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Shadow

CONTROL [SubITA] 🇦🇺

Titolo originale: Control
Nazionalità: Australia, Giappone, UK, USA
Anno: 2007
Genere: Biografico, Drammatico, Musicale
Durata: 122 min.
Regia:

 

Confusion in her eyes that says it all

She’s lost control
… And said I’ve lost control again,
And a voice that told her when and where to act,
She said I’ve lost control again.

Gli spogli sobborghi della periferia della Manchester (Macclesfield, per la precisione) di metà seventies abitano Control, lo avvolgono nel bianco e nero livido, e sono a tutti gli effetti i co-protagonisti della pellicola su Ian Curtis e i di cui tanto si è parlato negli ultimi anni. Una geografia intima di compenetrazione tra uomo e ambiente, un paesaggio desolato perfettamente funzionale allo svolgersi delle vicende personali e di gruppo.

Il film, presentato in anteprima all’ultimo Festival di Cannes lo scorso maggio 2007 (e visto a Milano in giugno nella rassegnaCannes e Dintorni), non è propriamente l’ennesimo biopic mitizzato sulla rockstar defunta e assunta alla canonizzazione dai media, alla Stone con The Doors, per intenderci. Sceneggiato dall’autobiografiaTouching From A Distance, che la vedova del cantante, Deborah, aveva scritto nel 1995, e coprodotto dalla stessa insieme al guru della Factory Tony Wilson, vede il debutto alla regia di un’altra icona divisioniana, quell’Anton Corbijnfan dei primordi che aveva immortalato il gruppo sin dalle prime foto, inclusa la famosa immagine di spalle nella Tube Station mentre Curtis guarda di sfuggita verso l’obiettivo. “I furono una tra le ragioni principali per cui decisi di venir via dal mio paese e trasferirmi a Londra. Il New Musical Express era una Bibbia e le interviste di Paul Morley alla band hanno costituito una grande fonte di ispirazione per chi, come me, aveva poco più di vent’anni». Corbijn si trasferisce così dall’Olanda a Londra alla fine degli anni ’70, dove frequenta la scena post-punk, cominciando una carriera all’NME come fotografo musicale, per poi intraprendere qualche anno dopo anche la strada della regia di videoclip (suo il video dell’88 della re-release di Atmosphere nonché di numerosi altri con Nirvana, U2, Depeche Mode…).

Il progetto per il film risale a una decina di anni fa, fortemente voluto anche da Deborah dopo la scrittura del libro (pubblicato in Italia da Giunti con il titolo Così vicino, così lontano), che come è noto, scandaglia nelle vicende personali del loro rapporto, offrendone allora per la prima volta un insight di primissimo mano, senza risparmiarsi in reticenze. E che in un certo senso deluse parecchi fan del gruppo proprio per questo. Non un libro sulla musica e sul mito, quindi. E di conseguenza non è un film prettamente musicale Control, che è stato integrato con numerose testimonianze; non c’è un solo punto di vista, da invece chi si aspettava la vicenda raccontata dalla sola Deborah. “Non è un film sui , ma su Ian Curtis”, ancora il regista.

Il paragone sorge immediatamente spontaneo con l’altra pellicola che sinora aveva raccontato, sia pure in modo laterale, la vicenda Curtis, vale a dire 24 Hour Party People (UK, 2002) di Michael Winterbottom (di cui abbiamo trattato tempo fa a proposito della scena madchesteriana) sull’ascesa e caduta della Factory Records di Wilson e diMadchester: qui tutto era frenetico e raccontato vorticosamente, tra bio e leggende metropolitane, con stile documentaristico, humour e leggerezza, per quanto la parte relativa ai Joy Division fosse giustamente la meno gaia e acquistasse la drammaticità che le competeva. Con Sean Harris ben in mente (che in Party Peopleinterpretava efficacemente uno Ian caratterizzato alla psicoticità il giusto) non era facile riuscire ad immaginare un altro protagonista. Il film parte così dai primi anni ’70 con Curtis poco più che adolescente, mostrato nelle sue passioni, l’amore viscerale per la e la musica – Bowie, Roxy Music, Velvet Underground -, per introdurlo rapidamente nell’ambiente musicale del tempo, fino all’incontro con la futura moglie; prosegue e si svolge dal ’76 in poi con la conoscenza, di Ian, Bernard Sumner e Peter Hook. Seguono di contorno le vicende legate alla formazione del gruppo, dai Warsaw ai JD, l’incontro con il manager Rob Gretton, il contratto con Wilson, Martin Hannett, i rapporti con l’industria discografica e la scena musicale, i tour, il primo disco Unknown Pleasures (1979), la notorietà sempre più in crescita e lo status acquisito di cult act, fino al tragico epilogo.

Quel che rende immediatamente diverso Control è comunque lo sguardo dal di dentro, piuttosto che il racconto romanzato, l’agiografia. Non c’è compiacimento, si narrano e si presentano i fatti, per quanto possibile, senza giudicare né cercare soluzioni o risposte. Il film è raccontato da diverse angolazioni, quella di Ian, di Deborah, del gruppo (in maniera minore in questo caso). Curtis è visto nella quotidianità di un semplice ventenne, sposatosi troppo giovane con famiglia a carico, che cerca di far fronte, man mano che si svolge il film, all’inadeguatezza che sente crescere quando le cose sembrano cominciare a sfuggirgli di mano: la crescente notorietà e il non riuscire più ormai a controllarla e gestirla, la crisi matrimoniale e il senso di colpa per una relazione (che non riusciva a concludere) con la giornalista belga Annik Honoré, fan del gruppo incontrata durante il tour europeo a inizi ’80; l’epilessia insorta tardivamente, negli ultimi anni (che rendeva sempre più problematiche le esibizioni live), e il non poter/voler reagire rifiutandone alla fine le cure, una volta presa coscienza della sua gravità.

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Tutta una serie di circostanze concatenanti che porteranno Ian, progressivamente ma piuttosto rapidamente, alla ineluttabilità del suicidio il 18 maggio 1980 (a due mesi dal suo ventiquattresimo compleanno), alla vigilia significativa – mancavano appena due giorni! – della partenza per un tour negli Stati Uniti. La perdita progressiva di controllo sulla malattia e sugli eventi quotidiani quindi. She’s lost control. She’s lost control again.La disperazione e l’angoscia, la gelida consapevolezza e le emozioni trattenute di musica e liriche dei Joy Division che si fanno man mano sempre più oscuri. L’impossibilità di continuare a vivere accettando la sconfitta, evidenza che è già programmaticamente presente nei testi del secondo album, il postumo Closer (1980). Gotta find my destiny, before it gets too late(24 Hours). E si arriva all’epilogo: la storia si sarebbe definitivamente conclusa nel luglio 1980, a più o meno quattro anni dal suo inizio, con Sumner, Hook e Morris esibirsi per la prima volta come Nuovo Ordine, mentre usciva il postumo Closer tra ossessioni ballardiane e claustrofobie paranoiche. Ma questa è un’altra storia che giustamente non ci viene mostrata in questa sede.

Il bianco e nero del film (“l’ho usatoper rappresentare le atmosfere dei Joy Division e lo spirito dell’epoca”, ancora il regista) è stata una scelta piuttosto ovvia in questo caso, quello stesso b/n disgregato e sfibrato che ha sempre caratterizzato le foto di , rendendone la medesima atmosfera: incertezza, incompiutezza. Eleganza. Impalpabilità che si trasmette anche interiormente. Espressione di sensibilità e soprattutto percezione emotiva: “Mi considero un fotografo decisamente tradizionale, credo che la forza delle mie foto stia principalmente nello stato d’animo e nelle sensazioni che riesco a catturare nelle persone che incontro“. Conciso, senza ridondanze è allora lo stile del film, figurativamente sobrio, con prevalenza di primi e primissimi piani a punteggiare drammaticamente la storia. A parte Samantha Morton (Deborah) gli attori /musicisti inglesi sono semisconosciuti, protagonista compreso. Quel Sam Rileynella realtà cantante della band 10 000 Things, che ha aderito così significativamente e mimeticamente al personaggio (una curiosità: interpretava Mark E. Smith in 24 Hour Party People!), fino a cantare e suonare con gli altri attori, per cui i brani sono eseguiti da loro – cosa non voluta all’inizio del film, ma poi fortemente approvata vista l’alchimia venutasi a creare.

E si vedono infatti live o in studio parecchie volte, mentre narrativamente sono le liriche gelide, più che i dialoghi, in fuori campo, a seguire il filo del racconto. Musica strumentale originale composta dai New Orderper l’occasione è presente nella pellicola in sottofondo in un paio di sequenze, nell’ipnosi a cui Sumner sottopone Ian e nella scena immediatamente prima del suicidio, quando vede in televisione il film di Werner Herzog, La ballata di Stroszec;per il resto abbondano ovviamente gli inserti dell’epoca, dal classico Bowie ai Roxy Music ai Sex Pistols per citare solo alcuni nomi. Va detto anche che non ci si fa mancare le autocitazioni: il regista sembra compiacersi nella classica rappresentazione dell’iconografia rock, si veda ad esempio a inizio film il Curtis adolescente a torso nudo che riecheggia nell’immaginario un Iggy Pop giovane (con in sottofondo la Jean Genie di Bowie).

Sobrietà quindi, e la prospettiva di rendere il gruppo e Ian nello svolgersi della loro vita quotidiana, nel lavoro (Curtis prima di cominciare con la musica a tempo pieno era impiegato in un ufficio di disoccupazione e in questo ambito ci viene spesso mostrato), nella routine, immagini che potrebbero appartenere ad uno qualsiasi dei film sui sobborghi inglesi di Ken Loach, se non fosse che in questo caso lo stile è un altro; scelte estetiche e programmatiche che potrebbero avvicinare alla sensibilità del Free Cinemainglese piuttosto; nei suoi clip (ricolmi di riferimenti espressionisti e surrealisti, tra l’altro) sin dall’inizio il Nostro ha riversato le sue competenze fotografiche, dalla luce alle inquadrature, per un equilibrio formale ineccepibile, che è diventato un marchio di fabbrica, sia pure evolvendosi negli anni, ed è presente anche in Control, con le sue inquadrature studiate nei minimi particolari, spesso fisse e prolungate oltre il dovuto. Anche la rabbia nel film viene trattenuta, sospesa, alla maniera del sound e delle lyrics curtisiane, implodendo di volta in volta, proprio mentre si pensa che deflagri liberando la tensione; l’unica che sembra esserne esente è Deborah, i cui scleri e le scenate al marito diventano sempre più frequenti e fanno da stacco e contrappunto alle vicende musicali e al punto di vista di Ian.

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Quello che si può obiettare al film è semmai, nonostante la correttezza filologica fino alla maniacalità e l’impianto estetico ineccepibile, è una certa predominanza, in sede di sceneggiatura, del punto di vista di Deborah (e anche di Wilson: “Abbiamo messo assieme il team giusto per trasporre nel film lo spirito di Ian” ipse dixit “disinteressatamente” il guru della Factory). I quali ne escono sin troppo bene comunque, a discapito di certi trattamenti riservati al gruppo. In più di un’occasione i Joy Division alias i New Orderattuali (che – ironia della sorte – in questo inizio estate hanno annunciato uno scioglimento, che pare definitivo) non ne escono benissimo, finendo per fare in più di un’occasione la figura degli ingenui. Cosa da cui non è esente lo stesso Wilson, quando è raccontata la scena del contratto con i JD firmato con il suo sangue e relativo svenimento… momenti appena di leggerezza rispetto al pathos del film, come avviene anche nella caratterizzazione comica del loro manager Rob Gretton, sorta di gangsta rap che sembra appena uscito da un film di genere.

E riprendendo il discorso sui New Order, la collaborazione tra regista e gruppo d’altra parte non è sempre andata a gonfie vele durante il corso della preparazione e lavorazione della pellicola, si vedano ad esempio alcune dichiarazioni su Control rilasciate alla fine dell’anno scorso proprio da Peter Hook alla stampa, in occasione delle prime voci di un loro scioglimento (“I´m pissed about the movie right now because Anton Corbijn seems to be getting too much control, precisely. I would have prefer that he showed more respect for us. That´s what he should do. I don´t know, It´s ok. Anton is too passionate about the movie but I think he should have a wider view. At the beginning he would say ‘come everyone to help’ but now he closed the doors and sent everyone to piss off”). Uno sfogo estemporaneo probabilmente. Il che in altre parole, mostrava il loro malcontento (con tutta l’irruenza che è nota del bassista) nonostante il rapporto fosse andato avanti e avessero in effetti realizzato la colonna sonora. E successivamente il gruppo ha anche partecipato alla prima del film a Cannes quest’anno.

Un altro appunto al film potrebbe essere di ordine assoluto, cioè per intendersi meglio: ci sembra che sia incontrovertibile che ben poche cose riescano ad equiparare la drammatica tensione della musica dei Joy Division e delle liriche di Curtis. In altre parole le immagini, con tutta la loro forza, nel bene e nel male, di cui s’è detto finora, non sempre possiedono la forza sufficiente per supportare la musica e il suo pathos. Musica che vive di per sé e si autoalimenta, nelle liriche consapevoli della tragedia, nella drammaticità e marzialità del sound che si compenetra perfettamente con queste emozioni sospese e come bloccate. Che ebbero e continuano ad avere una espressività sconcertante. Che attraversa il tempo, rimanendo con forza, come tutti i masterpiece. E continuando a costituire un’influenza importante nel corso dei decenni. Ci sarebbe voluto forse un genio visionario e malato al pari di cotanta espressività. Ma tant’è, il riservato e schivo antidivo Anton Corbijn ha comunque ottenuto il merito di non aver svenduto alcunché ci sembra, mantenendosi nel buon gusto di un omaggio certamente, da grande fan qual era (è), anche se ha scontentato qualcuno, come si è notato dai pareri contrastanti. Un onesto trattamento per una materia scottante, che in altre mani avremmo tremato ad immaginarne il risultato. Ma sembra non essere finita qui, si parlerebbe già di un altro film in cantiere, questa volta dal versante hollywodiano. Che non siamo per niente impazienti di vedere, arrivati a questo punto. La vicenda sembrerebbe essersi conclusa qui per quanto ci riguarda.

E ancora, a proposito di testimonianze di prima mano: è stato terminato a fine estate Joy Division, documentario di coproduzione UK/US, diretto da Grant Gee (Meeting People Is Easy dei Radiohead, direttore della fotografia ed editor di Scott Walker: 30 Century Man) scritto in collaborazione con il giornalista e scrittore Jon Savage; alla pellicola, che offre materiale inedito audio e video, hanno partecipato i New Order, Genesis P. Orridge, l’appena scomparso Tony Wilson, Peter Saville, Anton Corbijn, Annik Honoré tra gli altri.

Recensione: visionesospesa.blogspot.it

 

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