//GENERATION P [SubITA]

GENERATION P [SubITA]

 

Titolo originale: Generation P
Nazionalità: Russia
Anno: 2011
Genere: Commedia, Drammatico, Fantascienza
Durata: 112 min.
Regia:

 

La caduta del comunismo in Russia ha reso disilluso il giovane aspirante poeta Babylen che, vendendosi al consumismo di massa, ha accettato di lavorare per un’agenzia di pubblicità, andando incontro a una serie di successi. Quando però la sua carriera sembra essere arrivata a un punto morto e la sua creatività bloccata, Babylen ritrova l’ispirazione grazie a un cocktail di lsd, cocaina e vodka, aprendo la mente a un continuo tra realtà e immaginazione, in cui trova come musa il fantasma di Che Guevara, impegnato nella teoria del “wowismo” secondo cui la televisione distrugge lo spirito individuale. A complicare maggiormente la sua vita vi è poi l’introduzione in un’agenzia che funge da copertura per un culto babilonese che venera la dea Ishtar.

Un timido appassionato di letteratura, momentaneamente impegnato come piccolo negoziante per la mafia cecena, si trova improvvisamente catapultato nel tentacolare mondo del business e della pubblicità. Scoprirà di avere un portentoso talento inventivo che lo può far diventare l’“uomo nuovo” della Russia post-gorbacjoviana. Ma scoprirà anche un sacco di altre cose segrete ed un mondo parallelo confinante con la mistica di antichi popoli scomparsi e del nuovo popolo russo.
Viktor Pelevin. Per un lettore russo o un appassionato di letteratura russa contemporanea il solo nome evoca una moltitudine di immagini, sensazioni ed echi culturali. Per chi non lo conoscesse ancora se ne raccomandano le belle traduzioni italiane di Catia Renna, e se avremo la fortuna di vedere questo film distribuito anche in paesi europei occidentali, “Generazione P” (nell’edizione italiana del libro: Babylon) sarà un buon viatico per farsi un’idea della ricca galassia della cultura letteraria russa dagli anni Novanta fino ad oggi. Anche perché nelle interviste rilasciate dopo l’uscita del film sul mercato russo (nell’aprile di questo 2011) i creatori della pellicola hanno dichiarato di voler diffondere il verbo peleviniano in quanti più paesi possibili.

La cosa sarebbe tanto più significativa in quanto questo è il primo lungometraggio tratto da un autore che dichiara se stesso “infilmabile”, ma che è stato convinto dal regista Viktor Ginzburg a ricredersi e a partecipare ad un progetto piuttosto complesso e accidentato che è durato quattro anni ed ha visto cambi di cast, difficoltà finanziarie e improvvisazioni sul set che avrebbero potuto trasformarlo in uno dei tanti giganteschi sogni non realizzati alla Terry Gilliam. Per la cronaca in Germania hanno recentemente acquistato i diritti di “Capaev e il vuoto” (in italiano Il mignolo di Buddha), altra opera cult dello scrittore moscovita, pot-pourri post-modernista in cui si fondono diversi piani psico-spazio-temporali e, tanto per fare un esempio, Schwarzenegger può interagire liberamente con i rivoluzionari bolscevichi della Guerra Civile degli anni Venti. Ma vedere sullo schermo il caleidoscopio filosofico-letterario-culturologico che è Generazione P è già di per se uno shock positivo sul quale vale la pena discutere.

Di che parlano libro e film? Il testo di partezna non è un semplice romanzo, ma uno dei primi tentativi artistici di descrivere la trasformazione antropologica di certe fasce imprenditoriali e politiche della nuova Russia post-comunista: è la generazione che è andata incontro alla libertà, all’imprenditoria neocapitalista e alle privatizzazioni scellerate, ma soprattutto ha venduto tutta la sua anima al mercato. E su cosa si basa il mercato se non sulla pubblicità? Una delle interpretazioni della “P” del titolo è “Pepsi”, altre sono meno eleganti e le lasciamo agli addetti ai lavori… Si parla dunque di una generazione che (come descrive ironicamente una scena del film) non si fa più ispirare dal caro “Fjodor Michajlovic” (si intenda Dostojevskij) quanto piuttosto dal tourbillon di idee consumistiche, dallo studio della domanda “culturale” delle masse, dalla brama sconfinata di potere economico, e, perché no, da diverse tipologie di droghe. Le droghe possono variare dai funghi magici raccolti nei boschi sotto Mosca, fino ad arrivare a stupefacenti ben più potenti, come la spinta emotiva verso i nuovi status symbol, il controllo mediatico dell’opinione pubblica, l’ispirazione inebriante tratta da mondi antropologici esoterici (che siano associazioni semi-massoniche, logge di businessmen oligarchici o visioni religiose ancestrali fa poca differenza).

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E proprio di oligarchi parla la seconda parte del libro e del film, quando il protagonista Vavilen, ormai addentro alle tecniche di persuasione di massa, diventa un esperto della creazione dell’“image” dei leader politici, compromettendo oppure portando alle stelle piccoli e grandi scagnozzi del jet-set, a seconda delle necessità e dei desideri di quelli che “davvero comandano” il tutto. Ma non è detto che il procedimento sia chiaro, anzi agli stessi nuovi burattinai come Vavilen è consigliato di non curiosare più di tanto.
La generazione P è infatti comunque una generazione esoterica, e i pacchetti informativi sono scaglionati con cura, cosi’ come le cerchie di affiliati. E non e’ detto che lo stesso lettore/spettatore debba comprendere proprio tutto… Di esoterismo si parla non solo perché alla base del romanzo di Pelevin (lui stesso studioso per anni di culture orientali e di religioni) è sotteso fra gli altri il mito della dea Ishtar e della ricerca del suo compagno umano (il “Dio vivente”), ma anche perché chi non ha la ventura di entrare nei circoli elitari di questa generazione (o, forse, la sfortuna di rimanerne irrimediabilmente invischiato) non può capire neanche di che si tratta, cosa c’è in gioco e (domanda ossessiva che percorre tutto il testo) chi davvero comandi il tutto. Il comando non sta più nelle mani dei politici o dei burocrati comunisti, e capire chi guida il carrozzone Russia e come egli influenzi e riindirizzi le masse della popolazione è una delle questioni che Pelevin pone di continuo.

Il regista Ginzburg è emigrato in America da piccolo, ma non ha mai reciso le proprie radici, ed ha dichiarato che questo dovrebbe essere il “Matrix” russo. Se si considera la complessità della trama (moltiplicata per la velocità a volte parabolica alla quale vengono sparate le informazioni e cambiano gli scenari) siamo sulla buona strada. Ma qui il mondo parallelo non è una finzione digitale inscenata dai in un dopo-guerra apocalittico. Siamo invece nel bel mezzo dell’ e ce la vediamo scorrere davanti in diretta, con i suoi angeli drogati e demoni in completo Armani, e con le sue epifanie e rivelazioni a volte troppo brucianti per lasciare i testimoni vivi e vegeti.
Vavilen Tatarskij è il protagonista suo malgrado, è il laboratorio umano di quel “periodo di transizione” (sintagma caro allo scrittore) che conduce dall’homo sovieticus all’homo oligarchicus, con un nome che evoca affastellandoli ironicamente diversi spunti culturologici sviluppati in modo più o meno chiaro dalla trama (dalla Babilonia delle lingue e dei costumi, alla forza dirompente e aliena delle invasioni, tartare o meno che esse siano). Da nerd della prima ora el’tsiniana egli si trasforma lentamente in uno squalo accentratore di know-how e potere informatico, e man mano che sullo sfondo dello schermo vediamo scorrere le immagini di culto dell’era di “corvo bianco” (il bombardamento della Duma del ’93, i balli scatenati del presidente ubriaco, l’ascesa delle lobby petrolifere), Vavilen prende sempre più coscienza delle nuove classi che stanno emergendo e fra le quali bisogna cercare colui che forse (vedi sopra) “comanda davvero”.

Raccontare la trama di questo ordinato pastiche, di questo pamphlet lisergico per la scoperta della nuova (ma ormai già un po’ superata) Russia è impossibile. È possibile invece farsi trascinare dal walzer stordente di una generazione senza padri (tema ricorrente nell’ultimo ventennio del cinema russo) e con madri putative piuttosto pericolose (la dea Ishtar non è proprio un modello di affetto genitoriale…), dove i figli possono diventare divinita’ da un giorno all’altro, ma non per questo vivranno nella sicurezza minima che almeno dava tranquillità all’obbediente cittadino del realismo socialista.
Gli ingredienti del film di culto ci sono tutti, l’eco nelle sale russe è stato piuttosto forte e una dozzina d’anni di distanza dalla prima uscita del romanzo assicurano una nuova ondata di interesse su un autore che rimane, a sentire alcuni, uno degli intellettuali più influenti della Russia di oggi.

Recensione: nonsolocinema.com

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