//ENTER THE VOID [SubITA] 🇫🇷

ENTER THE VOID [SubITA] 🇫🇷

Titolo originale: Enter The Void
Paese di produzione: Canada, Francia, Germania, Italia
Anno: 2009
Durata: 161 min.
Genere: Drammatico, Psicologico, Visionario
Regia:

 

Se c’è una cosa che si deve indiscutibilmente riconoscere a , è la sua impressionante coerenza: Enter The Void non è certo un film perfetto, ma è la sua indefessa pervicacia a renderlo così unico. Per esempio, l’ultima ora di film è costruita in modo volutamente massacrante per lo spettatore, con una narrazione che allunga a dismisura i passaggi temporali pur di non perdere di vista la coerenza dello stile narrativo, per poi terminare con alcune scelte visive e narrative che cercano di suscitare una reazione accesa (anche di rigetto o di derisione) dopo che l’attenzione era stata sopita o ipnotizzata dalla ripetitività.

Ma nonostante questa sfida diretta ai centri nervosi e alla “pancia” non sia del tutto riuscita, a seconda poi della sensibilità dello spettatore, nel suo insieme il film di Noé è un’opera autenticamente straordinaria. Prima di tutto nel senso che non ha nulla a che fare con l’ordinario: Enter the Void è un’esperienza ben più che inusuale nel panorama cinematografico, un progetto visuale trasversale che prende in possesso dal cinema forme definite della narrazione come il melodramma e influenze dichiarate (in primis, l’ultima parte di 2001 di Kubrick) e decide di raccontarle con una libertà e, ancora, una coerenza progettuale che lascia spesso senza parole. La scelta più evidente è quella di raccontare tutto attraverso una soggettiva – o meglio, tre tipi di soggettiva: una “fisica” (distinta dalla scelta iperrealistica di visualizzare anche i battiti delle palpebre), una “esterna” usata per i flashback (con l’attore ripreso di spalle da vicino, come in un videogame: una scelta che ci permette di uscire dal quadro restituendo l’importanza negata fino ad allora al personaggio) e una – diciamo così – “spirituale” o “onirica”, che poi è quella attraverso cui vediamo gran parte del film, con una predominanza di plongée e grandangoli, in volo su una Tokyo reale e immaginaria insieme.

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L’impianto tematico del regista francese è spesso ingenuo nei riferimenti alla circolarità della vita e della morte, e si è già accennato a quanto sia estenuante l’ultima ora di film, che risente troppo della violenta caparbietà di Noé, ma tutto ciò che viene prima è davvero uno dei film più frastornanti ed eccitanti degli ultimi tempi: le immagini frattali ispirate all’assunzione di allucinogeni si alternano a un melò intenso e straziante costruito con un uso sapiente e coraggioso dei flashback (che sono in assoluto la cosa migliore del film e uno dei momenti più alti del cinema europeo dello scorso anno), la fotografia di Benoît Debie e il contributo artistico di Marc Caro hanno un vero incontro di destini con la città di Tokyo, la direzione degli attori sfugge alle dinamiche usuali (e che trova pane per i suoi denti nello sconsiderato esibizionismo di Paz de la Huerta) e la sceneggiatura scopre immediatamente tutte le carte fin dai primi dialoghi così che ci si possa fare un’idea autonoma di ciò che verrà.

Che sia il viaggio post-mortem verso la reincarnazione (“They say you fly when you die”) o, come preferisce sostenere Noé stesso se proprio vogliamo dargli retta, il sogno allucinato di un uomo morente per effetto delle sostanze contenute nel suo corpo – in un misto di chimica e di spiritualità dilatato a dismisura in cui si incontrano il mondo dei sogni (e degli incubi) e il viaggio nel , e nel proprio : “DMT only lasts for six minutes but it really seems like eternity. And it’s the same chemical that your brain receives when you die. It’s a little bit like dying would be the ultimate trip”.

I titoli, creati in collaborazione con Thorsten Fleisch, sono un capolavoro a sé stante.

Recensione: giovanecinefilo.kekkoz.com

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