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LA PEDAGOGIA DEGLI OPPRESSI

Il grande problema sorge quando ci si domanda come potranno gli oppressi, che “ospitano” in sé l’oppressore, partecipare all’elaborazione della pedagogia della loro liberazione, dal momento che sono soggetti a dualismo e inautenticità. Solo nella misura in cui scopriranno di ospitare in sé l’oppressore, potranno contribuire alla creazione comune della pedagogia che li libera. Finché vivono il dualismo in cui essere è apparire, e apparire è somigliare all’oppressore, è impossibile farlo. La pedagogia dell’oppresso, che non può essere elaborata dall’oppressore, è uno degli strumenti per questa scoperta critica: gli oppressi che scoprono se stessi e gli oppressori che sono scoperti dagli oppressi, come manifestazione di un processo disumanizzante.
In questa scoperta c’è qualcosa da prendere in considerazione, direttamente legata alla pedagogia liberatrice. Nella prima fase di questa scoperta , quasi sempre gli oppressi, invece di cercare la liberazione nella lotta e attraverso di essa, tendono ad essere anche loro oppressori, o oppressi in secondo grado. La struttura del loro pensiero si trova condizionata dalla contraddizione vissuta nella situazione concreta, esistenziale, in cui si “formano”. Il loro ideale è realmente essere uomini, ma per loro essere uomini è essere oppressori, a causa della contraddizione in cui si sono sempre trovati e il cui superamento non è loro chiaro. Gli oppressori sono per loro l’unico modello di umanità.
Questo fenomeno si verifica (come analizzeremo più avanti dettagliatamente) per il fatto che gli oppressi, in un certo momento della loro esperienza esistenziale, hanno assunto una posizione che chiameremo di “aderenza” all’oppressore. In queste circostanze non arrivano a “vederlo in sé”, il che li porterebbe a oggettivarlo, cioè a scoprirlo fuori di loro stessi. Con questa affermazione non vogliamo dire che gli oppressi, in tal caso, non sappiano di essere oppressi. Tuttavia, la loro conoscenza di se stessi come oppressi si trova falsata dal fatto che vivono immersi nella realtà degli oppressori. “Riconoscersi” a questo livello, in opposizione all’altro, non significa ancora lottare per il superamento della contraddizione. Nasce di lì l’aberrazione: uno dei poli della contraddizione non aspira a liberarsi, bensì a identificarsi con il suo opposto.
In questo caso, per gli oppressi, “l’uomo nuovo” non è l’uomo che deve nascere dal superamento della contraddizione, con la trasformazione dell’antica situazione di oppressione che ceda il posto a una nuova, di liberazione. Per loro, l’uomo nuovo sono loro stessi, che diventano oppressori degli altri. Questa visione dell’uomo nuovo è individualista. Aderendo all’oppressore, essi non possono acquistare coscienza di sé, come persone, e tanto meno coscienza di classe oppressa.
Vogliono la riforma agraria, in questo caso, non per liberarsi, ma per divenire proprietari, o più esattamente padroni di nuovi servi.
Sono rari i braccianti agricoli che, una volta promossi fattori, non diventino oppressori dei loro antichi compagni, più duri dello stesso antico padrone. Si potrà obiettare – e con ragione – che ciò si deve al fatto che la situazione concreta di oppressione non è stata trasformata, e che, in questa ipotesi, il fattore, per assicurarsi il posto, deve incarnare, con più durezza ancora, la durezza del padrone. Tale affermazione non nega la nostra, cioè che gli oppressi, in queste circostanze, trovano nell’oppressore il modello di ciò che è l’uomo. Perfino le rivoluzioni che trasformano la situazione concreta di oppressione in un’altra, di liberazione, affrontano questa manifestazione tipica della coscienza oppressa.. Molti degli oppressi che partecipano alla rivoluzione, si direttamente sia indirettamente, sotto l’influenza dei vecchi miti della struttura anteriore pretendono fare della rivoluzione la loro rivoluzione privata. Perdura in essi, in un certo senso, l’ombra dell’oppressore antico. Questo continua ad essere purtroppo il loro modello di ciò che è “umanità”.

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