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Shadow

GUN WOMAN [SubITA]

 

Titolo originale: Gun Woman
Nazionalità: Giappone
Anno: 2014
Genere: Horror, Thriller
Durata: 81 min.
Regia:

 

Due mercenari stanno attraversando il deserto quando per ingannare l’attesa uno racconta all’altro la storia di un individuo noto come Mastermind, che è riuscito a trasformare una prostituta tossicodipendente in una macchina per uccidere. In cerca di vendetta nei confronti del miliardario sadico che ha ucciso la sua amorevole moglie, Mastermind, un medico giapponese, ha “modificato” la prostituta con l’intento di farla entrare nella struttura sotterranea in cui il miliardario soddisfa i suoi desideri sessuali.

Parafrasando Taide di Anatole France, bella è la morte sul volto di Asami… È da quasi due anni che cerco il coraggio di parlare di questo film: l’ho trovato soltanto ieri dopo aver letto la recensione della Bara Volante di The Autopsy of Jane Doe (2016). È tempo di parlare… di donne morte…
P.S. Il Cumbrugliume non ha aspettato quanto ho aspettato io a parlare di questo film…

Si può definire “capolavoro” questo piccolo film malato, perverso, scandaloso e geniale? Si può rimanere a bocca aperta nello scoprire che anche una infima produzione low budget possa toccare vette ignote ai blasonati filmetti patinati americani? Si può accettare che un’attrice si umili e si distrugga totalmente davanti all’occhio indiscreto e perverso dello spettatore?
Come avete immaginato, la risposta è sempre sì.

Era la Pasqua del 2015 quando ho visto questo minuscolo film scritto e diretto da , 85 minuti netti di jap-horror per l’ultima notte dell’anno.
Ero tornato influenzato dall’ufficio e quella sera stavo a tocchi, con la febbre e il naso colante. Ero uno straccio e il tasto PLAY si premette da solo. L’esperienza fu mistica, perché assistetti ad una follia visionaria e malata proprio mentre anch’io ero malato e in preda a visioni…

Tutti dal Duemila fanno filmetti con la videocamera, pochissime location e un cast composto al 90% di inetti. Il cinema è fallito e questi sono gli ultimi rantoli prima della inevitabile morte… e allora parliamo di morte.
Quanto budget serve per morire? Quante centinaia di migliaia di dollari servono per mostrare la vendetta più assurda mai mostrata? Non so quanto abbia speso questo film, ma a giudicare dalle immagini molto, molto poco. L’importante è avere un’attrice che si annulli completamente e si lasci dissezionare in video: e quella c’è. Asami. Non c’è bisogno d’altro.

L’abbiamo già incontrata per il suo piccolo ruolo in Dead Sushi (2012) e già ho avuto modo di apprezzarla, in alcuni dei suoi molti deliranti jap-horror. Ma qui va oltre l’umano e va oltre la recitazione.
gun-woman-bAsami si annulla completamente per creare un personaggio impossibile per qualsiasi attore che non sia asiatico, se non addirittura proprio giapponese. Lei è di Tokyo e forse è questo che serve per lasciarsi distruggere in ogni modo da un regista.
Vediamo l’attrice nuda per il 90% del tempo, ma non pensate minimamente a qualcosa di erotico: il suo corpo non è quello delle attricette americane, è una donna normale ripresa in condizioni livide, quasi sempre sporca, sudata o totalmente ricoperta di sangue. Il suo corpo nudo sprigiona tutt’altra sensualità: quella malata, perversa e irresistibile dell’osservatore che non riesce a smettere di ammirare un personaggio portato all’eccesso.
Ogni angolo del corpo di Asami viene mostrato solo per esaltare la spersonalizzazione del personaggio. Perché lei non è una donna: è un’arma.
«Io ti ho salvato la vita quindi mi appartieni: per me non sei un essere umano, sei uno strumento.»

Un uomo misterioso (Kairi Narita) viene reso storpio dallo psicopatico figlio di un boss (un assurdamente inquietante Noriaki Kamata), non prima di aver visto la propria moglie stuprata e uccisa. E… non in questo ordine…
L’uomo ora vuole uccidere lo psicopatico ma questi è inavvicinabile, tranne in uno dei suoi perversi impegni: ama frequentare un club di necrofili, dove in una stanza asettica gli viene fornito il cadavere di una donna da abusare in ogni modo. Non ultimo… mangiarne le carni morte…

L’uomo misterioso dunque ha solo un’opportunità per vendicarsi: quando cioè lo psicopatico è nudo, solo, in una stanza vuota con un cadavere di donna…

Quindi compra una drogata, una ragazza persa, carne da macello in mano a criminali locali, una donna già morta anche se respira ancora: Mayumi (Asami). La ripulisce dalla droga, la pista di botte e le spara contro, per insegnarle a non aver paura dei proiettili. Questo è l’inizio di un allenamento. Un allenamento alla vendetta.

Resa una assassina con la padronanza di un tipo di pistola a 13 proiettili, l’uomo le rivela il suo piano: le indurrà una morte apparente, e quando la donna si risveglierà nella stanza sola con lo psicopatico, lo ucciderà con la sua pistola.
Davvero un bel piano… Un momento… e la pistola? Per rispondere… bisogna essere giapponesi!

Se la donna entra nuda e cadavere… dove la prende la pistola? Solo un giapponese poteva pensare alla risposta: i tre pezzi che compongono la pistola li porterà all’interno del suo corpo, impiantati chirurgicamente e pronti ad essere estratti.
Dopodiché avrà 22 minuti per uccidere tutti… prima di morire dissanguata. Se ce la fa, fuori la aspettano per una trasfusione di sangue.
Un piano che definire assurdo è leggermente riduttivo, eppure una sceneggiatura d’acciaio e una protagonista perfetta in ogni singolo fotogramma rendono Gun Woman un film che fa male dentro, nella sua perfezione.

Alcune trovate di contorno denunciano una certa propensione alla “tarantinata”, e non escludo (ansi ne sono abbastanza convinto) che il regista abbia voluto strizzare l’occhio ai fan del Quentin, ma dimenticate completamente ogni tarantinata abbiate mai visto: qui siamo ad un altro livello.
Nelle secchiate di sangue che inonderanno il video non c’è un briciolo di rosso né un solo schizzo: la perversione non vuole effettini patinati. Tutto è nero, il sangue è nero, la bocca è nera, le ferite sono nere, i capelli strappati sono neri e gli occhi appannati sono neri. Solo la carne morta di Asami è bianca…

L’attrice non si risparmia nulla, non cerca di coprire neanche un centimetro del suo corpo nudo e ferito, sporco di sangue, tagliato, piegato, umiliato. Si dona completamente per creare un finale sporco, osceno, indecoroso e sgradevole. Insomma, un finale perfetto. (Tranne una trovata finale, sinceramente al di sotto della qualità della storia.)

Non dimenticherete facilmente Asami nuda, insanguinata e con le ferite aperte, la donna-pistola pronta a uccidere il mondo e a dimostrare che anche con le squallide videocamere si può creare un prodotto da applauso.
Ogni inquadratura di Gun Woman è splendida, pur quasi senza fotografia, né luci né altro. È un prodotto ruvido e grezzo ed è questa la sua forza: non serve abbellire la morte… basta la morte stessa a rendere esplosiva la vita. E a rendere una donna morta un’arma fenomenale.

ilzinefilo.wordpress.com

 

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