//HOUSE [SubITA]

HOUSE [SubITA]

 

Titolo originale: Hausu
Nazionalità: Giappone
Anno: 1977
Genere: Commedia, Horror
Durata: 87 min.
Regia:  

 

Hausu, folle esempio di horror avant-pop, segna l’esordio nel cinema industriale di Nobuhiko Ōbayashi, tra i nomi di punta del cinema sperimentale giapponese degli anni Sessanta.

Mia zia è una strega

Dopo aver scoperto che il padre vedovo ha deciso di sposarsi nuovamente, una giovane studentessa decide di passare le vacanze estive nella spettrale casa in mezzo al bosco della zia insieme alle sue compagne di scuola. La ragazza ignora però la vera natura della zia, una strega che si nutre di giovani vergini allo scopo di diventare immortale… [sinossi]

La casa stregata è uno dei topos narrativi fondanti per la letteratura dell’orrore; il luogo chiuso, che dovrebbe essere protettivo e si rivolta invece contro l’uomo mostrando la sua indole maligna e sovvertendo le leggi della natura in modo bestiale e mostruoso, ha da sempre donato fertili spunti a miti, leggende, narrazioni orali e scritte. Com’è inevitabile anche il cinema si è lasciato soggiogare dal fascino oscuro dell’antro sotto maleficio, fin dagli albori della sua storia come dimostrano i brevi gioielli del muto The Haunted House di J. Stuart Blackton, e il suo remake della Pathé La Maison ensorcelée di Segundo de Chomón (che continuerà lo studio della stop motion e degli effetti speciali nell’immediatamente successivo El hotel electrico). Se, dopo la fine dell’epoca dell’horror “classico” [1] la magione indemoniata più celebre resta quella descritta da Sam Raimi in Evil Dead ed Evil Dead II, pochi anni prima dall’altra parte dell’Oceano Pacifico un gruppo di scolarette era andato incontro a una sarabanda infernale…
Il nome di Nobuhiko Ōbayashi dice poco anche a molti appassionati cinefili e perfino ad alcuni cultori del cinema giapponese (ma Hausu ottenne una indimenticabile proiezione di mezzanotte nel 2006 al Future Film Festival di Bologna, all’interno della retrospettiva Storie di fantasmi giapponesi), e questo rende ancor più meritoria la scelta del Far East Film Festival di Udine di omaggiarlo all’interno della retrospettiva Beyond Godzilla, rapsodico excursus nel fantastico nipponico.

Hausu (wasei eigo che “nipponizza” l’inglese House), oltre a segnare l’esordio alla regia di un lungometraggio di Ōbayashi, fino a quel momento impegnato per lo più nell’ambito pubblicitario e nel mondo della sperimentazione – le sue opere vengono proiettate nel teatro Shinjuku Bunka assieme a quelle di Masao Adachi, Toshio Matsumoto, Katsuhito Tomita, Akahiko Iimura e altri –, resta a distanza di quasi quaranta anni il titolo più rappresentativo della sua carriera, al punto da meritare edizioni in dvd anche in occidente e orde di fan.
Il motivo di un culto così persistente e diffuso è molto semplice: provate voi a trovare un film altrettanto folle, inventivo, in grado di spingere trash e naiveté oltre le soglie del ridicolo fino a sfiorare – e oltrepassare – i limiti del sublime. Bastano le prime sequenze per rendersi conto di quanto la flebile trama sia intrecciata all’unico scopo di bombardare lo schermo con detonazioni ultra-pop, svisate surreali e un caleidoscopio di intuizioni visive davvero fuori dalla media. Ōbayashi, che proseguirà il percorso nel cinema fantastico con titoli altrettanto significativi (The Girl Who Leapt Through Time, School in the Crosshairs ed Exchange Students, per rimanere ai titoli presentati al Far East), abbandona qualsiasi psicologia dei personaggi a favore di un cataclisma visionario totale e rigenerante; in confronto alle sinapsi delle liceali nelle grinfie della zia-strega i dubbi esistenziali di Ash nella trilogia di Raimi acquistano un retrogusto quasi filosofico.

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Ma il pensiero si fa nell’immagine, parafrasando Tristan Tzara, e Hausu lo dimostra senza alcuna reticenza. Passando al setaccio tanto le avanguardie storiche quanto i trucchi cinematografici del passato (Hausu appare già demodé alla fine degli anni Settanta, ma semplicemente perché è nella sua natura trovarsi sempre “fuori dal tempo”), Ōbayashi orchestra un divertissement horror che non si prende sul serio ma non rinuncia mai a stupire lo spettatore. In un’escalation ludica senza fine, gioco al massacro in cui ogni cosa è concessa, Hausu smonta le certezze del pubblico riscrivendo le regole del genere in scena, quasi che lo schermo fosse una tela sulla quale improvvisare schizzi, in attesa che essi da soli assumano un senso compiuto.
In Hausu, delirante teen-horror dalle escrescenze pop in continua destrutturazione, la forma è già contenuto, senza bisogno di alcun accessorio ulteriore. Un oggetto di cinema puro, scherzo da prendere per tale ma da non sottostimare, che ha il coraggio di proporre una deviazione dalla norma, dalla prassi, dall’abitudine. Non c’è nulla che assomigli davvero a Hausu, perché la sua ricetta (trovare il punto di fusione tra la sperimentazione visionaria e l’esigenza “alimentare” del cinema popolare) è così dirompente da rendere difficile una strutturazione organica all’industria: luci avant-pop che si sposano ad architetture gotiche, effetti surreali che cercano riparo in tramonti melò, con flashback sfumati e stop motion a far deragliare ancor di più l’insieme. Tra teste mozzate, gatti neri, megere e pianoforti indemoniati, i luoghi comuni della narrativa occidentale vengono gettati in una centrifuga e sparpagliati a caso sullo schermo. Un’avventura dadaista senza paragoni possibili.

Note
1. Prima della “rivoluzione” horror degli anni Sessanta e Settanta sono molte le case stregate da ricordare, da La casa sulla scogliera di Lewis Allen a La casa dei fantasmi di William Castle, da Suspense di Jack Clayton a Gli invasati di Robert Wise, da Danza macabra di Antonio Margheriti a La maschera del demonio di Mario Bava, fino a incursioni nella commedia (Congiura al castello di Charles Lamont, ultimo film della saga dedicata al mulo parlante Francis), nel melò romantico (Il fantasma e la signora Muir di Joseph L. Mankiewicz) e nell’animazione (Lonesome Ghosts della Disney, con protagonisti gli intrepidi acchiappafantasmi Paperino, Pippo e Topolino).

Recensione: quinlan.it

 

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