//KYNODONTAS [SubITA] 🇬🇷

KYNODONTAS [SubITA] 🇬🇷

Titolo originale: Kynodontas
Nazionalità: Grecia
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 94 min.
Regia:

 

I genitori di una ricca tengono sotto reclusione i tre figli, due femmine e un maschio, nella loro enorme casa isolata dal resto del mondo. Questa non è un’imposizione violenta ma una condizione forzata per farli crescere e vivere privi di qualsiasi contatto esterno, al fine di non contaminarli con ciò che sta al di fuori delle mura di casa.

SULLA FORMAZIONE

In Kynodontas si parla dell’addestramento di un cane in termini formativi, suddividendo le tappe della sua crescita in vari stadi. Parallelamente il padre attua un processo similare con i suoi 3 figli; attraverso una sorta di perverso imprinting dimensiona a suo piacimento la personalità dei ragazzi. La formazione di un essere umano è invece lontana da essere un percorso lineare, bensì si tratta di un avanzamento saturo di arresti, arretramenti, spinte in avanti controbilanciate da sconfitte o stasi. Molto si gioca nell’indeterminatezza del caso, un elemento totalmente bandito dalla dove la vita è controllata da una regole ferrea: non si può uscire dalla casa finché il canino non cade. A grappolo si snodano altre imposizioni (le barriere fisiche e non solo intorno all’abitazione, il potere sessuale ad appannaggio esclusivo del maschio, l’isolamento totale da qualunque canale comunicativo, perfino l’etichetta delle bottigliette!) fino all’anonimia, deflagrante metodo per annullare l’identità dei figli che se non fosse per la declinazione patriarcale sarebbero come un unico essere trino senza coscienza. E quando queste regole vengono violate scatta la punizione fisica.
Così la formazione diventa una de-formazione. I ragazzi non si riconoscono in se stessi ma nelle cose messe a disposizione dai genitori. Vincere tanti adesivi significa fare buona impressione agli occhi del padre, raccogliere gli aerei che “cadono” rappresenta un trofeo da esibire, guardare i video amatoriali del focolare è un momento di gioia. Di tutte le categorie che costituiscono la formazione intima dell’uomo (armonia/esperienza//civiltà) non vi è traccia perché non esiste libertà. Questi ragazzi non sono soltanto imprigionati dagli steccati del giardino ma da un sistema che mira all’appiattimento e a prevenire la nascita di qualsiasi individualità discordante, in favore di una con-formazione attinente al modello imposto.

SULL’EDUCAZIONE

Non è un mistero che la sia dopo la scuola (o prima?) il più importante ambiente educativo. La dimensione dell’educazione ha una peculiarità: è etero. Ovvero pone di fronte un educatore e un educando il quale si rende destinatario dei percorsi posti in essere dal soggetto educatore. Va da sé che educazione e formazione sono due tempere di uno stesso quadro, quello umano. Ma cosa accade quando una come questa costituisce l’unico punto di riferimento per i propri figli? Accade che essi diventano i protagonisti di una educazione sbagliata, fanatica, razzista. Ma di questo loro non possono accorgersene, e ciò fa male davvero durante la visione del film, perché percepiscono l’alterità del padre-insegnante (d’altronde la parola in-segnare ha un significato lampante: lasciare segni) come giusta, necessaria, autentica al pari del microuniverso in cui vivono, ovviamente fittizio, costruito ad arte malvagia per i nostri occhi. Sottostando a queste logiche del potere i ragazzi fanno proprie delle scale valoriali aberranti: non esistono leggi biologiche – la madre può partorire un cane – né leggi naturali – i pesci vivono dentro ad una piscina –. Inoltre non avendo la benché minima struttura morale sono disposti a scendere a compromessi senza risentirsene, sesso orale in cambio di un oggetto, e accettano l’incesto senza provare disgusto, ma di certo nemmeno perché di quello non ne conoscono il significato. Dunque, si avverte che la riflessione di Lanthimos include contenuti sottotestuali decisamente prossimi alla nostra contemporaneità, un manifesto di come l’educazione sia una vera e propria arma sociale in grado di guidare le condotte, morali e non.

SUL

Il non si parla da solo, chi lo parla è l’uomo. La forma del esprime un bisogno, quello di dare vita a una struttura discorsiva con la quale parlare a sé e parlare di sé, parlare all’altro e parlare dell’altro. Parlare del mondo esterno, sopratutto. La lingua è perciò uno strumento fondamentale per conoscere, imparare e anche amare. La dialettica imposta dai genitori è costituita da un travisamento semantico atto ad alienare i figli dal vero mondo. L’incipit mostra infatti il registratore che insegna le nuove parole del giorno; il mare diventa una poltrona, l’autostrada è un vento, l’escursione è un materiale per pavimenti, la carabina è un uccello. Tutti gli oggetti che non trovano posto nel mondo dei genitori, vengono falsati di significato per poter essere ricondotti nella quotidianità della casa. È una folle protezione da ciò che esterno, che è altro, la coppia rinchiude i figli sotto una cappa anestetizzante inventando per loro una lingua fasulla per un mondo fasullo. Paradigmatica della coercizione con cui i genitori controllano i ragazzi è la subdola traduzione che il padre fa di una canzone in inglese mentendo sul fatto che a cantare fosse il nonno, proprio per stringere ancora di più il laccio attorno alla famiglia, costruendo un passato (il nonno cantava che bisogna restare in casa) che annienta il futuro (se il nonno parlava così sarà stato giusto).
Il puro esercizio stilistico di Kinetta (2005) viene doppiato dalla sconvolgente verità di Dogtooth. Lanthimos, cattivo come Seidl, ironico come Solondz ed esteta come Haneke, trasla in scala ridotta nella casa-mondo di questa famiglia le dinamiche dispotiche che sottomettono, assoggettano, spaventano, illudono, hanno illuso e illuderanno l’uomo. Un film tanto importante per le tematiche considerate quanto splendido da ammirare per la sua cura visiva. Impossibile dimenticarlo, e impossibile non vederlo.

Guarda anche  KINETTA [SubITA] 🇬🇷

Recensione: pensieriframmentati.blogspot.it

UN’ALTRA CAMPANA

Il mito della caverna platonica descrive una condizione esistenziale da cui ci si libera per esistere, per – in qualche modo – essere padroni di sé. Perché all’inizio siamo schiavi delle opinioni fluttuanti, di immagini vaghe che non sono realmente ἐπιστήμη. Il film di Lanthimos, Κυνόδοντας, pare partire da questi presupposti, presupposti che nel quotidiano si trovano in ogni dove. Nel totalitarismo della dittatura. Nella coercizione di un credo religioso. Nell’egocentrica convinzione d’avere sempre ragione. Sono questi i presupposti della libertà, perché nessuno nasce libero: perché la libertà si conquista giorno dopo giorno. In Κυνόδοντας viene inscenato tutto questo: una famiglia (padre, madre, figlio e due figlie) vive segregata dentro la propria abitazione; i genitori, infatti, temono l’esterno o temono per l’esterno, e insegnano dunque che si è pronti a lasciare la propria casa quando uno dei canini cade, che la si può lasciare solamente in macchina e che si impara a guidare quando il canino caduto ricresce. Ai figli viene insegnato un fittizio (il mare è una poltrona, l’autostrada è un vento, la carabina è “un bellissimo uccello bianco” &cc.), perché, come insegna Wittgenstein, «i limiti del mio significano i limiti del mio mondo», e l’unico a poter varcare le mura domestiche è il padre, che così facendo può procurare i beni necessari alla famiglia. Tutto si svolge in una quotidianità allucinata, dove all’eleganza di abiti e arredi domestici fanno da contraltare le naturali pulsioni dei non-più-così-giovani figli, le quali, represse troppo a lungo, si manifestano in forma deviata, parossistica, anche a causa degli elementi esterni/estranei introdotti nell’ambiente domestico: una puttana lesbica, cui è concessa la presenza nell’abitazione per poter soddisfare gli appetiti sessuali del figlio e che segretamente si fa leccare la vagina da una delle due figlie in cambio di qualche oggetto senza valore, e il gatto, il quale, entrato casualmente nel cortile, viene squartato dalle cesoie impugnate dal figlio, impaurito alla visione di quella strana creatura di cui i miti familiari favoleggiavano mostruose atrocità. Sono elementi disgregatori, inquinanti e che verranno in un modo o nell’altro allontanati; è tuttavia perspicuo che questi assumono un’accezione negativa a causa della natura ormai corrosa di chi li vive, tant’è che i figli non vivono propriamente gli eventi ma sono dagli eventi vissuti. Conseguenzialmente, la puttana è l’unica a possedere un nome, e il nome è il suo corpo. Il corpo, infatti, mi definisce come persona, mi definisce come me: io sono il corpo che possiedo. Il corpo è quel che mi ritaglio dell’infinito spazio-tempo, cioè è quello che mi separa dall’Altro, il quale è, contemporaneamente, ciò che mi determina come io. La puttana, quindi, ha un nome, e deve averlo: perché fa parte del Fuori, dell’esterno. Viceversa, all’interno della casa, non c’è una corporalità così come non c’è una nominalità. Non c’è individuazione, non c’è esistenza, e gli episodi d’incesto tra fratello/sorelle ne sono un degno epilogo in quanto realizzazione-del-porno, cioè in quarto morte-del-desiderio, poiché il desiderio s’instaura dove è presente una volontà, dove una coscienza si risveglia: ed è la figlia che si rompe la bocca per estrarre un canino dalla gengiva. È qui che l’esistenza guadagna terreno, che la forza propulsiva, erotica dell’esistenza spinge, attraverso uno sforzo della volontà, a varcare la soglia, a spingersi Fuori per autenticare realizzare obliterare attualizzare se stessa in quanto esistenza.

Recensione: emergeredelpossibile.blogspot.it

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