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Shadow

GABAL [SubITA] 🇰🇷

Titolo originale: Gabal
Paese di produzione: Corea del Sud
Anno: 2005
Durata: 106 min.
Genere: Drammatico, Horror
Regia:

Dopo aver perso la voce in un incidente automobilistico Ji-hyun si ritrova a dover accudire l’amata sorella minore Su-hyun malata terminale di leucemia il cui tempo su questa sta per esaurirsi.Poi, un giorno, la loro vita cambia drammaticamente quando Ji-hyun decide di comprare una alla sorella resa calva dalla chemioterapia.Da quel giorno la salute e l’umore di Su-hyun cominciano misteriosamente a migliorare ma sembra che la porti in se i ricordi di una tragica e che influenzi negativamente le persone che la indossano trasformandole letteralmente.

Commento A

The Wig, ovvero Il parrucchino assassino. Detto così suonerebbe come l’ennesimo trash-horror di terza categoria, con poco da mostrare se non qualche effettaccio. Invece si tratta di un bell’esempio di semi-horror non banale, ben realizzato e che si occupa in modo serio di un argomento duro nella prima parte, mentre nella seconda si arricchisce di un “quarto” incomodo e di nuovi elementi che imprimono alla storia una svolta inaspettata, più fantastica. E più prevedibilmente derivativa. Non si tratta comunque di un horror canonico o di un thriller in cui lo spettatore venga tenuto costantemente in tensione dall’inizio alla fine. Nonostante non manchino delle sequenze ad alto tasso ansiogeno, The Wig rientra nel filone cinematografico che sembra essere la via coreana al “new horror” asiatico, filone che ha ricevuto il “la” dal primo Whispering Corridors e dai relativi seguiti, che passa per Acacia, Dead Friend per arrivare fino ai recenti Red Eye e Red Shoes o a ibridi di generi (fusion) come Hypnotized, Antarctic Journal o Blood Rain. Un in cui la facciata orrorifica rappresenta soltanto un tramite attraverso cui far passare una narrazione, in alcuni casi anche intensamente drammatica, dalla portata più ampia di quanto non possa sembrare ad una prima lettura. È un modo di concepire il film d’orrore che presta poca attenzione magari alla grammatica cinematografica del genere e alle meccaniche classiche destinate a generare tensione e paura, anzi, se ne preoccupa solo in seconda battuta programmaticamente, concentrandosi piuttosto su un significato “altro” e più profondo, su valenze simboliche, su elementi soprannaturali che riflettano in qualche modo la , su personaggi problematici e complessi.

E nell’esordio di Won non è un caso che una delle due protagoniste sia una malata di tumore allo stadio terminale, una condannata a che si attacca all’ultimo brandello di vita rimastole, aiutata dalla maledetta del titolo, un semplice mezzo per significare il suo ultimo guizzo di vitalità, l’ultima occasione per tornare a sentirsi un essere umano, una donna. Ovviamente, trattandosi pur sempre di un horror sulla carta, tutto si deve trasformare per contratto in un incubo, nel quale perlopiù la faranno da padrone molti luoghi comuni culminanti nell’immancabile, noioso scontro finale. Ma questo incubo non è altro che la e il fantasma sanguinario non è altro che l’ombra di quello che la malata era, il suo attaccamento morboso alla è anche il non voler accettare la . L’altra protagonista, la sorella muta (anche lei, non a caso, segnata dalla vita), cerca di combattere il fantasma, rimarcando un tentativo di aiutare la sorella a scacciare il passato (la ) e accettare il presente, per quanto senza speranza. E la che aleggia nell’aria, portata dalla o percepita dalla malata potrebbe essere la sua stessa fine, annunciata e attesa. Questo per dare l’idea di quanto sia sfaccettato, complesso e profondo il messaggio contenuto fra le righe di The Wig.

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Passando agli aspetti tecnici, niente da ridire sulle scelte del regista: i colori scuri, uniformi, quasi gradazioni di grigio, le sfocature, le inquadrature ravvicinate, la bella colonna sonora sinfonica, i flash cruenti, l’uso insistito degli specchi, le brave attrici… Tutto lascia trasparire uno stile ricercato che aiuta a digerire il non facile argomento trattato. Certo una fotografia tanto raffinata in un film del genere potrebbe risultare stucchevole per qualcuno e l’uso smodato dei capelli potrebbe fastidiosamente portare alla memoria una miriade di altri horror asiatici, ma è intensa la sensazione di disagio generata dalla storia e dall’indolenza che avvolge una vita sull’orlo del tracollo, fisico e psicologico.

A cura di Mark3

Commento B

Questo film NON deve arrivare in occidente. Sarebbe un disastro. Viaggiando tra forum, chat, newsgroup, o semplicemente chiacchierando in giro ogni giorno capita di subire tsunami di pregiudizi e luoghi comuni. Ci troviamo persi tra coloro che dicono che cinesi, giapponesi e coreani sono tutti uguali, quelli che nemmeno credono che in Asia si faccia e, dulcis in fundo, quelli che riducono l’horror dell’estremo oriente (a prescindere dalla provenienza geografica) a ricettacolo di donne algide dai lunghi capelli corvini davanti al viso, stereotipo e immaginario che secondo questi illuminati al massimo si può far retrodatare a circa una ventina di anni fa mentre spesso capita di sentir dire che l’origine di questa iconografia è di discendenza occidentale. Termonuclearizzati questi fastidiosi ed erronei preconcetti cerchiamo di nascondere e seppellire questo film perchè in un nanosecondo li giustifica tutti. Siamo alla deriva (che stavolta non ha un senso dispregiativo). Già le cover o le foto di scena davano adito a dubbi, ma alla fine il film è proprio così. Il protagonista della pellicola, portatore sano di paura è, o meglio sono, i capelli. Ridotto ai minimi termini il film mette in scena…una “parrucca assassina”. Circumnavigati questi pregiudizi e preventiva fuga verso la baia anticiclone da spettatore insoddisfatto si può parlare di . Anche nel campo dell’horror la Corea del Sud spesso dà ottime soddisfazioni, basti pensare all’intenso Memento Mori o al teso R-Point, e questa estate è stata particolarmente prolifica in quanto a produzione di film del genere tra cui incluso anche questo The Wig. Il film, diciamolo subito non fa troppa paura, tutt’altro. Ma al contempo esso appartiene a quell’area di prodotti “buoni”. Come abbiamo già detto, i capolavori dell’horror asiatico si sono caratterizzati e fatti onore, tra le altre cose, per il fatto di essere caratterizzati da una tendenza a nascondere dietro le parvenze e l’estetica di un genere codificato -l’horror- argomenti e storie più ampie e universali, in questo caso il melodramma. L’amore assoluto e il dramma della solitudine in Audition e Tomie, una tragedia familiare in Dark Water, l’amore oltre la in Stacy, conflitti sentimentali omosessuali in Memento Mori.

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Stavolta il film narra un’articolata storia di affetti tra una sorella maggiore muta (a causa di un incidente stradale in cui si è perforata la gola) interpretata da Yoo Seon (The Uninvited, 2003) e la sorella minore (Chae Min-seo, già vista in Don’t Tell Papa, 2003) malata terminale di tumore e dimessa dall’ per trascorrere gli ultimi giorni in propria. Avendo perso tutti i capelli a causa delle cure subite la ragazza riceve in dono dalla sorella una parrucca, un regalo per farle acquisire un minimo di sicurezza e voglia di uscire in più. Misteriosamente la ragazza inizia ad avere un fortissimo miglioramento della salute, sembra ormai miracolosamente guarita, il suo viso si è rilassato fino a cambiare radicalmente aspetto, illuminato dal benessere della salute. Solo nei momenti in cui toglie la parrucca la sua salute sembra subire un tracollo inarrestabile, mentre visioni e morti misteriose iniziano a volteggiarle intorno con frequenza sempre più ciclica e repentina.

Se il film non fa eccessivamente paura, le sequenze horror messe lì per contratto appaiono in tutta la loro pretestuosità, senza gravare il peso del film ma facendo trasparire i veri intenti di questa pellicola d’esordio di Won Sin-Yeon. Grazie ad una regia suntuosa e di ampio respiro (un paragone non troppo azzardato può essere A Tale of Two Sisters, ma anche in parte The Uninvited) il regista racconta un tesissimo e complesso melodramma, scava nelle pieghe del dolore di una sorella, nei ricordi d’infanzia destinati a sparire, inserendo sordidi dubbi su percorsi narrativi alternativi che se appurati possono elevare di grado la tragedia già palese. Un film sulla onesto, molto di più di altri melodrammi puri simili, profondo e disperato che raggiunge il climax nel finale stupendo e spietato. Il rapporto che si instaura tra la ragazza e la parrucca può ricordare, fatti i debiti paragoni, quello che in Brain Damage (Frank Henenlotter, 1988) era tra il ragazzo e il parassita cerebrale e ciò può portare al riso spontaneo. Ma la capacità del regista è di condurre con esemplare competenza il film in perfetto equilibrio tra una narrazione sempre prossima al riso involontario e uno sviluppo del dramma convincente e commovente. Un pre finale/colpo di scena mette i dubbi sulla salute mentale dello sceneggiatore tirando in ballo complessi e frastornanti rapporti incrociati e storie di maledizioni improvvisate, lasciando però spazio fortunatamente alla già citata splendida sequenza finale. Magari un brutto horror, ma sicuramente un bellissimo melodramma.

asianfeast.org

 

 

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