//IL BOSCO FUORI

IL BOSCO FUORI

 

Titolo originale: Il bosco fuori
Nazionalità: Italia
Anno: 2006
Genere: Horror
Durata: 85 min.
Regia:

 

Aurora e Rino si appartano con la loro macchina. Ma poco dopo vengono aggrediti da un gruppo di balordi. In loro soccorso accorre una coppia, Antonio e Clara che li invitano nella loro casa in mezzo al bosco. Non sanno cosa li aspetta.

Il Bosco fuori (conosciuto anche come The Last House in the Woods), del regista , si basa su una struttura diegetica vista e rivista, l’incipit misterioso che si svelerà solo alla fine, ma nonostante questa premessa il film è una vera sorpresa.
Opera prima di un ragazzo di trent’anni ma supervisionato e “colorato” con i suoi effetti speciali dal maestro “Argentiano” Sergio Stivaletti, Il bosco fuori restituisce linfa vitale alla decaduta cultura orrorifica italiana. In un discorso più generale la pellicola potrebbe essere vista e apprezzata come un grande omaggio a tutto un modo di fare il cinema vigente negli anni ’70 e oggi scartato in grande fretta.
Il richiamo principale viene fatto nei confronti di un Master of Horror assoluto: Tobe Hooper. Il suo Non aprite quella porta ha sconvolto ormai quasi quarant’anni fa un mondo abituato più a commedie di introspezione che ad atti di puro cannibalismo. Oltre a citarlo per i strani giochi fatti con le motoseghe e per le corse disperate nei boschi isolati, Il bosco fuori ricalca la tipica perversione familiare lanciata da Hooper e rivitalizzata ultimamente da Rob Zombie nelle sue “due case” (La casa dei 1000 corpi, La casa del Diavolo).

La deformazione fisica, la necrofilia, il cannibalismo sono meccanismi estremizzati da Albanesi e infilati con una certa astuzia in un contesto familiare oltre che deviato anche malinconico esasperato poi da un finale tragico. Una delle tante scommesse che il giovane regista si è preso e ha vinto. L’altra sicuramente più rischiosa è quella di ambientare tutto nella periferia romana dei Castelli. Oltre ad usarla come location, la incolla addosso ai suoi protagonisti. Tanto da portare in scena con grande capacità narrativa la figura del “trucido” già visto in alcuni film di serie B di molti decenni fa. Il trio di malviventi che aggredisce la coppietta nei primi minuti ci spiazza, portandoci dentro una ai più sconosciuta. Quella poi di rendere Cesare, il più marcato dei tre, un eroe inconsapevole è sicuramente una scelta indicativa. Nella sua inaderenza completa a ogni minimo scrupolo morale ed etico e nello sbandamento totale risulta l’unico fioco momento di luce nelle tenebre che ci attanagliano e ci hanno rapito.

Il merito di Albanesi è quello di essersi spinto talmente in là da voler in ogni inquadratura del suo film rivelare a tutti il suo amore incondizionato per l’horror. Il risultato è di quelli che non lasciano l’amaro in bocca, anzi. L’inesperienza che si può presumere di un regista alle prime armi e dal nome poco scintillante è completamente sfatata. Ogni minima mossa è studiata portando a un risultato di tensione e di terrore in un crescendo che ci condiziona talmente tanto da provare un forte disturbo emozionale.
Il gioco di luci si fa pregio di una fotografia eccezionale che sceglie di dare luce e oscurità in base alle situazioni narrative. Questo uso è innovativo e rivoluzionario. A iniziare dall’incidente stradale dei primi minuti avvolto in un fosco nero e agitato da un vibrato quando la madre e il bambino (superstiti) scappano dalla macchina per scivolare nel lucente chiarore della stanza del bambino deviato nella casa in fondo al bosco.

Gli effetti speciali sono sorprendenti se si ignora che la mano è quella di Stivaletti. Il maestro spolvera sciabola e motosega e tira fuori effetti a ripetizioni: donne investite, teste fracassate da pietre, arti mozzati, bambini-bestia, denti acuminati e addirittura budella che fuoriescono dal ventre di un ragazzo che riesce solo a commentare “Il prete me lo diceva che me dovevo fa li cazzi mia…”: rivedremo l’effetto in La terza madre.

La musica poi è perfettamente adattata a quello che è un gusto degli anni ’70. Il tessuto musicale non è mai casuale e la musica non si propaga mai da fonti extradiegetiche, tanto che è spesso la radio di una macchina a dare il via alle canzoni che si susseguono.

Due parole vanno spese infine per l’uso della macchina da presa che nel suo insieme riesce a far salire quel senso di disturbo che si avverte fin dai primi minuti. Servendosi della steady-cam come principale artificio il terrore ci avvolge senza lasciarci via di scampo.

Il Bosco Fuori arriva un po’ così a sorpresa in un mondo, quello del cinema di genere horrorifico, che soprattutto in Italia si stava spengendo. Speriamo rappresenti un nuovo punto di partenza da cui tanti possano imparare.

Recensione: latelanera.com

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