//JIGOKU [SubITA]

JIGOKU [SubITA]

 

Titolo originale: Jigoku
Paese di produzione: Giappone
Anno: 1960
Genere: Drammatico, Horror
Durata: 101 min.
Regia:

 

L’inferno
Una notte Shiro, uno studente universitario, investe ed uccide con la propria auto un ubriaco. Da quel momento la vita di Shiro viene sconvolta da tutta una serie di episodi, più o meno fortuiti, che causeranno la morte sua e di tutti i suoi conoscenti e parenti più stretti. Si ritroveranno tutti, dopo essere morti, all’Inferno, a patire le pene più atroci per i peccati che ciascuno di loro ha commesso in vita.

Per lungo tempo, decenni interi, Jigoku è finito nel limbo indistinto degli archivi cinematografici, del tutto ignorato da critici e addetti ai lavori. Certo, in Giappone (il regista del film) era considerato un maestro, un rivoluzionario del produttivo, il padre di un’intera progenie dedita all’oscuro, al macabro, al difforme. Uno come Teruo Ishii, altro regista all’epoca, metà degli anni Sessanta, pressoché sconosciuto in occidente. Non che si possa fare chissà quale addebito all’universo critico del periodo: i film avevano una circuitazione assai minore di quella attuale, il Giappone è sempre stato piuttosto avaro nella condivisione della propria arte e gli yamatologi si contavano sulla punta delle dita. Così Jigoku di , come la stragrande maggioranza del cinema ‘popolare’ nipponico, rimase un segreto ben custodito per una quarantina d’anni, fino a quando il fenomeno del cosiddetto j-horror esplose a livello mondiale grazie ai successi commerciali delle saghe di Ringu e Ju-on. Film che devono tutto, ma proprio tutto, a Jigoku, senza riuscire a eguagliarlo sotto il profilo dell’inventiva.

Se ancora oggi il film riesce senza eccessivo sforzo a lasciare a bocca aperta lo spettatore gran parte del merito Nakagawa lo deve condividere con il direttore della fotografia Mamoru Morita e lo scenografo Haruyasu Kurosawa; muovendosi all’interno di un plot praticamente inesistente – la trama, che parte da un incidente automobilistico e dal senso di colpa che produce in una delle persone presenti nella vettura – Jigoku esplode in maniera letterale grazie alle acrobazie visionarie, all’utilizzo avant-pop dell’illuminazione e a una scenografia a tratti anche scabra ed essenziale, ma dominata da retaggi avanguardistici, reminiscenze pittoriche, svisamenti psichedelici.
Quello che ne viene fuori è un’esperienza stordente, ossessivamente alla ricerca di uno spaesamento spettatoriale che puntualmente raggiunge.

Per quanto sia inevitabile catalogarlo come horror, Jigoku è un oggetto alieno, che calca le mani sull’effettaccio gore per rinvigorire il concetto attorno al quale ruota la vicenda: tutti gli esseri umani sono peccatori, perché il vincolo della morale nella moderna è stato irrimediabilmente spezzato. Avrebbe d’altro canto senso definire “horror” La Divina commedia o Paradiso perduto?
Ultima produzione di una Shintoho sull’orlo del fallimento (dettaglio che giustifica a suo modo la totale libertà creativa concessa alla troupe) Jigoku spezzò una volta per tutte il cordone ombelicale che legava il cinema dell’orrore giapponese ai kaidan eiga, le classiche storie di fantasmi cui avevano reso un eccellente contributo anche autori del calibro di Masahiro Kobayashi e Kaneto Shindo. La rarefazione lascia il posto alla furia, la creazione dell’atmosfera è sostituita da un sadismo mai compiaciuto.

Perché Nakagawa, oramai incoronato solamente come padre dell’horror giapponese moderno, diresse in vita sua solo otto film del terrore (mostrati in Italia anni fa in una bella retrospettiva al Future Film Festival di Bologna) e si dedicò per il resto a mélo famigliari, a drammi sociali sempre dalla parte del proletariato. Anche Jigoku non dimentica la sua funzione sociale, e propone una morale forse semplicistica ma accorata e sincera. Incastonato questo gioiello nella storia dell’horror mondiale e sdoganato una volta per tutte il genere prodotto dalle parti di Tokyo, sarebbe auspicabile una riscoperta del resto della ricca filmografia di Nakagawa. Prima che i nostri peccati ci conducano all’Inferno…

Recensione: quinlan.it

 

+ EXTRA SubENG

“Building The Inferno”

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