//DON’T LOOK NOW [SubITA]

DON’T LOOK NOW [SubITA]

Titolo originale: Don’t Look Now
Nazionalità: Italia, UK
Anno: 1973
Genere: Drammatico, Horror
Durata: 110 min.
Regia:

 

Capolavoro certamente, sconosciuto non proprio Don’t look now ( A Venezia un dicembre rosso shocking.) di appartiene piuttosto alla categoria di quei film che, perseguitati in Italia da vicende distributive avverse poi ripetutesi pure in fase di passaggi televisivi e di home video, è stato visto complessivamente molto meno di quanto si supporrebbe. In Gran Bretagna la sua sorte lo collega invece ad un altro titolo inglese coevo che vi abbiamo già proposto, The Wicker Man di Robin Hardy, altra opera eccentrica rispetto alla produzione d’oltre Manica, inedito da noi. Insieme tagliuzzati e ridotti alla durata di un doppio spettacolo per le platee estive, finirono col costituire il double più straordinario di sempre dal momento che il film di Roeg fu premiato come il miglior titolo inglese del 1973 e quello di Hardy entrò tra le 100 pellicole britanniche più rimarchevoli di sempre. Quella che proponiamo, così come si conviene ad un’opera di alto pregio, è finalmente la versione integrale e originale sottotitolata, ben diversa e più lunga di 10’ da quella che è circolata in Italia. Venezia è considerata per antonomasia una delle città più affascinanti e romantiche del mondo e innumerevoli film ne hanno fatto lo scenario ideale di commoventi storie d’. Non è certo il caso di questa pellicola diretta nel 1973 dal regista inglese , intitolata “A Venezia… un dicembre rosso shocking”, che ci rappresenta – al contrario del solito – una Venezia quanto mai spettrale e sinistra, una vera e propria città da brivido. Tratto dal racconto “Non voltarti”, firmato da Daphne Du Maurier (tra gli altri, autrice di “Rebecca la prima moglie” e “Gli uccelli”, entrambi portati sullo schermo da Hitchcock) il film di Roeg, interpretato da due divi del calibro di Julie Christie e Donald Sutherland, ha riscosso un notevole successo di pubblico all’epoca della sua uscita, e resta ancora oggi uno dei più famosi thriller del britannico, oggetto di infiniti omaggi e citazioni. Tre sono le sequenze che spiccano maggiormente in questo incredibile secondo film di Nicolas Roeg, meno celebre da noi che in patria, dove è invece considerato tra le massime vette del inglese, tanto da meritarsi un ottavo posto nella nota Top 100 del BFI, forse a causa dell’improbabile titolo italiano o forse per il ridotto numero di passaggi televisivi dovuto a – ovvi – problemi con la censura. La prima è quella che apre il film: un incredibile pezzo di in cui ogni certezza linguistica (e, scopriremo procedendo nella storia, narrativa) viene immediatamente spazzata via, in modo sistematico e assolutamente sperimentale, trasformando gli stacchi tra le inquadrature in veri e propri connettori psichici, e facendo del montaggio stesso un sistema associativo a sé stante, senza precedenti. Che porta sì, inevitabilmente, alla tragedia: ma il geniale stacco finale spezza la sequenza con un utilizzo dell’anticlimax che risulta ancora oggi sconvolgente.

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La seconda è quella, arcinota e lunghissima, dell’amplesso tra Donald Sutherland e Julie Christie: una sequenza che fece molto parlare di sé per la sua estrema franchezza, e forse troppo, distogliendo il discorso sul film da altri caratteri dell’opera. Ma si tratta certamente – con il suo dissacrante e innovativo montaggio parallelo tra il coito e il post orgasmic chill – di una delle sequenze (non solo “di sesso”) più seminali della storia del . Ultimo, l’inseguimento finale, in cui la fiaba di Cappuccetto Rosso viene replicata tra le calli e i rii veneziani per poi essere ribaltata e macchiata col sangue.Ma tutto il resto del film di Roeg, a distanza di 35 anni, è ancora un vero gioiello di europeo, e tramite il suo linguaggio liberissimo, furioso e analitico al tempo stesso, pieno di presagi e follemente innamorato dei dettagli che li compongono (come il tema dell’occhio, della vista, reiterato ossessivamente fin dal titolo), con la sua Venezia “laterale”, fredda e cupa, è ancora un film capace di perturbare, per i suoi mille misteri ancora irrisolti (il vescovo di Massimo Serato, il commissario di Renato Scarpa), ma anche solo con una risata, inquietante come poco altro, di fronte a uno specchio sbiadito – o una diapositiva macchiata di rosso, come il futuro funesto che non aspetta altro che poter consumare la sua catarsi.

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Recensione: cineclubalphaville.it

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