//LOUISE MICHEL

LOUISE MICHEL

 

Titolo originale: Louise-Michel
Nazionalità: Francia
Anno: 2008
Genere: Commedia
Durata: 94 min.
Regia: ,

 

Le lavoratrici di una fabbrica francese, una mattina, hanno una brutta sorpresa: il loro luogo di lavoro è stato smantellato durante la notte, e i dirigenti sono spariti. Le operaie vagliano varie ipotesi sul futuro ma nessuna sembra convincerle. Louise, la più intraprendente, propone di ingaggiare un killer per uccidere il titolare. La donna sembra indirizzarsi verso Michel il quale, più che un omicida, è un tuttofare non propriamente infallibile. Insieme, Louise e Michel diventeranno una coppia letale e irresistibile.

Louise-Michel è il film ideale per raccontare quella che è la situazione della classe operaia oggi: stuprata dalle logiche del mercato e della globalizzazione, che impongono l’abbandono delle fabbriche europee occidentali a vantaggio (parolone) di zone in cui il lavoro costa meno, o sonnolente le sinistre istituzionali, la classe operaia si ritrova priva di protettori, lasciata totalmente sola di fronte a fenomeni apparentemente incomprensibili e lontanissimi.

Ma una verità emerge chiara e netta dalle menti incazzate delle donne abbandonate al loro destino con una misera buonuscita di duemila euro, una tuta nuova e tante belle parole ampollose: uccidere il padrone. Perché in giro c’è ancora chi pensa che ci siano i padroni? E magari le classi? Sì, oltre al sottoscritto pare che e Benoit Delepine condividano queste tesi marxiste così lontane dal panorama culturale odierno (perlomeno in Italia).

Louise-Michel però non è un film politico, anzi lo è, ma solo di striscio, in un sapiente sottotesto in fondo neanche così metaforico e velato. Il vero colpo di genio degli autori è però di inserire il contesto in uno stile tutto personale, che pesca tra generi e attitudini come la black comedy, il grottesco e il surreale. Non fosse morto da ormai un certo periodo (pace all’anima sua) avrei scommesso sullo zampino di Marco Ferreri, grande guru del cinema nostrano di protesta, fine intellettuale e simbolista nonché maestro nella messa in ridicolo della abitudinaria moderna.

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Il tetro finale però è talmente moderno e sbalorditivo nella sua calma da far pensare ad una deviazione schizzata dei fratelli Coen, specie in considerazione del loro Burn after reading. Ci sono poi molti altri elementi che rendono Louise-Michel un film davvero speciale e difficile da inquadrare: una serie di personaggi degenerati e totalmente irreali che sembrano usciti da una succursale di Ex-Drummer; un particolare gusto per la depravazione, sia con rimandi sessuali (la spiazzante anomalia della coppia che viene a formarsi nel film), sia più in generale “di etichetta”, con feroci attacchi agli stilemi borghesi, sbeffeggiati senza nessun ritegno; al contempo osserviamo un’intellettualità diffusa, che conduce ora a gag alla Tati, ora a momenti al limite della parodia e del demenziale, ora a tocchi di drammaticità teatrale di sicura presa.

Su tutto si rimane scervellati sul senso ultimo del film: possibile che l’incertezza identitaria della classe operaia sia da collegare alla crisi della moderna che emerge dalle sequenze finali del film? Oppure quest’ultima va vista come un’incapacità dell’individuo moderno di mostrarsi per quello che è, portando alle estreme conseguenze il teatro quotidiano di Goffman, con sempre più sbalorditive maschere pirandelliane? E ancora: come deve essere intesa la vicenda ultima del film? L’omicidio del padrone va visto come un pericolo della nostra epoca in cui la classe operaia è lasciata sola, frustrata e libera da ogni direzione “politica” e intellettuale? Oppure tale gesto (la strage finale) va vista come un momento liberatorio, di volutamente esagerato choc psicologico, nel tentativo di risvegliare coscienze e gruppi per ricordargli chi sia il vero nemico e come esso sia fragile se attaccato da un’organizzazione stabile e unita? Tante le interpretazioni possibili per un film che fa pensare divertendo, mostrando una verve davvero notevole nonché un equilibrio stilistico invidiabile.

Recensione: storiadeifilm.it

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