//MEGANE [SubITA]

MEGANE [SubITA]

 

Titolo originale: Megane
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2007
Durata: 106 min.
Genere: Commedia, Drammatico, Grottesco
Regia:

 

Taeko è una donna originaria di Tokyo che si trova a dover soggiornare in un’isola in cui tutti indossano gli occhiali. La donna dovrà così imparare a destreggiarsi tra regole surreali imposte dal governo che colpiscono anche la locanda semideserta in cui alloggia.

Un aereo attraversa il cielo, in fase di atterraggio. Un uomo di mezz’età tiene tra le braccia un piccolo cane, è seduto su una roccia affiorante dalla finissima sabbia di una tranquilla spiaggia, forse tropicale, e sembra ascoltare assorto il silenzio e il frangersi delle onde: indossa un paio d’occhiali; la telecamera ruota lentamente, ad un tratto l’uomo sembra scuotersi e mormora: – È qui.
Da qualche parte, forse non lontano, nel cortile deserto di quella che sembra una scuola, una donna dai neri capelli raccolti dondola le gambe, seduta su un tavolo, e beve con la cannuccia quella che forse è una confezione di latte al cioccolato; tutto intorno è immobile e silenzioso: anche lei indossa un paio d’occhiali. Ad un tratto, mentre la telecamera ruota lentamente, smette di bere, si sente un aereo volare in lontananza, lei sembra scuotersi e mormora: – È qui.
L’aereo è atterrato, ne scende una signora di mezz’età che indossa un paio d’occhiali, indugia un istante a guardare il cielo e poi con passo sicuro esce dal piccolo aeroporto.
I due personaggi di prima, l’uomo sulla spiaggia e la donna dai capelli raccolti, sono ora affacendati ad aprire e preparare un piccolo chiosco di legno sulla spiaggia, quando ecco arrivare la signora sbarcata dall’aereo, cammina lungo la spiaggia. La signora Sakura. In sottofondo ora sentiamo la del principale tema musicale del film, un violoncello solista su un dolce tappeto d’archi, un motivo che fa pensare ad una serenità piena e consapevole. Si ferma ad una certa distanza dagli altri due che la stanno aspettando, lentamente si inchina. Per la prima volta vediamo il mare, turchese, che si frange in piccole onde sulla sabbia bianchissima. Un’inquadratura che ha già in sè tutte le tinte dominanti di questo film: tenue azzurro pastello, ocra chiarissimo, turchese.

Siete sbarcati sull’isola di “Megane”, l’ultimo film realizzato, almeno fino ad oggi, da , già autrice di “Kamome Diner” (Kamome Shokudo), un film già (ottimamente) recensito qui su Asian World. Vi avverto subito: come direbbe Yuji, il gestore dell’Hotel Hamada, “occorre talento per essere qui”, perché questo non è un film per tutti. Inoltre qui i cellulari non hanno campo, proprio come in “The Two in Tracksuits” (Jaji no futari), quel bel film in cui recitava Ryo Kase, attore che guarda caso incontreremo anche in “Megane”. Un film LENTO, sconsigliato a chi non li regge, ma come dice la saggia signora Sakura: “È importante non avere fretta”. Il cast è in larga parte lo stesso di “Kamome Diner”: Satomi Kobayashi (Taeko, la “nuova arrivata” nel microcosmo dell’Hotel Hamada), Mikako Ichikawa (Haruna, la professoressa di biologia), Ryo Kase (Yomogi, uno studente), Ken Mitsuishi (Yuji, il proprietario del piccolo Hotel Hamada), Masako Motai (la signora Sakura, famosa per le sue granite) e Hiroko Yakushimaru (tenutaria del Marine Palace). Una pellicola molto giapponese, posto che questo possa significare qualcosa. Una sceneggiatura priva di una vera e propria “storia”, che segue il percorso di formazione (di situazione surreale in situazione surreale) della protagonista, Taeko: dapprima estranea e diffidente, viene iniziata a un microcosmo non proprio dei più comuni, in un luogo dove, a detta di Yuji “non c’è assolutamente niente da vedere”. I dialoghi sono rari e, più che spiegare le situazioni, confondono ulteriormente le idee. Fantastico. Cosa resta allora? Non proprio un film, forse un’atmosfera, un impronta, una terapia. Un luogo di incanto, di una bellezza semplice e pulita, molti cibi preparati con cura (c’eravamo già abituati bene con “Komome Diner”), granite impagabili con il denaro, un’insegna piccola piccola per avere pochi clienti, mappe vaghe, perfette per smarrirsi, esercizi “merci”, lo scorrere del tempo, dissertazioni sull’attitudine a “crepuscolare”, gomitoli fucsia, il famigerato Marine Palace, mandolini strimpellati in riva al mare, un molo da cui raramente si pesca qualcosa e molto, molto altro. Simbolismi e metafore più o meno espliciti, ambigui quel tanto da farci fermare per pensarci su… e forse per concludere che era proprio questo lo scopo del film, portarci in vacanza e costringerci a vedere le cose con addosso un paio d’occhiali “diverso”, con una trasparenza per certi versi inedita. Una parentesi.

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Nel film vengono citati dei proverbi giapponesi, un haiku di Yosa Buson [ Haru no umi hinemosu / notari notari kana. TRAD: Il mare in primavera / instancabile si alza e si posa ] e una poesia in tedesco l’autore della quale, nonostante le mie ricerche, è rimasto a tutt’oggi ignoto! Quindi vorrei fare appello a chiunque abbia un’idea brillante per risalire all’origine di quella che sembrerebbe una citazione.
Di seguito la traduzione del brano in tedesco sopracitato, compilata, con l’aiuto di una mia amica che ha studiato tale arduo idioma, per sopperire alla NON ADERENTE traduzione riportata nei sottotitoli in inglese:

“Io so cosa significa libertà.
Segui la retta via,
evita la profondità del mare:
ho lasciato queste parole dietro di me.
La luna splende sopra ogni sentiero,
diamanti nell’oscurità come pesci che nuotano;
fui chiamato per caso uomo, ed eccomi qui.
Cosa avessi da temere,
cosa avessi da combattere,
presto verrà il tempo di abbandonare ciò che è superfluo.
Mi sia concessa ancora più forza,
la forza per l’amore.
Io so cosa significa libertà.
Io so cosa significa libertà.”

asianworld.it

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