//I USED TO BE DARKER [SubITA] 🇺🇸

I USED TO BE DARKER [SubITA] 🇺🇸

Titolo originale: I Used to Be Darker
Nazionalità: USA
Anno: 2013
Genere: Drammatico, Musicale
Durata: 89 min.
Regia:

 

Tra le prime proiezioni della sezione Forum, quella più sperimentale, della Berlinale, si è imposto oggi con certa decisione il nuovo prodotto del giovane americano Matt Porterfield, 35 anni, I used to be darker, anticipato già al Sundance.

Il nome del regista è già noto nei circoli indy: il suo primo lungometraggio Hamilton (2006) fu descritto dal New Yorker come “un miracolo minore” e “uno dei film americani più originali toccanti e riusciti”. Anche il MoMa di New York deve essersene accorto: recentemente ha acquistato il film per la sua collezione permanente.

I used to be darker è la terza opera di Porterfield, dopo Putty Hill distribuito negli Stati Uniti nel 2011, e celebrato dalla critica. È la storia di Taryn (Deragh Campbell) ragazza diciannovenne americana di padre dell’Irlanda del Nord che è già scappata di casa da un paio di mesi quando la sua vita si complica a Ocean City e decide di cercare aiuto dagli zii a Baltimora. Quando arriva nella città della East Coast, Kim (Kim Taylor) e Bill (Ned Oldham) sono alle prese con i loro problemi: stanno cercando di porre fine al loro matrimonio in modo ordinato per arrecare quanto meno danno possibile alla figlia Abby (Hannah Gross) che è a casa dal primo anno di college per le vacanze estive.

È un film che parla di adolescenti alle prese con il doloroso passaggio all’età adulta e adulti che si trovano a fare i conti con diverse scelte di vita che forse credevano provvisorie ma che si sono cementate con gli anni, allontanandoli per sempre. In questa circostanza si scoprono in qualche modo egoisti, o quanto meno di nuovo immaturi, quando la vita li pone di fronte a scelte dolorose. Sono tanto incapaci di essere genitori modello quanto veri.

Se il cinema fosse pittura questo film sarebbe uno di quei bozzetti meravigliosi, la cui fugacità non è riproducibile nel quadro finito. Bello perché incompleto, e sfumato. Volutamente aperto tanto nel suo inizio come nel finale. Come se la telecamera fosse entrata nella vita dei protagonisti per uscirne con la stessa facilità senza che nulla si sia veramente risolto.

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Oltre ai drammi personali dei quattro protagonisti, il film offre anche una riflessione profonda sul dialogo generazionale. Soprattutto descrive con sfumature Kim, una donna quarantenne musicista incapace di dialogare con la figlia e di rimanere nel ruolo di madre di famiglia. È alle prese con un amante più giovane di lei e quando sale sul palcoscenico sembra una ragazzina, come sue figlia Abby e sua nipote Taryn. È l’arrivo di quest’ultima appunto a riportarla in molti modi coi piedi per terra.

Il titolo è ispirato alla canzone di Bill Callahan, “Jim Cain”, tratta dall’album “Sometimes I Wish We Were An Eagle”, brano che recita:“I used to be darker, then I got lighter, then I got dark again / Something too big to be seen was passing over and over me”. E il film è pieno di musica. Ci sono brani interi suonati dai protagonisti (musicisti nella ) incapaci di comunicare tra loro ma che, come spesso accade, riescono a lasciarsi andare solo se trascinati dalle melodie di tutta la vita.

“I Used to be Darker è il mio film più personale”, ha detto il regista, “volevo scrivere una storia onesta sul divorzio”. Alla fine si tratta di una storia di famiglia: “cosa ci spinge via da noi stessi e cosa ci porta indietro, in che modo siamo in grado di negoziare nuovi termini di impegno emotivo nel momento in cui ci creiamo il nostro posto nel mondo. Ed è anche una storia sulla casa, basata sulla convinzione che puoi tornare nella casa che hai lasciato se ti impegni a costruire qualcosa di nuovo”. Cito lui, perché non sarei stata in in grado di descriverlo meglio.

Recensione: cineblog.it

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