//LETTRE D’UN CINÉASTE À SA FILLE [SubITA]

LETTRE D’UN CINÉASTE À SA FILLE [SubITA]

 

Titolo originale: Letter from a Filmmaker to His Daughter
Paese di produzione: Belgio
Anno: 2002
Durata: 50 min.
Genere: Documentario, Sperimentale
Regia:

 

Il documentarista dedica alla figlia una personale e intima visione di quello che è il loro rapporto attraverso una tempesta di immagini, una moltitudine di storie – talvolta autentiche e a volte dai connotati fiabeschi – di suoni, di spezzoni di riprese montati senza apparente logica, di dipinti, di musiche folkloristiche e, soprattutto, con la consapevolezza che questa loro relazione ha contribuito a formare l’uomo che è tutt’oggi: un padre.

(Anversa, 2 settembre 1953) ha cominciato la sua carriera con quello che lui definisce il “cinéma mémoire” o documentario etnografico. Ha conseguito il suo Dottorato di Ricerca PhD in Studi Cinematografici sui “posseduti” in Indonesia per poi iniziare a produrre i cosiddetti “half-films”: metà documentari e metà fiction.La sua intenzione era quella di eliminare le distanze e divenire un soggetto tra i soggetti. Per lui e vita dovrebbero coincidere; la finzione dovrebbe penetrare nel documentario. Lettre d’un cineaste à sa fille rappresenta la prima parte di un progetto denominato Trilogie de la Cabane che comprende i successivi Les films rêvés (2009) e La deuxieme nuit (2016). La realizzazione di questa trilogia è il frutto di 15 anni di lavoro e riflessione. [fonte: argosarts.org]

Quando si parla di arti visive, di sperimentale, di avant-garde e art-house si prende in considerazione un mono difficilmente etichettabile, anzi, è noto proprio per non essere accostabile a una singola corrente di pensiero e/o di cinematografia. La complessità che caratterizza queste opere è tale da renderle pressoché singolari ma, soprattutto, personali, intime. È così è anche questo Lettre d’un cinéaste à sa fille, un autentico omaggio alla vita, non solo al rapporto padre-figlia o all’umanità; limitarlo a queste ultime sarebbe a mio avviso fin troppo riduttivo. In esso è racchiuso tanto sentimento, tanta ricerca e desiderio di condivisione da renderlo un lavoro assolutamente memorabile. E la assume proprio un significato fondamentale per Pauwels: attorno a questo aspetto ha costruito buona parte della propria cinematografia. In questo lungometraggio ha mischiato abilmente i propri ricordi ed esperienze giocando molto con l’utilizzo del comparto sonoro e modificando a proprio piacimento l’immagine, ora più nitida, ora più sfocata ora lontana, ora vicina. Il montaggio non segue chiaramente una linearità ben precisa perché non serviva questo al regista in questione, bensì è stato concepito per infondere fin da subito determinate sensazioni nello spettatore poiché riflettono il pensiero dell’autore.
Non si può quindi pretendere una certa coerenza durante la visione proprio perché l’animo umano è caratterizzato dalla multiformità, dinamismo, dalla contraddizione.
È un fenomeno di continuo cambiamento come la vista stessa che qui ha voluto raffigurare.

Recensione: asianworld.it

 

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