//BLUEBEARD [SubITA]

BLUEBEARD [SubITA]

 

Titolo originale: Haebing
Nazionalità: Corea del Sud
Anno: 2017
Genere: Thriller
Durata: 117 min.
Regia:

 

I capolavori del mistero

Seung-hoon è un medico che lavora in una clinica di successo in una città rurale dallo sviluppo recente. Amante della lettura e un po’ nevrotico, è reduce da un divorzio e vive in affitto in un piccolo appartamento proprio sopra la macelleria del quartiere, gestita da un tipo decisamente losco. Un giorno, esegue una colonscopia sul nonno mezzo rimbambito del macellaio, e sente il vecchio in stato di semi-incoscienza borbottare qualcosa riguardo allo smembramento di un corpo umano. Quando il ghiaccio sul fiume Han inizia a sciogliersi, viene rinvenuto un corpo femminile decapitato…

Non vive di citazioni Bluebeard, ma si nutre della lezione dei maestri del mistero, delle architetture narrative ed estetiche del noir statunitense degli anni Quaranta/Cinquanta, delle claustrofobiche trappole langhiane e hitchcockiane. Tra le pieghe oscure di Bluebeard penetra la stessa essenza maligna di Creepy di Kiyoshi Kurosawa, altra pellicola sospesa nel tempo, capace di mettere in scena una orrorifica (a)normalità.
Tornata alla regia quattordici anni dopo l’opera prima The Uninvited, Lee Su-yeon rielabora le suggestioni del noir, adattandole ai mutamenti della contemporaneità: ecco, allora, il discorso sui sistemi di controllo, sulle invasive videocamere, su un nuovo mondo che complica le cose, che richiede serial killer più accorti. Un buio diverso avvolge i criminali e inghiotte le vittime; un buio che riesce comunque a espandersi, nonostante il controllo.

La metafora del fiume Han e dei suoi ghiacci che si sciolgono prima rispetto al (rimpianto) passato, rivelando crimini e cadaveri, è una delle intuizioni narrative che Lee lascia crescere – e serpeggiare velenosamente – all’interno del suo intricato script. Non si può che tornare a Creepy, a questa moderna declinazione del male, quasi impercettibile a occhio nudo. Ma serviranno le videocamere e le loro registrazioni?

Seung-hoon potrebbe essere un personaggio langhiano, come Stephen Neale de Il prigioniero del terrore, trascinato in un incubo a occhi aperti, vittima di un complotto, di una trappola orchestrata da individui apparentemente normali. Potrebbe anche essere un personaggio di quei noir che si inabissavano nell’ipnosi e nella psichiatria, intrecciando realtà e sogno, colpa e innocenza, desideri e azioni – Seung-hoon come un novello John Ballantyne?
La scrittura e la messa in scena di Lee giocano con queste e altre possibilità, disseminando potenziali indizi, ma anche punti di vista ingannevoli. Bluebeard vive di improvvisi ribaltamenti, si permette il lusso di svelare le proprie carte, di rovesciarle sul tavolo. Carte truccate, ovviamente.

Haebing, disgelo. Il titolo originale sottolinea il dettaglio del ghiaccio che si scioglie, della verità (?) che riemerge. Risolto il puzzle, rimessi a posto tutti i pezzi, Bluebeard ci lascia tra le mani una verità annichilente. Il gioco di ribaltamenti e svelamenti, di frammentarie rinarrazioni apparentemente ridondanti e didascaliche, ci mette di fronte a un noir che di classico ha (solo) dinamiche e strumenti, coi quali riesce a raccontarci di un altro tempo. Non gli anni Quaranta, Ballantyne e Costanza Petersen, le fughe dall’incubo, il sole che torna a risplendere o i villain che pagano il loro conto. Il disgelo di Bluebeard ci costringe a fissare il buio. Con attenzione. Con paura.
Siamo dalle parti di The Uninvited, in quella dimensione offuscata. Uno stordimento post-visione che penetra sotto la pelle. Il di Lee Su-yeon ci lascia frame che si insinuano tra un battito e l’altro delle palpebre. Immagini che dilatano la persistenza della visione. Speriamo di non dover attendere altri quattordici anni.

Recensione: quinlan.it

 

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