//MONANIEBA [SubITA]

MONANIEBA [SubITA]

 

Titolo originale: Monanieba
Paese di produzione: Russia
Anno: 1984
Durata: 153 min.
Genere: Commedia, Drammatico, Grottesco, Visionario
Regia:

 

Varlam è un tirannello che riassume in sè i dittatori della storia (baffo alla Hitler, camicia nera mussoliniana, un po’ di Stalin), che governa in Georgia con crudeltà e ignoranza. Perseguita un artista cristiano, elimina una coppia di ebrei, umilia un vecchio del partito. Il tutto raccontato attraverso un lungo flash back riportato da Kete, una donna che si vendica delle malefatte del tiranno dissotterrando più volte il suo cadavere. Con una conclusione in positivo ma estremamente amara, questo film si serve del grottesco e della parodia per smascherare l’orrore del sistema sovietico, conducendo il gioco con intelligenza e lucidità.

Bellissimo film georgiano, variegato nei toni, complesso nelle tematiche, sfaccettato nella definizione dei caratteri. Prevale una commossa indignazione per le vergogne del regime comunista, il suo scellerato autoritarismo, l’arroganza e la meschinità del potere. Ma accanto alla ferocia della denuncia, c’è spazio per improvvise accensioni visionarie, all’insegna di un onirismo surreale che Abuladze spartiva con altri grandi autori del Disgelo, da Paradzanov a Tarkovskij. La propensione ad un di poesia anzichè di prosa, libero di creare con l’immagine, fantasioso ed inventivo, era di per sè un atto politico: il regime sovietico infatti censurò, arrestò o costrinse all’esilio tutti gli autori che esprimevano, nei loro film, un punto di vista personale, non allineato, spesso contrario ai canoni del realismo socialista e intento a recuperare una dimensione spiritualista.

Nel film, la figura dell’artista perseguitato è incarnata dal pittore Sandro, che viene deportato e le cui opere vengono sequestrate e nascoste nella cantina dell’aberrante sindaco Varlam, sintesi di tutte le sfumature del Male di cui è capace la politica. La componente religiosa, di stampo cristiano-ortodossa, pervade tutto il film, diventando dominante nella parte finale. La presenza di un Dio vendicativo diventa qui l’unica arma che i cosidetti “nemici del popolo” hanno per far sentire sulle coscienze dei tiranni tutto il peso delle loro colpe. In particolare, viene preso di mira il figlio del defunto sindaco Varlam, Avel, considerato un parassita, un ipocrita, un inetto che ha vissuto di rendita per il potere e il prestigio accumulato dal padre, senza prendere una posizione chiara, a differenza del proprio figlio adolescente, che ha invece avuto il coraggio di denunciare l’abiezione della dittatura. Lo humour nero, le punteggiature grottesche, il placido surrealismo di fondo, nonchè la calma inquietante con cui Abuladze colpisce i suoi bersagli, fanno pensare un po’ a Bunuel, ma ancora di più al connazionale esule Otar Iosseliani. Splendida, feroce e densa di significati la sequenza della lisca di pesce. Infine, occhio all’ultima scena, che rende ancora più amaro e doloroso il messaggio di fondo.

ed wood / filmtv.it

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