//LOS VIAJES DEL VIENTO [SubITA]

LOS VIAJES DEL VIENTO [SubITA]

 

Titolo originale: Los viajes del viento
Titolo internazionale: The Wind Journeys
Nazionalità: Argentina, Colombia, Germania, Olanda
Anno: 2009
Genere: Drammatico, Visionario
Durata: 117 min.
Regia:

 

Ignacio Carrillo in passato aveva viaggiato a lungo nella regione della Colombia del Nord, suonando il suo magico accordeon – che si dice sia maledetto perché un tempo proprietà del demonio. Divenuto più vecchio, si è sposato e ha lasciato alle spalle il suo giorovagare. Ma la moglie muore all’improvviso e Ignacio decide di compiere un ultimo : tornare dal suo maestro e retituirgli l’accordeon che gli era stato donato da lui. Per strada incontra Férmin, un ragazzo che sogna di diventare come Ignacio un musico ambulante. E insieme a lui prosegue in un percorso avventuroso che è anche per Férmin di formazione.  

con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici
e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma
di eternità
(Fabrizio De Andrè/Ivano Fossati)

Il cielo è carico. Il vento li accompagna. Sono gli occhi di un bambino quelli di , regista colombiano classe 1981 che con il suo primo lungometraggio (La sombra del caminante) ha vinto nel 2003 il Films in Progress Award al San Sebastián International Film Festival. Gli occhi di quel bambino ostinato e incosciente, spalancati e sempre nuovi, che accompagnano la traversata del protagonista Ignacio per le terre e le montagne del suo paese. Ignacio è una sorta di trovador, uno di quegli uomini che gira di festa in festa e di duello in duello suonando una fisarmonica. Non c’è pace per chi trova sollievo solo nel suono itinerante, non c’è sosta per chi ha addosso la maledizione del divertissement collettivo, incarnata in Los viajes del viento da uno strumento dotato di diaboliche corna. Questa è la vita di Ignacio. Finché sua moglie muore e allora, nonostante i figli sparsi e mai conosciuti, la vita si perde in una tristezza senza nome e resta solo il silenzio di una promessa. Che si stende come una linea di direzione da un capo all’altro del paese. Quella è la linea da seguire, per riconsegnare al proprio maestro la fisarmonica e trovare, finalmente, forse, un’altra pace. Il demone personale di Ignacio – la musica che ha giurato di non suonare più – si dipana e sale, malgrado ogni dolore, sotto gli occhi coperti insieme di stupore per il mondo e conoscenza atavica di Fermin, che segue Ignacio senza conoscerlo, attratto dal mistero della terra e della musica. Un che per l’intensità di quella promessa (che cresce impercettibilmente per traboccare nel finale) e per l’equilibrio narrativo (che alterna i respiri e le aperture dei campi lunghi agli sguardi dentro la cultura nascosta, quasi privata o dispersa sugli altopiani) manda il pensiero alle Tre sepolture di Tommy Lee Jones/Guillermo Arriaga. In quello stesso continente prezioso, meravigliosamente nascosto e della sostanza dei , Ignacio e Fermin attraversano spazi immensamente vuoti, picchi abitati da un essere umano solo, unico eppure fratello di sangue, cerchi di duelli di fisarmonica in cui si scontrano la magia nera e la verità, battesimi col sangue di lucertola sotto alberi sconosciuti e ponti da cui si cade morti sotto i colpi di un machete e gli sguardi abituati e concentrati del villaggio. Come racconta Pino Cacucci, la vita da quelle parti vale così poco. Ma non finché il cielo è carico, e il vento li accompagna.

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Recensione: sentieriselvaggi.it

 

 

 

 

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