//BIG BAD WOLVES [SubITA]

BIG BAD WOLVES [SubITA]

 

Titolo originale: Mi mefakhed mehaze’ev hara
Nazionalità: Israele
Anno: 2013
Genere: Commedia, Thriller
Durata: 110 min.
Regia: ,

 

No, i licantropi non c’entrano nulla. Questo titolone pauroso (io non sapevo neanche di che trattasse o a cosa si riferisse, ma come si fa a non vedere un film che si chiama Lupi Grossi e Cattivi?) appartiene a un thriller israeliano, diretto da una coppia di registi alla loro opera seconda. Dopo averlo visto, vengo a conoscenza di due cose:
1) I due sono stati chiamati alle armi per dirigere uno dei corti del prossimo venturo ABCs of Death 2.
2) Tarantino ha definito Big Bad Wolves il miglior film dell’anno scorso.
Come sempre si tratta di un’iperbole di quelle tipicamente sue. Però è vero che Big Bad Wolves è un ottimo esempio di cinema di genere, da vedere, rivedere, e pure studiare, già che ci siamo, perché prende un argomento (la vendetta) non solo vecchio come il mondo, ma declinato in tutte le accezioni possibili dal cinema americano, e lo affronta con la delicatezza e la compostezza di una mietitrebbia che ti passa sopra.

C’è un serial killer di bambine al centro della vicenda. Le rapisce, le tortura e le uccide. Il sospettato principale (senza prove) è un professorino di sfigatissimo. Viene arrestato, interrogato a cazzotti in bocca e poi rilasciato perché un filmato del suo poco ortodosso trattamento finisce on line, procurando un sacco di noie alla polizia. Uno degli agenti, convinto che sia lui il colpevole e sospeso dal servizio dopo il fattaccio, decide di muoversi al di fuori dei confini della legge e sequestra l’indiziato. Il problema è che sulle tracce del professore c’è anche il padre dell’ultima vittima, ritrovata da poco decapitata in un parco.
I tre personaggi finiscono nella cantina di una villetta.
E lì parte il film.
large-big-bad-wolves-2Big Bad Wolves, tanto per cominciare, manca del tutto di umana pietà. Non è un film di torture, non è un film splatter. Il sangue è centellinato al minimo indispensabile e il massacro a cui viene sottoposto il professore avviene quasi sempre fuori campo, tranne che in rare circostanze.
Non c’è alcun compiacimento nel mostrare il lato grafico della violenza.
Ma il film è così permeato di violenza che non necessita di trucchetti per mettere a disagio lo spettatore. La violenza, in maniera semplice quanto brutale, è parte integrante di una che la dispensa e la subisce, a fasi alterne e completamente casuali. I tre protagonisti (più un quarto che arriva a metà film) sono vittime o carnefici per pura coincidenza. Basta il minimo dubbio per passare da una parte all’altra della barricata senza neanche accorgersene.
Ed è il distacco umoristico con cui i due registi affrontano questa enorme mole di violenza a rendere Big Bad Wolves un prodotto originale.
Non perché l’umorismo abbia la funzione di mitigare o rendere più leggera la fruizione. Ma perché è tramite l’umorismo che gli autori prendono le distanze dal meccanismo messo in scena, portandoci a tu per tu con degli omuncoli banali, dei “borghesi piccoli piccoli” di cui, se non fossero dei mostri, dovremmo solo ridere.
big-bad-wolves2_zpse62749a8Più che a Tarantino, guardando Big Bad Wolves, oltre il già citato film di Monicelli, mi sono venuti in i Coen di Fargo o di Blood Simple, per come viene distorta la nostra percezione di ciò che è lecito e normale con un abbondante ricorso al grottesco.

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Keshales e Papushado non perdono neanche un fotogramma del loro film a mostrarci lo strazio di un padre che ha perso la figlia in quel modo. Non ci permette di costruire un rapporto di empatia con lui. Ma, in maniera piuttosto equidistante, nemmeno con l’uomo rapito e torturato e che potrebbe come non potrebbe essere un feroce assassino di bambine.
Non è una versione da camera de Il Giustiziere della , non c’è epica della violenza come avviene in moltissimi film americani sul tema. Nessuna enfasi e nessun giustificazionismo.
Big Bad Wolves è una satira durissima, rivolta contro un sistema basato su paura e violenza, dove chiunque entri in gioco deve piegarsi alla stessa logica, e vi partecipa persino in maniera entusiasta.
Emblematico è, in tal senso, il quarto personaggio, il nonno della bambina uccisa, che si unisce alle torture senza battere ciglio e addirittura alza il livello delle efferatezze.
large_Big_bad_wolves_1_pubsTutti, tranne il professore, hanno un passato militare in Big Bad Wolves, e quindi una dimestichezza con i metodi di tortura tale da fargli dispensare con naturalezza.
Non è tanto la presenza dell’uomo torturato, con le dita rotte e le unghie strappate a turbare il tranquillo nonno con gli occhiali che arriva per portare al figlio la minestrina preparata dalla mamma. Ciò che lo preoccupa è la vicinanza, più volte sottolineata nel corso del film, di un “villaggio arabo” a pochi metri da dove si svolge il piccolo teatrino di sangue e vendetta messo in piedi perché non si conosce altro se non quello della paura e della violenza.
Che tutto questo sia messo in scena con piglio leggero e sardonico non deve far perdere di vista la serietà di un’opera come Big Bad Wolves.

Sì, non sarà il miglior film dell’anno scorso, ma è comunque una sorpresa e un graditissimo ritorno a un cinema di genere capace di farsi anche indagine antropologica e politica.
E poi è anche bellissimo da vedere. Solo nella sequenza di apertura c’è più cinema che negli ultimi dieci anni di film italiani. Vi ho avvertito.

Recensione: ilgiornodeglizombi.wordpress.com

 

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