//LA CINQUIEME SAISON [SubITA]

LA CINQUIEME SAISON [SubITA]

 

Titolo originale: La Cinquième Saison
Nazionalità: Belgio, Francia, Paesi Bassi
Anno: 2012
Genere: Drammatico
Durata: 93 min.
Regia: ,

 

In principio fu un gallo affetto da mutismo. In fine, una mandria di struzzi che osserva la nostra “fine“ di spettatori annichiliti. L’animale ci guarda e ci interpella, con una forza capace di irretirci, rinviando al mittente l’idiozia che rinneghiamo a noi stessi e proiettiamo sugli esseri non umani, qui più umani degli umani, troppo umani perché continuino ad assecondare l’istinto di sopravvivenza dell’uomo rapace.

Così inizia e così si chiude uno dei migliori film del concorso veneziano 2012, La cinquième saison, della coppia /, terzo capitolo di una trilogia etno-paesaggistica iniziata nel 2006 col già notevole Khadak (premio migliore opera prima a Venezia) e proseguita tre anni dopo con Altiplano (presentato alla “Semaine de la critique” di Cannes).

Opera visivamente ammaliante, pittorica e mai stucchevole, La cinquième saison ingloba, narrativizzandoli, alcuni temi e figure dell’arte contemporanea più vicina a noi (chiari i referenti: Bill Viola, Anselm Kiefer, Jeff Koons, Damien Hirst, il cinese Zhenzhong) e incorpora assommando, attraverso suggestioni mai gratuite e fugaci lampi visivi e sonori, il cinema di Jacques Tati (il vociare indistinto, campestre e pedestre, della comunità in festa), di Werner Herzog (rovesciandone l’assunto: qui è la natura a lanciare la sfida all’uomo), le Scene di caccia in Bassa Baviera di Peter Fleischmann (nella seconda parte: la caccia al capro espiatorio) e Theo Angelopoulos (per la composizione del quadro e il simbolismo). Sorprendendoci costantemente e spiazzandoci per il progressivo slittamento dal comico-grottesto iniziale al lirismo funebre finale, il terzo capitolo di questa trilogia della violenza (detta/Khadak, rappresentata/Altiplano, qui esercitata e subita) è una sinfonia anti-eziologica in quattro movimenti e una stasi, tra iperrealismo e onirismo.

La tradizione e il rito si presentano dapprima come un “assurdo“ che saremmo comunque pronti ad accettare (l’apparizione dei fantocci giganti), poi divengono segni/referenti (i fantocci confluiscono nel rito per la fine dell’inverno) di una , quella rurale della regione delle Ardenne; infine si eclissano, lasciando la natura in balia di se stessa.

La prima stagione (Inverno) testimonia degli ultimi “fuochi” (la salita della collina, l’edificazione di “Zio Inverno“, la danza) e del crepuscolo della cultura: la tradizione e l’immaginario plurisecolare si “inceppano”, il Guy Fawkes di paglia non prende fuoco, il rito è morto. La fine della cultura porterà con sé il tramonto dell’auto-rappresentazione del gruppo (i contadini non hanno, letteralmente, più parole) e della celebrazione di un tempo ciclico e di uno spazio naturale “addomesticati” e addomesticabili. Come sembra suggerirci l’episodio ritornante del gallo afasico, l’uomo è docile fino a quando ha l’impressione di poter dominare e domare, traducendolo e anestetizzandolo in rito perpetuabile, l’indomabile. A partire da questo momento, La cinquième saison diventa la straziante rappresentazione (mediante ricostituzione di simboli e figure mortifere) di un immaginario (intradiegetico) non più possibile, un racconto (aperto) in cui emerge, progressivamente e inesorabilmente, il lato oscuro e oscurato della relazione dell’uomo/poeta con la natura.

Guarda anche  ALTIPLANO [SubITA]

La seconda non-stagione (Primavera) segna il crepuscolo della coltura: dal letame non nasce più niente, le api non impollinano più, il paradosso sembra realizzarsi e il filosofo nomade, il solo adulto a non sentire il bisogno di spiegare l’inspiegabile (facendo del paradosso di oggi il pregiudizio di domani), sa che si può rispondere all’impossibile soltanto proponendo una via d’uscita egualmente impossibile (egli afferma, citando Rousseau: Je préfère être un homme à paradoxes qu’un homme à préjugés).

La terza non-stagione (Estate) prelude all’alba del giudizio. Gli individui diventano “folla“ anonima; la folla ha bisogno di individuare/individualizzare la colpa e forgia l’ultima figura che è capace di creare, quella del capro espiatorio (ovviamente il filosofo, l’“uomo dei paradossi” della natura).

La quarta non-stagione (Autunno) segna di conseguenza la messa in atto della condanna del filosofo straniero (ed estraneo): dall’ultima invenzione comunitaria possibile all’ultimo rito realizzabile (e ultimo movimento, ultima terribile “stella danzante” creata dal ), un rito presociale, a-culturale, atavico. Gli abitanti del villaggio indossano una maschera ensoriana per occultare ciò che non sono più. Pura furia omicida, puro istinto. Morte. Giungiamo così alla stasi, all’immobilismo, dove permangono solo simboli cristallizzati e tre figure nel paesaggio, divenute oramai, loro stesse, simboli (Thomas, Alice, il figlio paraplegico del filosofo).

La quinta stagione attesta il blocco definitivo del ciclo, dell’eterno ritorno; è il non-tempo in cui più nulla scorre e in cui la natura, pur immobile, dopo essersi lasciata morire per uccidere il suo sfruttatore, riprende il comando. È tempo, per gli struzzi, di alzare la testa e guardarci negli occhi. E per i puri, sopravvissuti all’odio xenofobico della fu docile comunità, di divenire panicamente natura e spegnersi con essa.

Come d’autunno sugli alberi le donne.

Recensione: spietati.it

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