personaggi dentro, lo scienziato a capo di questo progetto e la “cavia” utilizzata, sua figlia. (qualcuno ha detto Utopia?)
La ragazza è in condizioni terribili. Vive in una stanza spoglia, nessun contatto con l’esterno.
La luce e la notte si alternano.

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Pare un pò la scenografia e l’atmosfera dello splendido “15 milioni di celebrità” di Black Mirror. E quando dalla piramide di cui sopra parte uno strano suono, un fastidiosissimo brusio, sembra andare quasi in catalessi. Ma quella ragazza ha anche dei poteri, e li vediamo benissimo nella splendida sequenza alla “scanners” con la donna che lavora là dentro.
Cosa vuole lo scienziato? Che tipo di esperimento sta portando avanti?
Diciamocelo, la narrazione in questo film è quasi assente.
Quello che lo rende unico e meraviglioso è la sua estetica, la sua potenza visiva e concettuale. Elencare le scene esteticamente bellissime non si finirebbe più. C’è ad esempio un flash back formidabile, quello che racconta (sempre che quello sia un raccontare) della genesi di tutto questo. L’investitura dello scienziato e il concepimento di Elena.
Una scena tutta con un bianco sparatissimo, quasi da renderla un negativo. Figura appena percettibili, di contorno.
E poi quel sole nero che pare un disegno ed invece è una specie di pozza da dove il nostro protagonista esce fuori, bagnato da una specie di catrame.

Impressionante.
E non è solo la componente estetica a rapirci, ma si avverte anche una forza trascendentale, spirituale, di devastante riuscita.

Del resto questo è un film che parla di Dei umani, di creazione. E i simboli in questo senso abbondano, vedi ad esempio gli occhi.
Anche se è abusato come riferimento, c’è dentro anche tanto Lynch. Molti dialoghi e alcune messinscene (luci e spazi) lo ricordano. C’è un dialogo in tal senso, quello tra lo scienziato e il creatore di tutto, Arboria, che è incredibile.
Denso, inquietante. Anche merito dell’attore protagonista, Michael Rogers, una via di mezzo tra Manuel Agnelli e il Busignani di In a Lonely Place. Prova straordinaria la sua, da pelle d’oca. Come del resto indimenticabile è l’interpretazione della giovane Eva Allan. Una prova empatica, soffertissima. Anche se abbiamo il paradosso di trovare ancora più sofferto il ruolo dello scienziato, probabilmente prima vittima di tutto questo.
E’ lui alla fine ad essere stato la prima cavia, lui stesso a subire trattamenti ed (gli innesti, le pillole). Insomma, ci troviamo davanti due personaggi vittime di una mente malata che ha giocato a fare il Dio (ah, il film richiama molto anche Ex Machina).
Tecnologia e spiritualità in un film lento, ipnotico, dalla difficilissima fruizione e comprensione. Una visione che potrebbe allontanare o bloccare durante molte persone.
Io ne sono rimasto tremendamente affascinato, rapito, specie nella seconda parte (la prima, infatti, alla fine risulta troppo statica e ripetitiva).
E’ fortissima la tematica del mentale (e, in questo senso, Elena è sia vittima che “portatrice”) in un film in cui tutti sembrano persone prive di volontà, solo semplici burattini manovrati da altri.
Come del resto lo sono le “guardie”, figure esteticamente notevoli dal ruolo però quasi indefinito.
Ma ecco che il regista tira fuori quello che, in qualche modo, durante la visione, avevo sempre sperato.
Ovvero uscire da quell’immaginario, uscire da quel mondo, uscire da quella base, uscire da quella estetica e portarci fuori, fuori da tutto, sia esteticamente che spazialmente.
Ed ecco così che nel finale Beyond si trasforma e diventa un film “quasi” normale, una specie di slasher anni 80.
Il passaggio da un film all’altro è spettacolare, virtuoso, tutto fatto attraverso quella scena dalla prospettiva impossibile di lei sul condotto di areazione.
Non si respira più nel finale, dove prima l’apnea a cui ci aveva portato il film era più implosiva adesso esplode in un quarto d’ora molto vicino all’horror.
La cavia zombie, l’incredibile volto bambino della guardia, gli omicidi dei cialtroni nel bosco.

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E il nostro scienziato che, tolti gli “innesti”, diventa qualcun altro (non a caso dialoga con il vecchio “sè” in macchina).
C’è una scoperta del mondo simile a quella di Room, c’è un piccolo accenno di sorriso, c’è una ragazza che sta uscendo dal , sta assaporando la vita. Che non è più una televisione dal segnale disturbato. Ma erba e fango sotto i piedi.

Recensione: ilbuioinsala.blogspot.it

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