//LE DAIM [SubITA] 🇫🇷

LE DAIM [SubITA] 🇫🇷

Titolo originale: Le daim
Paese di produzione: Francia
Anno: 2019
Durata: 77 min.
Genere: Commedia, Horror
Regia:

 

Film d’apertura della Quinzaine, Le daim di è una spassosa riflessione sulla gratuità del cinema e sulla natura di quella perversione che chiamiamo cinefilia.

Siamo quel che indossiamo
Georges, 44 anni, e la sua giacca scamosciata, 100% made in Italy, hanno un progetto da realizzare. [sinossi]

“Se tu non esistessi, neanche io esisterei”. Inizia così, sulle note della canzone di Joe Dassin Et si tu n’existais pas il nuovo film di Le daim, scelto dal neo direttore Paolo Moretti come apertura della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2019. E la proposizione ipotetica del brano di Dassin è qui una sorta di dichiarazione d’intenti, vergata da un autore che mira da sempre a comporre, a partire dalle sue trovate bizzarre e genialoidi, un discorso teorico sul (suo) cinema e sul relativo spettatore, destinatario ultimo e necessario, soprattutto nel caso di Le daim, di una sonora presa per i fondelli. Poco male in fondo, perché d’altronde senza l’opportuno, pre-visto, pre-selezionato cinefilo in sala, né questo film, né magari lo stesso Dupieux avrebbero senso di “esistere”, con buona pace della canzone di Dassin.

Non è un cinema per tutti quello di Dupieux, talvolta si ha l’impressione che sia indirizzato esclusivamente a un’accolita di fan, bramosa di sapida ironia ed evidenti strizzatine d’occhio, unite a quel profluvio di idee brillanti che non sempre – si veda il recente Reality – riescono a cogliere nel segno e a farsi “discorso” convincente e conchiuso sul cinema e i suoi meccanismi. L’impeto metalinguistico e il ripiegamento autoriflessivo sono infatti sempre stati un vezzo irrinunciabile per il regista e produttore musicale (un noto come Mr. Oizo) francese che questa volta però riesce a convincere perché sceglie di raccontare una storia semplice, una storia d’amore, tra un uomo e la sua giacca di camoscio.

L’uomo in questione si chiama Georges (Jean Dujardin) ed è un ultraquarantenne senza né parte, animato da una totalizzante passione feticistica per la sua giacca con frange in pelle di daino. Si installa in un hotel di provincia e, dal momento che non ha alcun particolare talento, ma possiede una telecamerina digitale, pensa bene di fare il regista. Anzi, in non lo pensa nemmeno, sono gli altri a suggeriglielo, lui non pensa a niente, solo alla sua giacca. Un’unica evoluzione narrativa è a questo punto possibile per il personaggio di Georges: iniziare a pensare alle giacche degli altri. E così, elabora un piano per sterminare ogni altra giacca sulla faccia della terra e far infine rifulgere, in tutto il suo splendore, la propria. Il piano in questione ha poi a che vedere con un film da girare e con una montatrice dilettante (interpretata da Adèle Haenel) che ha rimesso in ordine cronologico le sequenze di Pulp Fiction.

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Suona come un ossimoro, ma è così: Le daim è un film sanamente ombelicale, a tratti esilarante, a tratti brillante e la cui intermittenza non ne lede l’efficacia, anche perché la breve durata (poco più di un’ora e un quarto) non lascia alle sbavature. Ci si ritrova così immersi in riflessioni sagaci e autoironiche del tipo “basta fare un film vero, per fare del vero cinema” o ancora “filmare coincide con il fare un film”. A ben vedere, dunque, l’intero lavoro di Dupieux appare come una figura retorica che gioca al rimbalzo tra significante e significato, e resta sospesa a mezz’aria tra assunto filosofico e nonsense. Il tutto è corredato da uno stile semi-realistico, quasi frontale, accompagnato a tratti da qualche inquadratura insolita, semisoggettive della giacca scamosciata – che tra l’altro, come viene più volte ribadito, è 100% made in Italy – incluse.

Certo, infastidirsi è legittimo, perché Le daim è un film per iniziati, disposti a giurare fedeltà al suo autore abbandonando magari la propria giacca – e le proprie remore – fuori dalla sala. Ma è altrettanto vero, ci tiene a dirci Dupieux, che in fondo quando si fa un film folle e delirante si fa sempre un film sul cinema, dal momento che se ne testano i confini e soprattutto si interpella lo spettatore, chiamandolo in causa, mettendolo davanti allo specchio per rivelare la natura intimamente feticista e innegabilmente folle della sua cinefilia. Perchè in fondo, bisogna ammetterlo, la cinefilia è anche una malattia mentale.

quinlan.it

 

 

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