//LE QUATTRO VOLTE

LE QUATTRO VOLTE

 

Titolo originale: Le quattro volte
Nazionalità: Italia, Germania, Svizzera
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 88 min.
Regia:

 

Se l’idea di bellezza è sempre più assoggettata alla vistosità dell’oggetto che ci troviamo davanti, ecco spiegato il perché della bellezza paesaggistica come corrispettivo della grande e imponente città e l’abolizione di archetipi in via d’estinzione. L’occhio si lascia crogiolare da una pigrizia incapace di scavare a fondo, di cogliere la bellezza nella complessità della vita quotidiana. Lasciando al proprio flusso arcaico i luoghi nascosti che ancora conducono una esistenza fuori dal tempo.
Da una parte lo sguardo continua a catturare soltanto ciò che gli è immediato, trascurando l’essenzialità delle cose, dall’altro il luogo incontaminato, non sottomesso alle esigenze inquinanti della moderna dei consumi, conserva la propria connotazione primitiva. Ma l’ignavia dell’occhio riguarda anche la visione cinematografica, disabituata alla pazienza del saper vedere, preferendo subire l’immediatezza di ciò che ci viene scaraventato addosso.
“Le quattro volte” si situa in un territorio “marginale” della Calabria. Un microcosmo che pare fuori dal mondo e che, invece, conserva il contatto più stretto con l’essenza stessa della natura. Che crea una parabola sul tempo dove il tempo sembra invece essersi fermato da decenni.
Il milanese Frammartino aveva già ambientato il suo precedente e già interessante primo film, “Il dono”, in Calabria, luogo di nascita dei suoi genitori. Sondando il terreno per questa sua opera seconda si è imbattuto in quattro possibili personaggi, quattro entità vicine e lontane: il vecchio pastore, il capretto bianco, un grande abete, il carbone.
Suggerendo la possibilità di rendere protagonista di un film un animale o un qualsiasi elemento naturale, contemplando la natura e la natura delle cose, il film può essere suddiviso in quattro storie a sé stanti. Con dei lunghi piani sequenza che nella loro quiete colgono l’imprevedibilità della vita (non mancano i momenti ironici), Frammartino ci ricorda tradizioni e luoghi dimenticati, offrendoci una visione poetica sui cicli della vita.
Ma a ben vedere il film non si ferma qui: vuole andare oltre, chiedendo complicità a spettatori attenti, disposti ad unire i tasselli ed erigere un’architettura che possa essere al contempo antropologica e filosofica. Partendo da una frase attribuita a Pitagora, secondo la quale in ogni essere ci sarebbero quattro vite distinte ma incastrate l’una dentro l’altra (minerale, vegetale, animale e razionale), i quattro stadi del film vivono di una sola anima, destinata a passare ciclicamente da entità a entità, reincarnandosi, consumandosi e rinascendo.
Senza l’utilizzo di parole né di musica, ma con un fondamentale tappeto sonoro che cattura il respiro della natura, è un’opera metafisica e antropologica, concreta e fantascientifica. Offrendo allo spettatore il compito di decifrare, comporre e riempire il suo cammino, “Le quattro volte”, ideale incrocio tra Franco Piavoli e Bèla Tarr, è un cinema geometrico ma spontaneo. Assemblando e rispettando le sue idee, vola alto.
Mmmmmhh… qui noi si ricomincia…

Dunque si diceva, quattro stadi della materia vitale:
1. L’umano: un vecchio pastore conduce il gregge al pascolo, raccoglie lumache e si spenge nel suo letto circondato dalle capre.
2. L’animale: una capretta bianca esce dal ventre della madre. Si regge sulle zampe con difficoltà, poi, col passare dei giorni, conquista l’equilibrio e il diritto di aggregarsi per andare al pascolo. Ma alla prima uscita resta indietro al gregge e si smarrisce, finendo per accovacciarsi ai piedi di un gigantesco albero.
3. Il vegetale: un abete bianco svetta imponente nel bosco incontaminato, finché viene abbattuto, scortecciato e issato nella piazza di un villaggio per la festa tradizionale (la Festa della Pita ad Alessandria del Carretto).
4. Il minerale: nuovamente abbattuto e tagliato a ciocchi, il massiccio abete è portato ai carbonai locali, che lo lavorano fino a trasformarlo nel carbone che riscalderà il villaggio del vecchio pastore.

Al suo secondo lungometraggio il cineasta milanese di origine calabrese (classe 1968) torna sui luoghi del Dono (2003), film di altera, intransigente bellezza. Troppo poco narrativo per essere definito una pellicola di finzione e troppo narrato per essere attribuito al genere documentaristico, Le quattro volte rende inconcussa testimonianza, insieme alla Bocca del lupo di Pietro Marcello, che i segnali di rinnovamento del panorama italiano contemporaneo risiedono in un territorio in cui il cinema interroga la realtà e la reinterpreta al di fuori dei diktat retorici e spettacolari (quindi ideologici). Cinema che schiva le formule del racconto convenzionale per restituire alla visione quel potenziale di apertura e incompiutezza troppo spesso mortificato dai dogmi della narrazione: allo spettatore il compito (o meglio il privilegio) di scandagliare, integrare e completare le immagini. Liberare lo sguardo.

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Meno austero del Dono e meno letterario del menzionato film di Marcello, Le quattro volte racconta per immagini non dialogate la metemsomatosi del principio vitale in altrettanti corpi: la macilenta fisicità di un pastore, il candore disorientato di una capretta, la scorticata fierezza di un abete bianco e la minerale ruvidezza del carbone. Aperto da un prologo ciclizzante (le immagini iniziali dei carbonai suggeriscono il termine del ciclo precedente) e scandito da dissolvenze in nero (o da oscuramenti interni dell’inquadratura), il film di Frammartino bordeggia talvolta il dimostrativo senza mai approdarvi del tutto: pur tradendo un disegno rigorosamente guidato, le numerose rime interne (l’attardarsi del bambino durante la processione prefigura lo smarrimento della capretta, la formica che scala la corteccia dell’abete richiama quella sulla pelle corrugata del pastore e anticipa l’arrampicata del paesano nella festa) si limitano ad accenni discreti e silenziosi, mai degenerando in gridata, vigliacca didascalia.
È al contrario la ponderata tenacia del processo di sottrazione a imporsi: man mano che Le quattro volte si allontana dall’antropocentrismo, la sua energia cinematografica si intensifica tangibilmente, accomodandosi in punti di vista ad angolazione variabile che armonizzano filmico e materia filmata (le inquadrature ad altezza capra, l’imperiosa verticalità dell’abete, la prossimità coalescente col carbone). La disposizione dei punti macchina ci parla costantemente di messa in scena senza tuttavia soffocare i soggetti-oggetti ripresi o sganciarsi dalla loro materialità: ne scaturisce un contatto dinamico tra rappresentazione e rappresentato che, secondo chi scrive, costituisce il massimo esito del mezzo cinema, tanto per il cineasta quanto per lo spettatore (“Considero il film un corpo morto che ha bisogno dello sguardo attivo dello spettatore per prendere vita. Riuscire a connettere il soggetto guardante, lʹumano, e lʹoggetto, le cose, è parte di una vitale tensione affettiva, che con un poʹ di retorica potrei dire che ha a che fare con la felicità”, dal pressbook del film). Anima e esattezza.
Al di là della dichiarata impronta filosofica di matrice pitagorica (il titolo del film è ispirato da una frase attribuita a Pitagora) e al di là dei riferimenti obbligati a De Seta e Tarkovskij (la Festa della Pita già filmata nel 1959 dal regista siciliano nei Dimenticati, i luoghi apiretici di Stalker rievocati dalla casa di confine del pastore), Le quattro volte scatena un’impressionante serie di associazioni filmiche. Senza scadere nel déjà-vu, la pellicola di Frammartino fa pensare alla durata captativa del Franco Piavoli di Voci nel tempo, alla cadenzata laboriosità dell’Otar Iosseliani di Un piccolo monastero in Toscana, allaneutralité bienveillante (“imparzialità benevola“) del Nicolas Philibert di Essere e avere e, spingendosi oltre, all’archeologia del presente dello Jia Zhang-ke di Useless, alla parità dello sguardo del Chris Marker di Sans Soleil e all’inumana contemplazione del Robert Bresso di Au hasard Balthazar (così come Il dono faceva pensare alla sensibilità tellurica del Bruno Dumont dell’Umanità e addirittura alla terragna primordialità del Thierry Zéno di Vase de noces).

Eppure questa ridda di suggestioni non precipita nella rimasticatura o nel calco inerte, ma è segno di un cinema profondamente consapevole e al tempo stesso intimamente rispettoso dello spettatore, invitato con pungente sincerità a partorire uno sguardo inaudito sugli esseri e le cose: “Si può liberare il cinema dalla tirannia dell’umano, che è un privilegio ma anche una condanna alla solitudine? Le quattro volte cerca di incoraggiare questo percorso di liberazione dello sguardo, sollecitando lo spettatore a trovare il nesso nascosto che anima tutto quel che ci circonda”. Presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2010 e vincitore del premio Europa Cinemas Label come miglior film europeo della sezione.

Recensione: ondacinema.it + spietati.it

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