//I AM NOT A WITCH [SubITA]

I AM NOT A WITCH [SubITA]

 

Titolo originale: I Am Not a Witch
Nazionalità: Francia, UK
Anno: 2017
Genere: Drammatico, Grottesco
Durata: 93 min.
Regia:

 

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all’accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Non stupisce l’accoglienza trionfale che il pubblico della Quinzaine des Réalisateurs del 70° Festival di Cannes ha riservato alla zambiana cresciuta in Galles , che con il suo primo lungometraggio, I Am Not a Witch [+], firma una sceneggiatura impeccabile composta da immagini meravigliose, colorate e poetiche, da cui si potrebbe facilmente trarre una mostra fotografica, e adotta un tono da favola surreale, con un umorismo quasi impertinente che, a sorpresa, non scade nemmeno per un istante nell’indecenza, riuscendo così a raccontare una tragedia straziante senza ricorrere alla lacrima facile.

Il suo talento di sceneggiatrice e regista, qui rivelato in tutto il suo splendore, non era passato inosservato già prima che si lanciasse nel formato lungo: i suoi cortometraggi le sono valsi infatti numerosi premi e candidature prestigiose, oltre che l’appoggio, per I Am Not a Witch, della Cinéfondation e di diversi fondi europei. La storia del film, o piuttosto la premessa da cui prende le mosse il suo incredibile racconto, la cineasta l’ha trovata nel suo paese d’origine, dove esistono ancora, e sono lungi dallo scomparire, complici antiche credenze terrificanti e assurde che sono ahimè dure a morire, dei campi di streghe. Senza nulla togliere all’orrore di questo fenomeno, Nyoni decide nel suo film di finzione di farne emergere il lato più assurdo, giocando con effetti di sfasamento (visivi, sonori, simbolici e referenziali), che rivelano in modo pungente gli sconfortanti arcaismi della Zambia di oggi.

Seguiamo il tragico destino dell’eroina della storia, Shula, una bambina di nove anni accusata di stregoneria e “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne (generalmente adulte), che sono state con certezza dichiarate streghe – in maniera in realtà totalmente arbitraria, conseguenza di superstizioni troppo ancorate nella cultura locale per cedere il passo al buon senso, all’umanità e alla ragione. Una contraddizione ben simboleggiata da queste strisce di tessuto, leggere e opprimenti al stesso: se una strega decide di disfarsene, si esporrà senza appello ad una maledizione e verrà trasformata in capra. Shula, con il suo volto spesso inespressivo, come pietrificato, riflesso di una totale impotenza (accentuata dai brevi istanti in cui si lascia sfuggire, con una parola o un’espressione, tutta l’innocenza della sua tenera età), sorregge sulle sue piccole spalle il peso del mondo. Dal momento in cui la sua “colpevolezza” di strega viene dimostrata alle autorità (a valere, come folle prova, è la testimonianza di un uomo, provvisto di tutte le membra, che racconta ad una poliziotta di aver visto Shula strappargli un braccio), il suo troppo giovane martirio è rappresentato senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità. Come accade con l’uomo in completo che si atteggia da imprenditore e la porta in un programma televisivo per vantare i miracoli che si attendono da lei, sordo alla domanda che qualcuno si azzarda a sollevare: e se fosse giusto una bambina?

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Tra i numerosi elementi di sfasamento, dalla risata amara, che esaltano la dimensione allucinante di questo vasto circo (si pensi alla scena in cui una turista inglese non batte ciglio di fronte alla piccola prigioniera e anzi si intenerisce come se fosse in uno zoo), quello creato dalla colonna sonora, che alterna furiosi colpi di archetto vivaldiani al jazz astratto, fino alla canzone “Old Mac Donald Had a Farm”, risulta particolarmente efficace. Così, è sulle note di una hit alla moda, che di questi tempi fa furore nelle serate danzanti (“American Boy” di Estelle), che assistiamo, pudicamente, al momento più straziante del film. Se non è brio questo!

Recensione: cineuropa.org

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