//JAPON [SubITA]

JAPON [SubITA]

 

Titolo originale: Japón
Nazionalità: Germania, Messico, Paesi Bassi, Spagna
Anno: 2002
Genere: Drammatico
Durata: 130 min.
Regia:

 

Il film di debutto del futuro regista di Post Tenebras Lux sembra l’opera, invece, di qualcuno nato già vecchio. Un film tremendamente maturo, riflessivo, importante.
poverissimo che racconta povertà. Un viaggio esistenziale per ritrovare sè stessi o perdersi per sempre in una dura, brulla e pietrosa lingua di terra

Si fa davvero fatica a credere che Japon possa essere l’opera prima di un trentenne. A dir la verità si fa davvero fatica anche a credere che quello stesso trentenne sia quello che poi tirerà fuori quell’incredibile e inafferrabile film che è Post tenebras Lux. Ma se per questa seconda cosa, in realtà, una spiegazione c’è, e la spiegazione è quella che in una filmografia si matura, si cambia, si sperimenta – la faccenda dell’opera prima rimane davvero sorprendente. E non è tanto una faccenda di qualità, non è tanto la questione che Japon sia considerato dai più un capolavoro imprescindibile (quasi impossibile alla prima regia), ma una questione del cosa e del come. Trovare negli anni 2000 un trentenne che gira un film col passo lungo, poverissimo, scarno, essenziale, maturo, esistenziale e privo di qualsiasi virtuosismo, è davvero incredibile.
E’ come se Reygadas fosse nato già vecchio, almeno a livello registico. Debutta parlando dell’esistenza, spogliandola di tutto, trascinandola in 130, lentissimi, minuti.
Dov’è l’ardore della gioventù? Dove sono le ingenuità della gioventù? Dove sono le idee della gioventù? Non ci sono. Japon è il film di debutto di un regista che questo stesso film avrebbe potuto girarlo, volendo, come testamento.

Siamo all’essenza del povero. Lo chiamerei povero e della povertà. Perchè povera, poverissima, è la componente tecnica, la regia, la fotografia. Perchè povero, poverissimo, è tutto quello che racconta e mostra, ovvero l’arido paesaggio (loro lo chiamano canyon) dove arriva il nostro protagonista.

E povere sono tutte le persone che incontrerà per strada e al villaggio. E poveri sono i dialoghi, e povera è una sceneggiatura poco più che abbozzata dagli intrecci e sviluppi quasi inesistenti e con un tempo fermo dilatato all’inverosimile. Un uomo arriva dalla città in questa landa desolata dalla terra durissima e pietrosa. Dice, a chi glielo chiede, che è venuto per “uccidersi”. Il perchè non ci è dato saperlo (ma immaginarlo sì). Sta di fatto che una cosa è sicura, quell’uomo sta vivendo una profonda crisi esistenziale e il motivo per cui c’è arrivato, alla fine, non è importante. Le crisi esistenziali, le depressioni, a volte sono intimamente legate a dei luoghi. O a dei bisogni.
A qualcuno piace viverle, o meglio, qualcuno ha bisogno di viverle, nel minor spazio possibile, molto spesso grande come un letto. Altri invece, come il nostro uomo, hanno bisogno di viverle, consumarle ed espiarle attraverso il viaggio, attraverso l’apertura, attraverso il mettersi in contatto, ed in confronto, con lo spazio infinito. E così lui va via dalla città cercando di trovare l’opposto della stessa. Spazi infiniti senza nulla, umanità assente, la calma dove o ritrovare sè stesso o avere la necessaria tranquillità per capire che è meglio perdersi per sempre, abbandonarsi, uccidersi. In realtà sempre di isolamento stiamo parlando, che sia un letto o un viaggio nell’arido canyon poco cambia. In queste situazioni le parti in gioco sono sempre due. Noi e noi stessi.
E meno cose abbiamo attorno, meno voci, meno rumori e meno impegni più questo difficilissimo e a volte terribile confronto tra noi e noi stessi può essere efficace.

L’uomo, dopo un breve viaggio, arriva alla povera di una vecchia che lo ospiterà. Capisce che probabilmente quello è il luogo giusto dove fermarsi, magari l’ultimo.
Nasce uno strano rapporto con essa, molto educato, umano, rispettoso. Ma Reygadas con due semplici inquadrature (grande cosa) ci fa intuire che, forse, in quell’uomo sta maturando un pensiero davvero inaspettato. Japon è un film difficile da seguire. Nulla quasi accade, le inquadrature sono lunghissime, quasi estenuanti, i dialoghi rarefatti, gli accadimenti ancor di meno. Ho faticato, lo ammetto, specie all’inizio. Eppure c’è qualcosa di ipnotico in questo film, qualcosa che ti tiene legato ad esso. Del resto l’ipnosi è una tecnica del lento e del fisso. Se all’inizio il film mi aveva ricordato il bellissimo Il vento fa il suo giro poi, la sua componente esistenziale viene fuori prepotentemente.
Il punto di svolta, sempre che punto di svolta in un film con questo ritmo si possa dire, avviene proprio in mezzo. Il nostro protagonista sogna. E Reygdas ci regala una sequenza bellissima. Niente sonoro, soltanto una ragazza che esce dal mare e si avvicina alla spiaggia. E qua troverà, incredibilmente, la vecchia che ospita l’uomo.
Solo poi riusciremo a leggere meglio questo sogno, solo poi. Sta di fatto che l’uomo si masturba. Piccolo, magari inutile, ma piccolo segnale di vitalità. Poco prima, giusto prima del sogno, mi pare, aveva una pistola in mano. Forse questo sogno è un punto di svolta. Come se, in quell’aridità di luoghi, di pensieri e di vita, il protagonista abbia avuto un nuovo, inaspettato, istinto. Non dico una ragione per andare avanti, ma sicuramente un nuovo piccolo banchetto con la vitalità.

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“Certe cose non si aggiustano, meglio gettarle”

Dice ad un certo punto. Crediamo che quelle certe cose abbiano a che fare con la ragazza che usciva dal mare. Ma se è vero che è meglio gettar via cose che tanto ci tengono inutilmente appigliati, è anche vero che di nuove cose se ne possono sempre trovare. E più il film va avanti più c’è la sensazione che qualche piccola nuova cosa l’uomo la stia trovando. Prima no, prima era pura disperazione, prima era solo uno sguardo morto. che Reygadas mette dapertutto, specialmente nel mondo animale. La decapitazione dell’uccello mi ha richiamato a quella surreale e pazzesca del finale di Post Tenebras Lux. E poi c’è il mattatoio, e poi c’è il cavallo morto che porta alla scena, probabilmente, più lirica e tecnicamente elaborata. Eppure, come quell’uomo sembrava ormai morto vicino al cavallo anch’esso morto, con la scena successiva della monta è come se Reygadas proseguisse l’analogia preparandoci a quello che poi accadrà. E quello che accadrà è un qualcosa che sentivamo nell’aria ma che, forse, credevamo non potesse mai avvenire. Raramente una scena può essere allo stesso tempo disturbante ma in qualche modo “positiva”, vitale. E quella lo sarà. Difficile leggerla, difficile giudicare. Un ultimo, fisiologico, bisogno? Un indizio di cambiamento? O un volersi far male? Il pianto che segue al rapporto ha mille cose dentro probabilmente. Gioia, dolore, liberazione, vergogna, disperazione. Un pò di tutto. Ma non c’è nemmeno il tempo di analizzare perchè qualcuno sta buttando giù quelle mura.
Forse la faccenda del nipote che rivuole la è l’unica, ripeto, l’unica azione che vedrete nell’intero film, l’unico modo che ha il film di farsi anche narrazione esterna a quella interna, psicologica, del protagonista. Ed ecco che in mezzo a queste sequenze accade una cosa pazzesca, sempre che io veramente l’abbia colta.
Gli uomini venuti a distruggere la si riposano. Si lamentano della scarsa paga. Uno pensa si riferiscano ai soldi avuti per buttare giù quelle mura.
E invece uno parla di pelicula, di film. Una sola frase incredibile che mi ha gelato. Non c’è nemmeno il tempo di capire se veramente quella sequenza che stiamo vedendo sia così metacinematografica. Possiamo leggerla come una pausa lavoro dal set o come una pausa lavoro da quello che stavamo vedendo dentro il film.
Io ho trovato questo momento grandioso, destabilizzante, straniante.
Poi sarà solo devastazione. Un granaio che non c’è più. Una vecchia che se ne va. Un massacro. E un uomo che piange per qualcuno. E piangere per qualcuno è indice, se ce n’è uno, di attaccamento alla vita. E poi quella magnifica, impressionante, inquadratura che si aggira sulle rotaie. Un piano sequenza sghembo e confuso che solo alla fine ritrova una direzione rettilinea. Fino a quel corpo vestito di rosso

Recensione: ilbuioinsala.blogspot.it

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