//JEANNETTE, L’ENFANCE DE JEANNE D’ARC [SubENG] 🇫🇷

JEANNETTE, L’ENFANCE DE JEANNE D’ARC [SubENG] 🇫🇷

Titolo originale: Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc
Paese di produzione: Francia
Anno: 2017
Durata: 105 min.
Genere: Storico, Musicale
Regia:

Francia, 1425. Nel cuore della Guerra dei cent’anni, Jeannette ha otto anni. Animata da visioni mistiche, pascola le pecore nel piccolo villaggio di Domrémy. Non è ancora Giovanna d’Arco ma vorrebbe già gli inglesi fuori dalla Francia. Sensibile alle sofferenze del suo Paese, cresce in fervore e in fede davanti agli occhi dell’amica Hauviette e a Madame Gervaise, suora doppiata che vorrebbe trattenerla. Ma Jeannette è pronta per la battaglia. Cavallo sellato e lancia in resta, si prepara a salvare le anime e a liberare Orléans dall’invasore.

JEANNETTE / DUMONT: L’INVISIBILE CONCRETO

Forse il mistero della Jeanne d’Arc di Peguy non è tanto il mistero della carità (e neppure della vocazione), quanto il mistero dell’, già profondo in sé, e ancora più insondabile nel caso d’una Santa. Com’è l’ dei Santi? I Santi hanno un’? E in cosa si manifesta, durante l’, la loro santità? Peguy risponde, e Dumont con lui: si manifesta nell’interrogare testardamente, instancabilmente, il silenzio di Dio. In fondo gli adulti, anche i Santi adulti, sono sempre pronti a darsi mille buone ragioni per questo silenzio; la Santa bambina invece non l’accetta, prega quasi obtorto collo, vorrebbe vedere, vedere almeno qualche segno dell’avvento. Ma niente, jamais rien… La gente continua a morire di fame, regnano ingiustizia e privilegio, la forza delle armi, la tracotanza dei conquistatori, continuano a imperversare sui campi insanguinati. A queste cose la piccola Jeanne pensa, mentre pascola le pecore nella campagna dell’Alta Francia; di queste cose parla con la sua amica Henriette.

Il mistero dell’ si intreccia col mistero del silenzio di Dio, ma l’ non accetta silenzi. Come richiamare l’attenzione di questo Dio assente? Come costringerlo, quasi, a palesarsi, a manifestarsi, a dare segni di sé? La risposta dello scrittore Peguy era: attraverso la preghiera e la poesia; la risposta del cineasta Dumont parte da questa poesia stessa, ma la integra con il canto, la musica, la danza, come se la preghiera si incarnasse nelle coreografie del musical. È uno spettacolo offerto a Dio, quasi con protervia infantile, perché scenda finalmente in soccorso di coloro che stanno soffrendo.

Il musicista heavy metal Igorr e il coreografo Philippe Decouflé coadiuvano Dumont nell’impresa. Non sono musiche e canzoni di protesta, ma portano in qualche modo il segno d’una rabbia infantile. E le coreografie? Quante volte Jeannette, ballando, pesta i piedi, come fanno i bambini quando vogliono attirare l’attenzione? O dimena la testa, scuote i capelli, alza al cielo i piccoli pugni?

Allora i segni arrivano, provenienti dall’invisibile, ma acquistano subito un carattere di sogno infantile. Santa Margherita, santa Caterina, san Michele, appaiono appollaiati sui rami d’un albero, rivestiti dei fulgidi paramenti tradizionali, e la madame Gervaise di Peguy si sdoppia, interpretata da due attrici gemelle, che ballano in coppia, anche se, all’inizio, sembra che una giochi a nascondersi dietro l’altra.

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A creare sconcerto è proprio questa dimensione infantile. Il cinema ha trattato tante volte la figura di Jenne d’Arc, da Dreyer a Bresson, da Rossellini a Rivette, dalla Falconetti alla Bergman (due volte), da Jean Seberg a Florence Delay, da Mila Jovovich a Sandrine Bonnaire, ma era sempre una Jeanne adulta, ormai consacrata al suo destino di santa guerriera vittoriosa e di martire sconfitta. Certo, se si dovesse indicare una sia pur lontana parentela di Jeannette con una di queste Jean, verrebbe voglia, almeno in nome della musica (della musica che, come tale, va oltre il racconto), di ricordare la Giovanna di Rossellini, Claudel e Honegger.

Dietro ogni Jeanne, dietro le battaglie e le vittorie, comunque si profilava sempre l’ombra del rogo, quel rogo acceso da Dreyer, che non finirà mai di ardere, dalle cui fiamme, secondo Artaud, ogni attore e ogni attrice degni di questo nome non cessano di far cenno. Ma Jeannette è ancora al di qua di questo, è una bambina che canta e batte i piedi, e poi, dopo qualche anno, sale su un cavallo più grande di lei, accompagnata da uno zio talmente buffo, che sembra provenire direttamente da Ma Loute [id., 2016].

In questo senso, sì, Jeannette è un’icona imperfetta. Imperfetto è il suo canto di bambina, disturbato dal vento che spira sulle coste marine, tra le colline, i cespugli, gli alberi, le nuvole, la sabbia. Il paesaggio, tuttavia, sembra far tutt’uno con il canto, secondo l’intendimento dichiarato di Dumont: fare cinema che renda visibile l’invisibile. Formula generica, peraltro, che qualunque autore di film “spirituali” potrebbe far sua, anche perché, nel cinema, anche le Sante hanno necessariamente un corpo; solo che, in tali casi, la parte più significante di questo corpo in genere è il volto, più o meno ieratico, sono gli occhi, più o meno rivolti al cielo. Nella Jeannette di Dumont, invece, si nota l’attenzione rivolta per esempio ai piedi, a quei piedi nudi di bambina, che battono la terra a seguire i ritmi di Igorr e Decoufflé. Se le Sante camminano sulle acque, Jeannette cammina coi piedi nell’acqua, se li bagna. Sorveglia le pecore, ma coglie ogni occasione per cantare e ballare, proprio come in un musical. Ha delle visioni, certo, ma da immaginazione infantile. L’invisibile si fa visibile concreto.

specchioscuro.it

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