//LET ME MAKE YOU A MARTYR [SubITA] 🇺🇸

LET ME MAKE YOU A MARTYR [SubITA] 🇺🇸

Titolo originale: Let Me Make You a Martyr
Nazionalità: USA
Anno: 2016
Genere: Azione, Drammatico, Thriller
Durata: 102 min.
Regia: ,

 

Oddio, che cos’è di preciso questo Let Me Make You A Martyr? È qualche giorno che me lo chiedo e non ne vengo a capo.

È sicuramente un revenge movie sudista e zozzo, che si colloca sulla scia dei vari Killer Joe e Mud non tanto narrativamente, quanto nella scelta di andare a recuperare l’America rurale di roulotte, paludi e meth come ambientazione e protagonista di una storia, ed estetizzarla a sufficienza da renderla digeribile a chi ha il palato cinematograficamente fino nonostante si parli di un luogo dove incesto e stupro sono all’ordine del giorno e dove le donne vengono infallibilmente apostrofate come “troie” e utilizzate come merce di scambio.

È anche una forse-storia d’amore, forse-incestuosa, e inevitabilmente destinata a concludersi in tragedia; una tarantinata come Tarantino ne ha sempre solo scritte, un po’ Una vita al massimo un po’ Natural Born Killers, e pure un thriller estremamente cervellotico – fin troppo per il suo bene – che sfida lo spettatore a un costante gioco di indagini e deduzioni su quello che sta accadendo. È a tratti lento come la morte (o come un romanzo di Cormac McCarthy portato al cinema dai fratelli Coen) ma ha un ritmo narrativo incalzante, e palleggia tre o quattro storie contemporaneamente e i loro intrecci nel giro di ventiquattr’ore – senza spazio per flashback o spiegoni, un intrico di interessi e giochi di potere che convergono in un mosaico al quale mancano metà delle tessere, e a chi guarda sta la responsabilità di immaginarsele. In altre parole, è un film che se ti distrai cinque minuti poi non ci capisci un cazzo.

Però Let Me Make You A Martyr è anche un polpettone filosofico-religioso che oscilla tra il cristianesimo quasi animista di certe comunità rurali dell’America che piace a noi, l’esistenzialismo come solo i disperati possono affrontare e il più puro e semplice nichilismo cosmico. Immaginate tutta la violenza e lo schifo che potrebbero grondare da un film su due tizi che vogliono uccidere un signore della droga in Oklahoma, nascondetela dietro tagli di montaggio e repentini cambi di ambientazione e al suo posto mettete gente piena di disagio che discute sul , generalmente poco prima che uno dei due ammazzi l’altro. Ci sono dialoghi filosofici nei diner, dialoghi filosofici sul divano, dialoghi filosofici in una cantina. C’è un sottotesto di speranza in senso strettamente cristiano (speranza che l’altra vita sia una figata, speranza che Dio perdoni i miei peccati, speranza che ci sia qualcosa di meglio di questo schifo) che sul finale erompe dal sottosuolo e annega tutto il resto, violenza e nichilismo inclusi. C’è, probabilmente, persino Dio a un certo punto.

C’è anche Marilyn Manson che fa il serial killer, del gran blues e del gran funky nella colonna sonora e molti bei paesaggi. E io ancora non ho capito se sono innamorato o incazzato nero. Sigla!

e , prima di Let Me Make You A Martyr, non avevano fatto sostanzialmente nulla. C’è tutta una storia edificante dietro la produzione di questo film: Judas’ Chariot, il corto che fa da prequel a LMMYAM (posso chiamarlo Martyr d’ora in avanti? Grazie amici), è stato girato con quattro lire in un parco di New York, portato in giro ai festival dai due personalmente, infine intercettato da un produttore dell’Oklahoma, felicissimo di finanziare una storia sul suo Stato.

Poi il produttore legge la trama e, immagino arrivato al punto in cui c’è scritto “… e il protagonista viene stuprato da un energumeno mentre il suo boss e padre adottivo guarda impassibile”, decide che Asraf e Swab possono scordarsi i suoi soldi. Swab racconta di avergli a quel punto telefonato e spiegato come i temi e le sequenze più controverse della sceneggiatura nascessero da esperienze molto personali, e che per lui fare il film è sostanzialmente una necessità.

Morale di questa edificante storia di successo all’americana: Martyr esce sul mercato. Di cosa parla? Del ritorno a di Drew Glass, fuggito dall’Oklahoma sei anni prima (Judas’ Chariot racconta quello che è successo il giorno prima della sua partenza) per cercare di rispondere alla domanda “se sei tutto rotto, riesci a rifarti una vita altrove o sei fottuto?” – ci tengo a specificare che non sto minimizzando il problema con termini ironici e poco rispettosi, è che la gran parte dei dialoghi di Martyr, anche quelli più densi filosoficamente, sono comunque scritti con un delizioso mix di slang locale e brutte parole; non c’è nessun Giudice di Meridiano di sangue, solo un branco di ignoranti che hanno tutti, in varia misura, il vizio di farsi domande profonde sulla loro esistenza.

Il ritorno a di Drew mette in moto la proverbiale catena di eventi che trasformano la sua permanenza in un incubo; il tutto incorniciato con il più classico dei trucchetti narrativi: Martyr comincia in medias res e procede a ritroso, inquadrando il racconto strettamente cronologico di Drew all’interno di un interrogatorio condotto da un misterioso… tizio.

La struttura-Memento, e la tendenza (il vizio? Un trucchetto funziona quando lo usi con criterio, non a ogni occasione) di Swab&Araf di abbandonare una scena sul più bello per tornare a occuparsi di un altro personaggio, rischiano troppo spesso di offuscare la chiarezza narrativa – oltre a privarci di una notevole dose di violenza, della quale nella migliore delle ipotesi vediamo il risultato ex post – di quella che sarebbe altrimenti una storia piuttosto semplice: Drew e la sua non-sorella June si riabbracciano dopo sei anni, scoprono di amarsi e decidono di far fuori Larry, il re della droga locale che li ha presi sotto la sua ala protettrice quando erano bambini e li ha educati e fatti crescere come criminali modello. Il gioco di potere è chiaro, a grandi linee, voglio dire, figuratevi quant’è contento il bassista dei Mastodon di venire tradito dai suoi stessi figli, ma viene complicato da una sfilza di elementi esogeni, uno dei quali clamoroso MacGuffin e veicolo per quel messaggio finale che mi ha fatto incazzare come una biscia, e Martyr finisce per apparire più inutilmente complesso e arzigogolato di quello che realmente è.

Il che non gli fa bene, perché le cose che vengono meglio ad A&S sono altre, non certo la cover di True Detective. E a proposito, il ritmo di Martyr è talmente sincopato e il focus sui personaggi cambia così di frequente che a tratti sembra di assistere al pilot di una serie tv sulle paludi dell’Oklahoma (!). Il fatto è che io capisco le ambizioni pop dei due, che hanno pur sempre a disposizione Marilyn Manson nei panni del serial killer e quindi un po’ di inevitabile voglia di cazzeggiare e non prendersi sul serio. E capisco anche la voglia di dare almeno qualche parvenza di ritmo a un film che, scena su scena, è praticamente glaciale. Però A&S sono più bravi quando tirano il freno a mano e si travestono da autori.

Sono bravi quando devono tenere la camera ferma su due tizi che parlano e sono bravi a farli parlare, sono addirittura bravi a trasformare Marilyn Manson in un personaggio del film e non in “ah guarda c’è Marilyn Manson che fa il pazzo”. Sono bravi quando si abbandonano alla psichedelia o si innamorano di un paesaggio e ci sbavano dietro per un paio di minuti. Sono bravi a montare la tensione che porta alla sparatoria, non sono particolarmente bravi a girare la sparatoria. O anche, ed è bruttissimo da dire: se avessero fatto un film meno calcista forse gli sarebbe venuto meglio.

D’altra parte non sono un cazzo di nessuno per spiegare a due tizi come avrebbero dovuto girare il loro film, e intendiamoci, con tutte le sue pecche e le sue pezze Martyr è un gran bel film! È un’escursione in un pezzo di America della cui esistenza, per qualche motivo, tutto il mondo si è appena ricordato, una contro- nella quale sono i vecchi e le tradizioni a comandare e l’unica speranza per un giovane è sopravvivere abbastanza a lungo da diventare uno di loro. Dove se controlli la droga puoi sostanzialmente scomparire dai radar dello Stato e creare un piccolo regno parallelo – Martyr è un film socialmente claustrofobico, dove manca qualsiasi contraltare al microcosmo dei trailer park e delle anfetamine, qualsiasi contatto con la . C’è solo il Male (il film non fa quasi nessun tentativo di giustificare o nobilitare in qualche modo i suoi personaggi…), e all’interno del Male ci sono svariati gradi di Male (… tranne quando ci spiega che se credi in Dio e ti penti forse verrai perdonato), e non esiste bene né speranza né bellezza.

O quasi. Ve l’ho detto che è un casino.

Perché dovreste tenervene alla larga, mi chiedete? Grazie della domanda. Se l’idea di sapere che: ci sono parecchi morti ma tutti fuori scena, praticamente metà del film consiste in dialoghi sul enunciati con accento del Sud, è tutto estremamente lento, ogni tanto la sceneggiatura inciampa su se stessa e i suoi arguti tentativi di disorientarci, le parti tutto sommato venute peggio sono quelle per cui venite su questo sito… boh, a parte questo non vedo motivi per cui dovreste tenervene alla larga.

La mia opinione? È un gran film che sarebbe anche meglio senza tutto quel Gesù di mezzo.

Recensione: i400calci.com

 

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