//IL CANTO DI PALOMA

IL CANTO DI PALOMA

 

Titolo originale: La teta asustada
Nazionalità: Perù, Spagna
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 103 min.
Regia:

 

Fausta è una donna peruviana che ha contratto una strana sindrome trasmessa dal latte materno delle donne che furono violentate durante la guerra in Perù: una malattia che le ha “rubato l’anima” e che, nonostante la guerra sia finita, continua a presentificarne la paura. Sarà un altro fatto tragico, la morte della madre, a costringerla a confrontarsi con le sue paure e con il segreto che nasconde dentro di sé.

Il canto di Paloma ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino in un’edizione che ha visto trionfare l’America Latina. Sembrava aver messo tutti d’accordo, e invece qualche voce fuori dal coro c’è, anche perché il secondo film della peruviana abbraccia un tema di denuncia con uno stile a tratti decisamente lirico.

Se quest’anno Pablo Larrain ci ha narrato nel bellissimo Tony Manero il colonialismo culturale americano sul Cile e la sua perdita d’identità nel periodo della dittatura di Pinochet, la Llosa racconta l’eredità che il Perù deve raccogliere dallo stesso periodo. Ancora una volta infatti torna in gioco il periodo attorno agli anni ’80: la madre di Fausta, mentre era incinta, fu stuprata durante la dittatura.

Oggi poco più che ventenne, Fausta ha ereditato la malattia del “latte della paura”, trasmesso da madre a figlia attraverso l’allattamento. Per poter prevenire qualsiasi forma di violenza, la ragazza ha infilato nella vagina una patata. Il peso che Fausta si porta addosso è doppio: la paura non se ne va, ed anzi è stata rafforzata e cammina a fianco a lei perennemente, mentre il tubero dentro di lei cresce, germoglia e continua a non farla star bene.

Il canto di Paloma comincia con una scena in nero; la voce di una donna canta una storia di violenza sessuale. La macchina da presa si accende e, restando fissa, inquadra la madre di Fausta in punto di morte. Da quel momento, la ragazza deciderà di portare il corpo della madre al paese: ma i soldi mancano, anche perché vengono spesi per festosi matrimoni dei familiari, e la ragazza è costretta a cercarsi un lavoro.

affronta il passato di un’altra nazione dell’America Latina analizzando però le sue conseguenze sull’oggi, quindi. Rispetto allo stile però del film di Larrain, un affresco asciutto, ruvido e terribile, Il canto di Paloma (titolo italiano sciocchino del ben più impattante La teta asustada, ovvero “Il seno spaventato”) viene raccontato con stile più poetico, lì dove “poetico” significa un certo modo di usare le musiche, alcune inquadrature sulla comunque bellissima ambientazione (che agli occhi degli europei affascina per forza di cose), e un uso delle immagini e delle metafore ben preciso e attuato con scelte che balzano all’occhio.

La scelta di questo stile si giustifica proprio nel personaggio di Fausta, interpretata dalla cantante Magaly Solier, per la quale la Llosa prova un grande : la riprende in primo piano, in dettagli, in campo lungo, e sempre per far vedere il suo comportamento bloccato, spaventata da tutto, con i tratti del volto perennemente irrigiditi se non nel momento del pianto, o nel momento del canto, “ereditato” evidentemente anch’esso dalla madre. Una persona che sembra sempre fuori luogo ai grandi matrimoni, fuori luogo forse anche come cameriera presso una pianista.

Il canto di Paloma raccoglie quindi una parte dell’eredità della dittatura del Perù e la fa vivere nel suo personaggio principale, che è distaccato da tutto e da tutti (non a caso spesso, nei campi lunghi, Fausta è a lato dell’inquadratura). Il suo è quasi un viaggio di formazione alla ricerca della tranquillità, e soprattutto della sessualità, che non ha mai avuto. È possibile però in un paese nel quale le leggende valgono come la Verità? Sta allo spettatore seguire il doloroso e faticoso percorso di Fausta: che deve trovare un posto dignitoso dove sotterrare l’amata madre, ma deve soprattutto trovare un posto nel mondo per se stessa.

Recensione: cineblog.it

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