//L’INVENZIONE DI MOREL

L’INVENZIONE DI MOREL

 

Titolo originale: L’invenzione di Morel
Nazionalità: Italia
Anno: 1974
Genere: Fantascienza, Visionario
Durata: 110 min.
Regia:

 

“L’isola”, nel cinema, è stato sempre un luogo che ha ispirato tanti registi. Il suo essere “luogo separato” dal resto del mondo, chiuso e spesso incontaminato, ha permesso che la fantasia di tanti cineasti, a volte ispirati da illustri scrittori, si scatenasse, creando dei luoghi dove, di volta in volta, a farla da padrone fosse il mistero, la passione, l’avventura o l’orrore.

Un esempio su tutti “L’isola del dottor Moreau” del ’77 basato su un racconto di H.G. Wells e poi ripreso nel ‘97 con il titolo “L’isola misteriosa” dove a fare la parte del “cattivo scienziato pazzo” troviamo un Marlon Brando un po’ sopra le righe. La rubrica “Review”, questa settimana, andrà su un’isola sperduta, messa in scena dal regista Emidio Grego nel 1974 che, ispirandosi ad un romanzo di Adolfo Bioy Casares del 1940, ci fa conoscere i misteri de “L’invenzione di Morel”.
Su un’isola, apparentemente deserta, approda un naufrago (G.Brogi) ricercato dalla polizia.

Nel suo vagare alla ricerca di cibo il nostro novello Robinson Crusoe scopre una stravagante architettura nella quale si trova una biblioteca, una sala conferenze e degli eleganti saloni. Nei giorni seguenti, con grande sorpresa vede che l’isola in realtà non è disabitata ma frequentata da personaggi che, vestiti con eleganti abiti da sera un po’ anacronistici, vagano intorno alla struttura discutendo amabilmente. Fattosi coraggio, decide di palesarsi a Faustine (A.Karina), una bellissima donna che prende ogni giorno il sole in disparte dagli altri. Il tentativo di contatto sarà vano perché la giovane donna ignora il fuggitivo e sembra addirittura non vederlo. Con grande stupore si renderà conto che anche tutte le altre persone, non solo ignorano la sua presenza, ma ciclicamente ripetono gli stessi gesti, le stesse frasi e gli stessi comportamenti.

Il mistero però ne contiene un altro: l’ormai disorientato naufrago, durante una riunione tenuta dal dottor Morel (J.Steiner),a cui lui assiste, non visto, capisce che gli strani ospiti dell’isola sono vuote proiezioni tridimensionali dovute proprio ad una macchina alimentata dalle maree e dalla luce solare. La diabolica invenzione di Morel è riuscita a registrare non solo l’immagine o il suono, ma tutto quanto colpisce i sensi umani. Quelli della macchina sono però dei raggi mortali e chi ne viene colpito muore, resuscitando come pura immagine quando il meccanismo si mette in moto proiettando all’infinito le vite degli uomini che ha “risucchiato”. In preda alla disperazione anche il naufrago cede alla tentazione dell’immortalità (forse anche per incontrare “realmente” la bella Faustine) e si mette di fronte alla macchina. Solo all’ultimo momento ci ripensa e la distruggerà ma ormai è troppo tardi perché anche lui, ucciso da raggi mortali, si unirà al resto della compagnia di incorporei personaggi.

Girato sulle spiagge di Malta, il film è abbastanza insolito per quanto riguarda la produzione italiana. Pur non godendo di un ritmo veloce e avendo dei dialoghi essenziali e ridotti all’osso (le prime parole si sentono passati 32 minuti dall’inizio), il film è affascinante e nonostante la partenza in sordina, che tra l’altro è ben calibrata dai suoni della natura (il vento, la pioggia, il mare) riesce a trascinare lo spettatore e a metterlo affianco al naufrago nella scoperta del mistero che avvolge l’isola.

Il tema principale è quello antico quanto l’uomo: l’illusione di sottrarsi alla morte e riprodurre la vita magari diventando pura forma. Ma la superbia dell’uomo si scontra con la finitezza esistenziale dell’individuo stesso che sembra quasi votato ad un principio di autodistruzione. L’immortalità dei personaggi è molto effimera -a sopravvivere sono solo gli aspetti più superficiali- ma soprattutto è illusoria e paradossale perché è necessario passare prima per la morte.

Per certi versi potremo anche dire che il film di Greco -ma prima di tutto il libro che lo ha ispirato- potrebbe rappresentare il primo tentativo di messa in scena di “realtà virtuale” o meglio ancora di dualismo tra realtà e finzione: la vera morte e la finta vita eterna; la vera isola deserta contrapposta alla finte immagini/film che la macchina di Morel proietta. L’intera pellicola può, per questi motivi essere letta come il desiderio di lasciare la realtà per entrare dentro la finzione rappresentata in questo caso dal film generato da Morel. Il protagonista impossibilitato ad amare “veramente” la bella donna che lo affascina decide di entrare nel film per recitare affianco ai protagonisti. Insomma, quasi un esempio di “metacinema” che mi sento di consigliare vivamente a quelle persone che anche durante l’estate non disdegnano un buon film per riflettere ma anche per fantasticare. Il tutto accompagnato dalle “voci” di una natura selvaggia e dalle musiche di un giovanissimo e futuro premio oscar Nicola Piovani.

Frase del film: “…l’eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. E’ vero che neanche per le immagini c’è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima.”

Recensione: cinemecum.it

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