//MYRIN [SubITA]

MYRIN [SubITA]

 

Titolo originale: Mýrin
Paese di produzione: Islanda
Anno: 2006
Durata: 99 min.
Genere: Drammatico, Thriller
Regia:

 

La scoperta di un cadavere porta alla luce una serie di delitti legati a uno sconcertante segreto. Le indagini vengono affidate al detective Erlendur (Ingvar Eggert Sigurðsson), uomo solitario e schivo con molti problemi familiari alle spalle, ma deciso ad andare fino in fondo per scoprire la verità, nonostante  le reticenze di una comunità chiusa e corrotta.

Il quarto film dell’islandese , che esordì qualche anno fa e ottenne anche una buona visibilità con il suo 101 Reykjavík, è una detective story. Un giallo, se vogliamo. Ne ha tutte le caratteristiche: c’è un delitto, c’è un detective, c’è un colpevole, c’è un che si apre su qualcosa più grande di lui. Ma il merito di Jar city è di riuscire ad andare oltre la capacità di raccontare la sua , la sua indagine e il suo .

Oltre all’idea perfetta (non so se venga dal libro di Arnaldur Indriðason) di raccontare la vicenda attraverso due linee cronologiche distinte – mettendo in secondo piano la ricerca del colpevole in sé rispetto al contesto narrativo, con un uso intelligente delle marche temporali (come il vetro rotto sporco di sangue) – il merito è di aver costruito con Erlendur (Ingvar Eggert Sigurðsson) un personaggio assolutamente formidabile per come riesce a interpretare la decadenza e la disillusione di un’intera generazione, e per come il suo carattere dialoga con la desolazione dell’ambiente esterno. Un’Islanda che è la città di Reykjavík ma anche e soprattutto quella, più piccola, di Keflavík, e dei paesini limitrofi nella zona vulcanica di Reykjanes, regni di vento e di “palude” (la “mýrin” del titolo), di grigio e di buio, di nuvole e di solitudine.

Ma entrambi i luoghi custodiscono i loro segreti, quali in un ventre di terra o in una cloaca nascosta dalle travi, quali tra i corridoi immacolati di un grande palazzo, nascosti dentro barattoli – una incomprensibile “città di barattoli” sterili. Per Erlendur ormai è troppo tardi per rivelare questi segreti, per riunire il barattolo con il legno della cassa, né tantomeno è più tempo per la leggerezza del suo collega: la sua è quasi un’inerzia a indagare, sollevato magari dalla sensazione di una vicinanza con il caso e con la paura di perdere per sempre una figlia difficile, ma schiacciato dalla certezza che ormai sia un po’ tardi per tutti – e che della natura umana ci sono giusto i cocci, da raccogliere.

Jar city è poi un film girato e fotografato in modo sensazionale, tutto impietosi campi lunghi e implacabili riprese aeree, più un incipit che mette i brividi e un crescendo disperato che non può non lasciare traccia. Davvero molto bello.

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