//THE BOW [SubITA]

THE BOW [SubITA]

 

Titolo originale: Hwal
Nazionalità: Corea del Sud
Anno: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 90 min.
Regia:

 

E lei volò fra le tue braccia
come una rondine,
e le sue dita come lacrime,
dal tuo ciglio alla gola,
suggerivano al viso,
una volta ignorato,
la tenerezza d’un sorriso,
un affetto quasi implorato.

La sublimazione è il passaggio diretto dallo stato solido allo stato aeriforme, senza passare per lo stato liquido.
Il cinema di è sublime. Galleggia nell’etere, dondola nell’aria con la dolcezza propria di una piuma.

NOI E LORO

Anche questa volta la trama è esilissima: un vecchio pescatore, un arco, una ragazza, un barcone, il mare. Se in Ferro 3 (2004) la mazza da golf è la spina dorsale del film, qui è un arco che scandisce la vita sulla barca del pescatore e della ragazzina di cui non conosciamo niente: né i loro nomi, né la loro voce. Sappiamo soltanto che il vecchio attende la maggiore età della giovane per poi sposarla. A differenza de L’isola (2000), dove le casette sembravano formiche nel deserto, la barca, qui, riesce ad inglobare dentro di sé il mare, e quindi una situazione potenzialmente intrisa di solitudine, viene vissuta dai due con grande serenità, in equilibrio perfetto. Ma questa sfera intima viene bucata dall’arrivo di un giovane pescatore che si innamora della ragazza. È qui che si comprende di come noi spettatori siamo soltanto dei testimoni, semplici intrusi che spiano. Il maestro coreano utilizza il sonoro diegeticamente ed extradiegeticamente, stordendoci. È diegetico quando crediamo che la musica (da pelle d’oca) faccia parte dell’universo narrativo della finzione filmica, ed ecco che cessa quando la ragazza si toglie le cuffiette. È extradiegetico quando il vecchio utilizza l’arco come fosse un violino. Ma è davvero così? Siamo certi che la musica avvertita dalla ragazza non sia una finzione, e che invece l’arco del vecchio sia capace di diffondere realmente quella dolce melodia? Non ci è dato saperlo perché non abbiamo alcun “” sulla storia, sappiamo solo ciò che vediamo e sentiamo, nient’altro. Non siamo molto diversi dai pescatori che arrivano sul barcone.

IL VECCHIO E L’ARCO

L’arco di per sé è un’arma. Un’arma che offende.
Qui, invece, è anche un’arma, ma non solo quello. Diventa prima di tutto uno strumento musicale, e in secondo luogo una sfera di cristallo attraverso cui il pescatore predice il futuro. Ma soprattutto vi è una identificazione fra il vecchio ed il suo arco. Egli è come la sua arma: se le frecce sono aggressive egli lo è a sua volta con chi vuole portare via dalla barca la ragazza. Ma se l’arco è capace di partorire quella melodia meravigliosa, l’uomo allo stesso tempo è in grado di aspettare pazientemente il giorno in cui lei diverrà maggiorenne segnandolo con un cuoricino sul calendario.
E quella melodia è la stessa che accompagna la sequenza più intensa di tutto il film: il collo del vecchio è stretto da un cappio collegato alla barca che sta portando via la sua amata, un cordone ombelicale che lega ancora i due e che ancora non può spezzarsi. Infatti lei ritorna come una rondine, e le sue dita come lacrime dal ciglio alla gola suggerivano al viso, una volta ignorato, la tenerezza d’un sorriso, un affetto quasi implorato.

Guarda anche  ARIRANG [SubITA]

“FORZA E MUSICALITÀ, COME UN ARCO TESO… VOGLIO VIVERE COSÌ PER SEMPRE”

Si arriva alla fine, dunque.
Se il vecchio è l’arco allora solo lui può spezzare quella corda che li lega. Svolta la cerimonia nuziale, i due si allontanano al largo con una barchetta, e dopo aver spogliato la giovane, il pescatore punta il suo arco verso il cielo e scaglia l’ultima freccia, per poi sparire nelle acque del mare. La barchetta con a bordo la ragazza addormentata ritorna al barcone dove ad attenderla c’è il giovane pescatore. All’improvviso quella freccia scoccata nel cielo piomba fra le gambe della giovane, che come trasportata da una scossa, inizia un amplesso con un’entità invisibile. Il suo vestito si macchia di rosso. È la rottura dell’imene, e di quella corda che li legava. Poco dopo il giovane salta sulla barchetta mentre il barcone inizia ad inabissarsi. Ora la ragazza è diventata una donna. Libera di conoscere il mondo.

Sono sempre un po’ restio nell’affibbiare il termine capolavoro ad un film perché ho paura. Paura di essere smentito in quanto un giudizio è sì soggettivo ma l’implicazione di una tale eccellenza ha una forte oggettività che si basa su delle competenze in questo campo che io non possiedo, ma che riesco, almeno credo, ad intuire. Inizialmente non volevo scriverlo, ma dopo averci pensato un paio di giorni ho trovato il coraggio: L’arco è un capolavoro.

Recensione: pensieriframmentati.blogspot.it

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