//MANGE, CECI EST MON CORPS [SubITA]

MANGE, CECI EST MON CORPS [SubITA]

 

Titolo originale: Mange, ceci est mon corps
Paese: Francia, Haiti
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Visionario
Durata: 105 min.
Regia:

 

“L’afrohaitiano era molto atteso alla prova del primo lungometraggio, Mange, ceci est mon corps (2007), presentato in anteprima mondiale a Toronto, e poi via via al Sundance, a Rotterdam, Hong Kong, Edimburgo, New York, Miami – dove ha vinto il Gran Premio della Giuria – fino a sbarcare sulla Croisette, all’interno della rassegna organizzata dall’Association du Cinéma Indépendent pour sa Diffusion (ACID).
Interpretato da un cast chimicamente composito – Silvie Testud, giovane musa del nuovo cinema francese di frontiera, insieme a una veterana della Comedie Française come Catherine Samie, due folgoranti interpreti non professionisti (Hans Dacosta St Val e Jean-Noel Pierre) e dieci ragazzini haitiani, ex-bambini di strada e ora performer inquadrati dalla Fondazione Kroma – Mange, ceci est mon corps non delude quanti auspicavano un’opera prima in grado di confermare il vigore plastico e surreale di Quay, ma non mancherà di sconcertare lo spettatore-tipo del cinema del sud, africano o delle diaspore, che pretenda di verificarne la spendibilità ai fini di un discorso didascalico sui rapporti nord-sud in epoca di crisi della globalizzazione.
Difficile mettere ordine nel flusso visivo di immagini, suoni, suggestioni liriche che Quay consegna all’esperienza dello spettatore. Il racconto, che galleggia in una dimensione sospesa fra tempo storico e tempo ideologico, assai povero di dialoghi, è incentrato su un’ambigua dinamica servo-padrone che lega la misteriosa Madame (Silvie Testud) e il suo maggiordomo nero Patrick (Hans Dacosta St Val), che vivono in un enorme palazzo d’epoca, al cui interno si muovono, senza mai incontrarsi, due altre figure-doppio, la madre di Madame (Catherine Samie) e un albino (Jean-Noel Pierre). Alcuni passaggi del lacerante monologo cristologico pronunciato dalla Samie, evocato dal titolo e anticipato nel trailer del film, sintetizzano i caratteri di generosità fino al sacrificio di sé che si autoattribuisce questa personificazione del nord neocapitalistico e neocoloniale nei confronti di un sud affamato, sovraffollato, superstizioso. Un rigore bunueliano contrassegna una delle sequenze politicamente più limpide del film.[…]Il registro discorsivo del film è contrassegnato da un alto grado di ibridazione, aperto com’è a incursioni antropologiche – nei termini di un’osservazione partecipante, alla Rouch – nel patrimonio sincretico di cerimonie e riti haitiani, fra possessione e travestimento carnevalesco, e a immersioni in presa diretta nel quotidiano di un mercato. Assai più densa e figurativamente composta la sezione di racconto confinata nello spazio del palazzo, girata in Francia, che oscilla fra uno sguardo tutto fenomenologico, condotta sul filo dei linguaggi della prossemica, e improvvise intensificazioni plastiche, che insistono sulle dominanti cromatiche del bianco. Colore che mangia tutti gli altri, inghiottendo i complessi e fantasmi di dominio nelle relazioni (post)coloniali, da Fanon in qua, fra attrazione e repulsione, sacrificio ed imitazione.”

Recensione: cinemafrica.org

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