//NOBI [SubITA]

NOBI [SubITA]

 

Titolo originale: Nobi
Nazionalità: Giappone
Anno: 2014
Genere: Drammatico, Guerra
Durata: 97 min.
Regia:

 

“La strada passava in mezzo ai campi incendiati che continuavano ad ardere e io non potevo proseguire attraversandoli. Mi allontanai dalla strada e, aprendomi il cammino tra i canneti che giungevano all’altezza delle spalle, avanzai in linea retta, puntando direttamente sul borgo. Ma non potevo distogliere lo sguardo dal fumo. Il sole declinava e da qualche s’era levato il vento; il fumo, strisciando, nascondeva le erbe e, di tanto in tanto, sollevandosi, si sfioccava come cotone e volava verso i boschi che orlavano il fiume.
Sulla prateria su cui spaziava il mio sguardo non si scorgeva anima viva. Chi poteva aver appiccato quegli incendi nei campi?
Era un problema che non potevo risolvere con la sola scorta dei fatti che mi erano noti.”

Ooka Shohei (1909 –1988) era un giornalista ed un critico letterario prima di essere arruolato. In realtà avrebbe voluto lasciare il giornalismo e dedicarsi alla traduzione dei classici della letteratura francese, ma l’esperienza non è positiva, quindi inizia a lavorare per una delle aziende nipponiche più famose ancora oggi, al mondo, la Kawasaki (川崎重工業株式会社 Kawasaki Jūkōgyō Kabushiki-gaisha). È il 1943, e l’anno dopo riceve la chiamata alle armi. È inviato come addetto alle comunicazioni presso l’Isola di Mindoro, nelle Filippine, ma il suo battaglione subisce enormi perdite in pochissimo , e già all’inizio del 1945 viene catturato dalle Forze americane, e poi imprigionato presso l’Isola di Leyte. Rimpatriato Ooka inizia la sua carriera di scrittore, ed è nel 1951 che pubblica Nobi, letteralmente incendio nei campi, tradotto internazionalmente come Fires in the plain, Fuochi nella pianura, ma edito in italiano nell’improbabile titolo de La guerra del soldato Tamura, alcuni anni dopo, nel 1957.
Ambientato durante gli anni dell’occupazione nipponica delle Filippine, Nobi diventa in breve uno dei più importanti testi della letteratura del dopoguerra, non solo giapponese. Disperatamente autobiografico, il romanzo esplora il senso dell’umana esistenza attraverso gli sforzi del protagonista, il soldato semplice Tamura, attanagliato dalla fame, dalla tubercolosi e dal beriberi, costretto a difendersi sia dai nemici che dai propri compagni d’arme. Fin dove è possibile negare la propria umanità? Fin dove è possibile cadere, prima di rialzarsi? Il romanzo di Ooka è impregnato di una forte critica alla guerra, che viene analizzata per la prima volta dal punto di vista di chi non condivideva le scelte del proprio Governo, e che si ritrova ad imbracciare un fucile perché costretto.

Un impianto narrativo del genere ben si adattava alla poetica di un autore come Ichikawa Kon (市川 崑), che nel 1959 ne trae un omonimo film bellissimo.
Anche Tsukamoto Shinya si sente particolarmente attratto dal capolavoro di Ooka. L’essere vivente, privato della propria umanità dalle avversità, è sempre stato un punto focale della sua opera, e pertanto non stupisce il legame con Nobi.
Durante alcuni screening di Tetsuo già accenna alla stampa le sue intenzioni di trarre un film dal romanzo, ma in questi anni di inizio carriera preferisce concentrarsi prima su altri progetti. Siamo nel 1998, e Tsukamoto già aveva avviato contati con possibili finanziatori. All’inizio del nuovo millennio sembra quasi vicino a un accordo con alcuni produttori francesi, ma poi tutto si conclude in un nulla di fatto. Nel 2005 Tsukamoto capisce che i fondi dovrà trovarli da sé: forse è perché su di lui peserebbe troppo il confronto con Ichikawa, forse è perché chiede un budget troppo alto, ma alla fine se non si propone un inizio non arriverà mai una fine, e il progetto resterà soltanto un sogno. Viaggia così nelle Filippine, nel 2010, al seguito di un gruppo di volontari alla ricerca dei resti di soldati giapponesi morti durante la guerra. Vorrebbe iniziare le riprese nel 2012, ma ha i fondi soltanto per comprarsi una divisa… In questo periodo realizza anche degli storyboard, sviluppando il film in soggettiva, ma non è questo quello che vuole davvero.
In quel frangente muore il padre. La morte del genitore porta con sè però anche una piccola eredità, che verrà interamente usata dal regista per finanziare il film. Nel 2013, dopo quasi 20 anni dall’inizio del progetto, iniziano le riprese di Nobi. Gli interni vengono girati nell’area del Kanto, con l’assistenza di una troupe di volontari, mentre gli esterni e le scene nella foresta in parte a Okinawa, dove il regista è assistito invece da una troupe di professionisti, e in parte nelle Filippine, nei luoghi reali dove è stato ambientato il romanzo, che il regista raggiunge con solo 4 membri del suo staff, riciclando attori sul luogo, direttamente tra le guide locali (come la coppia di fidanzati nella chiesa).

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Il ruolo di Tamura è affidato allo stesso Tsukamoto. È una decisione sofferta dal regista, che avrebbe voluto un attore di un certo calibro, ma non poteva permetterselo. Il film naturalmente è girato senza grandi mezzi. Non vi è nemmeno un briciolo di CG, persino le mosche sui volti dei protagonisti sono reali, catturate dai membri dello staff, e poi liberate all’occorrenza. Il basso budget non influenza però la qualità della regia. Se è vero che certe esplosioni pirotecniche sono un po’ grossolane, i trucchi e i manichini, realizzati in buona parte dai membri volontari dello staff, sono di alto livello. Anche le divise sono realizzate dallo staff, che crea in cartapesta anche il veicolo militare presente verso la seconda metà del film. Magnifica poi come sempre nella cinematografia di Tsukamoto la fotografia, virata su toni freddi nelle scene in notturna, e su toni più caldi nelle scene diurne. La telecamera è spesso posta in soggetiva, e principalmente tenuta a braccio, raramente statica.
Le differenze con il film di Ichikava sono evidenti. Come aveva già fatto in Biruma no tategoto (ビルマの竪琴) in Nobi Ichikawa dà al suo lavoro un forte carattere antimilitarista, sebbene esso non sia espresso poi alla stessa maniera in entrambi i film, e che è comunque ben presente nell’opera letteraria originale. Al contrario è il carattere umanista del romanzo di Ooka ad interessare in particolar modo Tsukamoto. Certo Nobi non manca di una critica alla guerra come fonte del peggiore dei mali anche nella versione del regista tokyota, ma Tsukamoto è soprattuto interessato a quanto un individuo possa arrivare vicino al perdere la propria umanità nel momento in cui ad essere in gioco è la propria esistenza. Ma soprattutto Tsukamoto si chiede fino a quando ci si può considerare umani? In fondo il desiderio di sopravvivere è uno dei fattori che ci rende tali. È lecito aspettarsi confini invalicabili anche di fronte alla scelta tra il morire e il compiere scelte indicibili, come il cibarsi dei propri simili? E questo è sufficiente poi a permetterci di convivere con il nostro senso di colpa?

Profondamente oscuro, più crudo della versione del Maestro di Ise, che pure non era per tutti i palati, Nobi è certamente tra i lavori più maturi di Tsukamoto, sebbene il film presenti spesso alcuni momenti in cui la carenza di budget si fa sentire. E tuttavia il film è ben riuscito, non lascia lo spettatore indifferente. Tsukamoto regala come sempre un’interpretazione eccellente, mai sopra le righe, attorniato da alcuni attori davvero bravissimi nel ruolo di comprimari, dal koreediano Lily Franky(リリー・フランキー), al musicista Nakamura Tatsuya (中村 達也), già con Tsukamoto in Bullet Ballet.
Mi astengo da un confronto tra le due versioni cinematografiche del romanzo di Ooka, troppo diverse tra loro, anche nel finale (Ichikawa si discosta dal romanzo); invero l’adattamento nel capolavoro del 1959 è molto più libero di quello di Tsukamoto, più fedele al contrario al lavoro di Ooka. Il risultato è per entrambi validissimo, e vista la reperibilità di sottotitoli per entrambi i film questa diventa una spelndida occasione per potersi dare un giudizio da soli.
Assolutamente consigliata la visione.

Recensione: asianworld.it

 

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