//IM KELLER [SubITA]

IM KELLER [SubITA]

 

Titolo originale: Im Keller
Nazionalità: Austria
Anno: 2014
Genere: Documentario
Durata: 81 min.
Regia:

 

Austria. Oggi. Una serie di personaggi aprono le loro cantine alla macchina da presa per svelare passioni, hobby, interessi e divertimenti erotici che, solo in quello spazio sotterraneo, trovano la libertà di coltivare.

Un film nato per dividere
Seidl e il suo nelle cantine degli austriaci. Tra personaggi bizzarri, perversioni e passioni discutibili, un film che racconta, forse, di quella parte nascosta che quasi ogni uomo possiede. Quella parte che va tenuta lontana da salotti e cucine. Giù, senza finestre.

Mi approccio per la prima volta ad un regista-culto come Seidl con la fortuna di non saper nulla di lui, posizione apparentemente svantaggiosa ma che io, invece, trovo sempre molto affascinante e, per certi versi, “pura”. In realtà la volta che io e il “simpatico” regista austriaco ci siamo trovati più vicini è stato con quel gran bel film che è Goodnight Mommy (qui) visto che, alla regia, c’era la moglie di Seidl, Veronika Franz. Ecco, dopo aver visto quel film, dopo aver visto questo Im Keller, dopo aver letto di Safari in questo blog (e della polemica che ne è scaturita ) posso dire che io, se i coniugi Seidl mi invitassero a cena, ecco, troverei la prima scusa possibile, anche un’improvvisa nevicata il 31 di Agosto, per non andare. ‘Sti due son disturbati forte eh.

Im Keller è un film nato per dividere, c’è poco da fare. E se ha diviso (credo, poi ne leggerò) e dividerà chiunque l’ha visto (o vedrà) in qualche modo è stato anche capace anche di dividere me stesso. Perchè se sono davvero tante le cose che ho trovato notevoli, sono altrettante quelle che mi hanno, leggermente o non, infastidito. C’è poco da fare, quando ho letto il binomio Austria-Cantina il mio pensiero non poteva non andare alla vicenda di Natascha Krampusch,, vicenda che, in maniera abbastanza fedele, ha poi portato a quel mezzo capolavoro di Room. Non so se l’idea per questo film abbastanza disturbante Seidl l’abbia avuta con la Krampusch, sta di fatto che il regista ha pensato di andare a vedere cosa fanno i suoi connazionali nelle cantine, nei seminterrati. L’idea sembra scontata e banale ma, in realtà, almeno a livello documentaristico, è semplicemente straordinaria. Perchè se è vero che gran arte del horror e thriller (ma non solo) ha fatto delle cantine uno de suoi luoghi preferiti (e in quel “mondo” sì, ormai diventa banale la cosa), è anche vero che poi, nella nostra realtà di tutti i giorni, io un’indagine del genere non l’avevo mai vista. Credo che l’idea di partenza sia la vera e propria forza del film. La cantina è luogo simbolo di qualcosa che vogliamo nascondere o che comunque ci piace tener lontano da occhi indiscreti.  La cantina può essere il nostro spazio nascosto, metaforicamente il luogo che rappresenta la nostra parte più nascosta. Non solo.
La cantina sta in basso, sotto, spesso è buia, piccola e senza finestre. Anche qui la metafora vien da sola. Oltre ad esser simbolo di qualcosa che vogliamo nascondere molto spesso rappresenta un qualcosa di sbagliato, vizioso, qualcosa di “basso” e “buio”. Qualcosa di perverso.

Guarda anche  PARADISE: LOVE [SubITA]

Ecco, Seidl proprio quello ha ricercato, la perversione. Quasi tutti i personaggi che ci presenta nel film ne hanno una. E se alcuni -vedi il bracconiere con i suoi trofei di caccia (Safari veniva da lontano…)- ci danno da pensare che là sotto essi siano soltanto quello che comunque sono anche nella vita “reale” -quella del salotto e cucina per capirsi- in tutti gli altri casi abbiamo la sensazione che la cantina rappresenti proprio il luogo dove tirar fuori l’io che nel mondo tengono mascherato. L’anziano nazista e tutti i suoi cimeli del Reich, l’uomo del poligono di tiro, la donna e i suoi bambolotti, tutti i personaggi BDSM del film, ecco, sono loro i veri rappresentanti di quello che Im Keller vuole raccontare, ovvero il far venire alla luce, far conoscere, tutto quello che solitamente avviene sotto i nostri piedi, tutto quello che gente come noi fa di nascosto in luoghi privati, off limits, nascosti. Il problema che ho avuto io col film è che non si è limitato ad essere un film sulle perversioni, ma un film perverso sulle perversioni.
Nel senso che ho avuto la sensazione che l’occhio della telecamera non fosse semplicemente l’occhio di qualcuno che mostra ma l’occhio di qualcuno che guarda, financo l’occhio di qualcuno che “partecipa”. E se questo crea un problema anche “tecnico”, ovvero il trovarsi davanti ad un documentario in qualche modo sceneggiato (cosa che però avveniva anche nei film di Minervini -qui e qui- e, in maniera insopportabile, nel Sacro Gra di Rosi -qui-) il problema principale è che questa partecipazione io l’ho trovata abbastanza complice, se non voyeuristica.

Specie nelle storie legate al sesso (e qui Seidl commette a mio parere il secondo grande errore del film, ovvero inserire tre storie, praticamente la metà, quasi identiche l’una all’altra, storie di sesso, dominazioni, umiliazioni, e tutto quello che l’universo BDSM può nascondere. In un film con un soggetto così accattivante io avrei fatto un “”a 360°, Seidl l’ha ridotto quasi a mono-argomento), dicevo specie in queste tre storie ho avuto la sensazione che Seidl ricercasse la sequenza o l’inquadratura più morbosa possibile.  Non manca niente, cunnilingus laidi, uomini nudi che leccano pavimenti, ometti dallo sperma facile e prostitute, brutte milf che si fanno sculacciare a culo aperto, pesi da portare sulle palle, di tutto. Ma tutto sembra apparecchiato da Seidl a suo gusto personale. E portato all’estremo come se a chi filmava la cosa piacesse, anche nei tempi di ripresa, quasi sempre troppo lunghi (e caratterizzati da quadri molto spesso statici).

Guarda anche  PARADISE: FAITH [SubITA] 🇦🇹 🇫🇷 🇩🇪

Eppure l’inizio era stato folgorante.
Il boa col topo e poi quella donna con quel bambolotto che sembrava vero, nei primi 8 minuti avevo l cuore che batteva a mille, ero più teso che in qualsiasi horror o thriller.
Seidl racconta un’umanità abbastanza deviata (anche se probabilmente sono uomini che non fanno male a nessuno e vivono le cose che amano nel modo che preferiscono), perversa, quasi al confine della mentale. Ed è normale che in una nazione come l’Austria venga fuori anche il ritratto di una popolazione profondamente razzista, xenofoba, maschilista. Gli uomini del film sono praticamente tutti da buttare, dei dementi fascisti che fanno delle armi, del loro potere e del loro “sangue” qualcosa di cui vantarsi. Del resto tutto il film racconta di “dominazioni”, psicologiche, fisiche o sessuali che siano.
E quando -come nel caso della donna e le bambole bebè- non si parla di dominazioni effettive ma di veri disturbi mentali, comunque di dominazione -quella della sulla psiche- potremmo parlare. Mi aspettavo di trovare un film grottesco, , anche divertente. In realtà quasi mai ho avvertito queste sensazioni (anche se il richiamo al Piccione fa capolino più volte, nei visi, nello stile di ripresa, nel ritratto umano che viene fuori e anche nell’uso della tromba – ma qui trombano anche in altri modi comunque-)
In definitiva un film molto interessante, da vedere senza nemmeno pensarci se avvezzi ad un certo tipo di tematiche.

Un soggetto formidabile che, però, avrei gestito in maniera leggermente diversa. L’immagine finale resta potentissima.
Una donna in una gabbia poco più grande di lei.  Il non plus ultra della rappresentazione di qualcosa di profondamente sbagliato, perverso, qualcosa che ci imprigiona e ci rende schiavi. Il dramma di non esser liberi mascherato dall’orgoglio di avere la libertà di fare ciò che si vuole.

Recensione: ilbuioinsala.blogspot.it

 

Spread the love

Related posts